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mercoledì 16 settembre 2026

Alessandria insolita: leggende, pietre e luoghi curiosi

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Piccola mitologia di Alessandria

Una giornata tra pietre, santi, folletti, draghi e altre storie di una città dimenticata dal turismo

Alessandria, una città da cercare

In un'epoca in cui le grandi città d'arte cercano faticosamente di difendersi dal turismo di massa, ci sono centri che vivono esattamente il problema opposto.

Non è una città di grandi monumenti né una tappa obbligata del turismo italiano e decisamente non si trova in uno dei migliori periodi della sua storia. Proprio per questo conserva una sorprendente quantità di storie, luoghi curiosi, leggende e tracce del passato, nascoste nella città e nei borghi circostanti.

Questa non vuole essere una guida ai monumenti più belli di Alessandria (facilmente recuperabile su altri siti), ma una piccola mitologia urbana: un itinerario fra storia e leggenda, archeologia e folklore, santi, creature fantastiche e luoghi dai poteri misteriosi.

Basterà una giornata per incontrarne alcuni.

Antica rappresentazione della città fortificata di Alessandria

Una città più antica della città

Il territorio alessandrino è abitato almeno dal Neolitico e conserva tracce di una storia molto più antica della città attuale. Prima di Alessandria esistevano villaggi liguri e celtici; in epoca romana sorsero importanti centri e vie di comunicazione, fra cui Forum Fulvii, nell'attuale Villa del Foro, fondata su un preesistente emporio celto-ligure.

Alessandria è invece una città relativamente giovane. Venne fondata nel 1168, durante le lotte fra i comuni della Lega Lombarda e l'Impero, dall'unione di popolazioni provenienti da diversi insediamenti del territorio: Bergoglio (demolito nel 1700 per costruire la Cittadella), Gamondio (oggi Castellazzo), Marengo, Rovereto e altri centri.

Nei secoli successivi divenne una delle città fortificate più importanti dell'area Cisalpina per la sua posizione strategica, passando sotto diverse dominazioni. Nell'Ottocento la ferrovia la trasformò in uno dei principali nodi di comunicazione del Nord Italia, favorendo lo sviluppo di officine, industrie e una vasta rete tranviaria.

Sotto queste città — romana, medievale, fortificata e industriale — ne sopravvivono altre, molto più difficili da vedere.

Sono quelle che andremo a cercare.


1. Santa Maria di Castello — la città prima della città

Nel cuore di Borgo Rovereto si trova la più antica chiesa di Alessandria (Piazza Santa Maria di Castello, 13), sorta su un'area abitata ben prima della fondazione della città. Sotto l'edificio attuale sono ancora visibili i resti di una chiesa preromanica dell'VIII secolo e di una successiva costruzione romanica; la prima sarebbe stata costruita utilizzando le pietre di un misterioso fortilizio che sorgeva un tempo sulle rive del Tanaro.

Anche l'origine del nome Rovereto, il borgo che qui esisteva prima di Alessandria, è avvolta dalla leggenda: si racconta che derivasse da un antico bosco sacro (di querce, appunto) dove i druidi avrebbero continuato a celebrare i loro riti, mentre sull'altra sponda del fiume cresceva il primo insediamento romano di Bergoglio.

Oggi, oltre alle tracce di questa storia antichissima, la chiesa conserva importanti opere d'arte, tra cui dipinti del Moncalvo e una straordinaria Deposizione in terracotta.


2. Gagliaudo e il lupo di San Francesco — due storie in piazza

Nel cuore della città, sulla cattedrale (Piazza Giovanni XXIII), si incontrano due dei personaggi più curiosi della tradizione alessandrina. Gagliaudo Aulari, l'astuto contadino che secondo la leggenda salvò Alessandria durante l'assedio imperiale mostrando al nemico una vacca ben pasciuta, oggi osserva la piazza dall'alto del suo piedistallo. Ma si racconta che di notte scenda dalla sua statua per aggirarsi per la città e combinarne di tutti i colori.


Poco distante, la memoria di San Francesco e del lupo racconta invece di una belva che terrorizzava le campagne intorno ad Alessandria e che il santo sarebbe riuscito ad ammansire.

Due storie molto diverse, ma entrambe legate a una città nella quale, almeno secondo la tradizione, uomini e animali straordinari hanno continuato a vivere fianco a fianco.


3. I draghi di Alessandria — creature di pietra e di memoria

Alle Sale d'Arte sono custoditi, sui capitelli recuperati dal chiostro medievale che sorgeva nella Chiesa del Carmine (Via Guasco, 11), due draghi di pietra che si guardano. Ma non sono gli unici draghi della città: negli anni Novanta, durante gli scavi dell'antico Duomo distrutto in epoca napoleonica, furono ritrovati altri due splendidi draghi scolpiti in un capitello, oggi conservato alle Sale d'Arte (Via Niccolò Machiavelli, 13).

Due capitelli medievali con draghi conservati alle Sale d'Arte di Alessandria

Secondo una suggestiva interpretazione, questi due draghi potrebbero essere all'origine dei due grifoni dello stemma di Alessandria, simbolicamente associati ai due fiumi (Tanaro e Bormida) che circondano e proteggono la città.


4. Le Sale d'Arte — Artù, Lancillotto e una storia medievale dimenticata

Nelle Sale d'Arte di Alessandria (Via Machiavelli, 13) è conservato uno dei tesori più sorprendenti della città: un ciclo di 15 affreschi del tardo Trecento (LINK) con le storie di Artù, Lancillotto e Ginevra.

Affresco medievale del ciclo arturiano di Frugarolo conservato alle Sale d'Arte di Alessandria

Gli affreschi decoravano in origine una grande sala di rappresentanza della torre medievale di Frugarolo, a pochi chilometri da Alessandria. Rimasti nascosti per secoli sotto uno strato di intonaco, furono scoperti nel 1971, staccati dalla torre e, dopo un lungo restauro, finalmente esposti al pubblico nel 1999.

Il ciclo racconta soprattutto le imprese e gli amori di Lancillotto, con scene tratte dalla tradizione del Lancelot du Lac: duelli, castelli incantati, Ginevra, la Dama del Lago e il misterioso principe Galeotto. Le iscrizioni che accompagnano molte scene sono ancora leggibili.

Un luogo da non perdere per chi cerca l'Alessandria più insolita: qui, in una città piemontese, si incontra uno dei rari grandi cicli profani arturiani sopravvissuti dal Medioevo.


5. La Cittadella — l'enorme fortezza e lo stregone

Illustrazione a volo d'uccello della Cittadella di Alessandria

Costruita dai Savoia nel XVIII secolo su progetto di Ignazio Bertola, la Cittadella (Via Pavia, 2) venne edificata proprio nell'area dell'antico borgo di Bergoglio, cancellandone completamente l'abitato. È una delle più importanti fortificazioni europee dell'età moderna: l'unica fortezza di pianura costruita dai Savoia nel Settecento e ancora oggi conservata nel suo contesto ambientale originario.

La sua gigantesca pianta esagonale, con sei bastioni, gallerie, casematte, fossati e terrapieni, occupa circa 20 ettari e conserva ancora leggibile l'impianto settecentesco. Una vera città militare rimasta quasi intatta.

Illustrazione del Mascone tra la vegetazione e le mura della Cittadella di Alessandria

Tra questi bastioni sopravvive anche la memoria del Mascone (Maschilie di Masca, stregone, mago) di Alessandria, una figura del folklore cittadino che, secondo la tradizione, si aggirava fra le antiche mura e i boschetti che un tempo circondavano la città, praticando misteriosi rituali di fisica, cioè di magia. (LINK)


6. La Porta Maricia — sulle tracce dei Marici

Oggi non esiste più, ma nelle antiche mappe di Alessandria compare la Porta Maricia (numero 17 nell'immagine sotto), una delle porte delle mura della città. La sua posizione può essere collocata con buona approssimazione presso l'incrocio fra via Tortona e Spalto Marengo e venne demolita con il resto delle mura della città nel corso del '900.

Panorama dell'antica Alessandria con la Porta Marica indicata con il numero 17

Il nome è particolarmente interessante perché potrebbe conservare la memoria dei Marici, un'antica popolazione gallica ricordata dalle fonti romane e stanziata nell'area fra l'attuale Alessandrino e il Pavese.

Le tracce di questo antico territorio sono ancora visibili nei nomi di alcuni luoghi come Pietra Marazzi, l'antica Petra Mariciorum, mentre Bosco Marengo è collegato al latino Lucus Maricorum, il bosco dei Marici. A Pavia esiste inoltre un'altra Porta Marica.

Così una porta scomparsa diventa una piccola traccia di un popolo vissuto qui più di duemila anni fa.


7. Il folletto di via Vescovado — una creatura nascosta in città

Tra le storie meno conosciute di Alessandria c'è anche quella di una piccola creatura che, secondo la tradizione popolare, avrebbe abitato nei pressi di via Vescovado. Un folletto, o meglio un piccolo coboldo, legato a quelle antiche storie di case, cantine e vicoli in cui il confine fra realtà e superstizione era molto più sottile di oggi.

Illustrazione del folletto di via Vescovado nella città antica di Alessandria

È una storia minuscola, quasi dimenticata, rintracciabile solo su alcune carte disponibili presso l'Archivio di Stato, ma proprio per questo perfetta per questa piccola mitologia: non bisogna cercare un grande monumento, basta sapere dove guardare.


8. Le pietre magiche — Santa Varena e il temporale

Appena fuori dalla città, la mitologia alessandrina continua attraverso alcune pietre alle quali la tradizione ha attribuito poteri particolari.

A Villa del Foro, sulla chiesa di Santa Varena (Via Maestra, 33), è ancora visibile la cosiddetta Pietra di Santa Varena. Secondo la leggenda sarebbe un antico altare pagano (probabilmente un menhir o parte di un dolmen) che la santa avrebbe trasportato sulle proprie spalle e sul quale avrebbe indicato di costruire il nuovo luogo di culto.

La Pietra di Santa Varena e il menhir della Pietra del Temporale presso Alessandria

Dall'altra parte della città, sulle colline di Valle San Bartolomeo (SP79, 87, 15122 Alessandria AL), si trova invece la Pietra del Temporale (LINK), una grande pietra eretta (menhir) alla quale la tradizione popolare attribuiva un rapporto con le masche, le streghe piemontesi, che l'avrebbero utilizzata nei loro rituali per provocare temporali. Sembra che in passato ci fossero più pietre, ma vennero cavate e usate per costruire le case della zona.

Due pietre molto diverse, ma entrambe trasformate dalla memoria popolare in qualcosa di più di semplici pietre.


9. Il Cristo e gli antichi Statielli

C'è un'altra storia che si può leggere direttamente sulla carta della città.

Il grande quartiere meridionale di Alessandria si chiama Cristo, un nome apparentemente moderno ma che, secondo una curiosa interpretazione, potrebbe conservare la deformazione dell'antico Carystum, la città degli Statielli, popolazione ligure-celtica oggi identificata con l'attuale Acqui Terme. Su questa ipotesi è stato realizzato un documentario (LINK) e un'opera teatrale di Claudio Braggio.

È un'ipotesi etimologica che non va presentata come una certezza, ma che aggiunge un'altra suggestione alla nostra ricerca: sotto il nome di un moderno quartiere popolare potrebbe nascondersi, forse, un'eco di un mondo di più di duemila anni fa.


10. La città dei treni e dei tram

L'ultima tappa ci riporta invece a un passato molto più recente.

https://alessandriatram.blogspot.com/

Nell'Ottocento Alessandria divenne uno dei grandi nodi ferroviari d'Italia e la sua posizione fra Torino, Genova, Milano e il porto ligure ne fece un importante centro di collegamento e di sviluppo industriale.

Ma la parte più curiosa è forse quella che oggi è quasi completamente scomparsa: Alessandria possedeva una vasta rete tranviaria urbana ed extraurbana. Le linee collegavano la città con Sale, Casale Monferrato, Marengo, Mandrogne e altri centri della provincia. La rete urbana, l'unica in Piemonte oltre a Torino, elettrificata nel 1912, disponeva di due linee che collegavano il centro al quartiere Cristo e al quartiere Orti.

Fotografia storica di un tram ad Alessandria

Molte informazioni si trovano qui: https://alessandriatram.blogspot.com/

Oggi dei tram rimangono soprattutto fotografie, vecchie mappe e qualche traccia nella toponomastica, ma anche alcune tracce reali: prima di tutto il deposito delle tranvie elettriche (1912), esternamente conservato (oggi Penny Market: Viale Milite Ignoto, 24), e i piloni della linea aerea sul viale della stazione e in via Mazzini.

Anche questa è una parte della città invisibile: una città industriale che per un certo periodo correva su rotaie in mezzo a quella medievale e fortificata.

sabato 18 ottobre 2025

Il Menhir de Pierrefiche

Continua il nostro tour alla ricerca dei menhir meo conosciuti in giro per l'Europa. Questa volta siamo andati in Francia nel dipartimento dell'Ain (Regione Alvernia Rodano Alpi) in una bellissima zona piena di Montagne, colline e boschi.

Il monolite sorge a poca distanza dalla strada, appena fuori il paese di Simandre sur Suran, nella zona di Burg en Bresse. Nessun ritrovamento diretto (manufatti o altro trovato nelle vicinanze) ha permesso di stabilire l'età dell'erezione del menhir. La sua forma però lo avvicina ad esemplari della Borgogna risalenti al Neolitico medio (4200-3600 a.C.). Si dice che fino a qualche secolo fa esistessero altre due pietre erette nelle vicinanze, rimosse nel XVIII secolo. Potrebbe quindi trattarsi, in origine, come in molti altri casi, non di una pietra isolata, ma di un insieme più complesso. Si tratta comunque dell’unico menhir conosciuto nel dipartimento dell’Ain, e di uno dei pochi monumenti megalitici attestati della zona.

Il menhir di Pierrefiche è classificato come monumento storico dal 6 marzo 1888.

Folklore: si dice che le tre pietre che si trovavano da queste parti ormai scomparse, sarebbero i fusi che tre fate avrebbero piantato passando di lì. In oltre una delle sporgenze era ritenuta capace di rendere fertili le coppie che vi si strofinavano, quindi entra a far parte di quelle pietre della fertilità che in Piemonte venivano chiamate "Pietre della vita".

Il menhir di Pierrefiche (che letteralmente vuol dire "lastra di pietra") ha queste dimensioni:

Altezza: 3,8 m

Larghezza: 1,3 m

Spessore: 0,5 m

E' classificato come monumento storico.

https://leradicideglialberi.blogspot.com/2025/10/il-menhir-de-pierrefiche.html

VIDEO:

martedì 12 marzo 2024

Il Tredesin de Marz, Milano celtica, insolita e curiosa.

Il Tredesis de Marz (13 Marzo) è una festa tradizionale milanese che commemora l'annuncio del cristianesimo a Milano da parte di San Barnaba. Si tratta di una ricorrenza folklorica ormai parte della storia milanese che si perde nelle memorie del tempo e della leggenda. 


La leggenda narra infatti che San Barnaba visitò Mediolanum nel 51 d.C. girando per le strade con una croce e annunciando l'avvento di Cristo. In città c'era ancora la neve ma al seguire dei suoi passi la neve si scioglieva e al suo posto sbocciavano i fiori. Giunto ad una radura sacra, appena fuori città, in cui i milanesi celebravano ancora i lori riti celtici e che si trovava dove sarebbe sorta la Basilica di San Dionigi (altre leggende invece dicono al posto di Porta Ticinese) il santo vide molte persone in adorazione di una pietra tonda e forata oggetto di culto dei pagani. Poprio nel foro centrale egli conficcò la croce, vessillo della nuova religione, cercando di evangelizzare i Milanesi per la prima volta. In realtà non si sa se San Barnaba abbia mai visitato Milano, ma, come si sa, il mito è in molti casi più reale del reale e la pietra ha attraversato due millenni, rimanendo oggetto sacro per il culto popolare milanese.


La pietra forata, classico simbolo sacro dell'Europa preistorica e anche dei druidi, era forse una mola o una macina, forse un'orologio solare, comunque un simbolo sacro per gli antenati milanesi legati al culto solare del Dio Taranis. Essa aveva 13 raggi e, incredibile fortuna possiamo vederla ancora oggi, perchè, sostituita la radura sacra con la Basilica di San Dionigi, la pietra rimase oggetto di culto popolare. Demolita la chiesa per fare posto ai nuovi bastioni nel 1783, la pietra forata venne spostata nel luogo dove si trova ancora oggi: nella chiesa di Santa Maria al Paradiso, in zona di Porta Romana. 


Non si sa esattamente cosa simboleggiassero i tredici raggi che partono dal centro della pietra: probabilmente appunto il tredicesimo giorno di Marzo, oppure la data venne stabilita in seguito proprio per il numero dei raggi? Appare difficile pensare che il santo abbia segnato con le sue magiche dita i raggi come dice la leggenda. Si sono fatte le più diverse ipotesi, direzioni astronomiche, stagionali, ecc... la verità è che non possiamo saperlo. In ogni caso, ancora oggi a Milano questa è la data dell'inizio della primavera, che anticipa di 8 giorni la data classica astronomica ed è festeggiata con tantissimi fiori, simbolo di rinascita e di fertilità che, anch'essi, ci riportano indietro all'epoca pre-cristiana.


La chiesa di Santa Maria del Paradiso, dentro alla quale è possibile visitare la famosa pietra di San Barnaba, si trova in Corso Porta Vigentina, 14 a Milano, venne iniziata nel 1590 e completata i secolo successivo. E' in stile barocco.


Ancora oggi il Tredesin de Marz sancisce l'inizio della primavera ed è celebrata con una festa dei fiori, simbolo di fertilità.

 

martedì 10 ottobre 2023

Uno "Stregatto" a Rubbiano?

Questo post segue da quello precedente dedicato alla meravigliosa pieve medievale di Rubbiano nell'appennino Modenese: VEDI IL POST: "La pieve romanica di Rubbiano"

Tra le decorazioni romaniche che mi hanno colpito particolarmente durante la visita c'è la faccia di un gatto che si nota sia per lo stile "cartonesco" che per il sorriso beffardo. Di gatti se ne sono visti alcuni nelle chiese romaniche ma questo mi ricorda qualcosa in particolare: lo Stregatto! Questa è una cosa alquanto bizzarra, ma vedendolo mi è venuto in mente che il famoso gatto di Alice nel paese delle meraviglie e che in Italia viene chiamato appunto "Stregatto" è lo Cheshire Cat (Gatto del Cheshire) del racconto in lingua originale. Lewis Carrol prese ispirazione da una figura del folklore della campagna inglese, in particolare dello Cheshire: un gatto invisibile che compare e scompare e che si trovava rappresentato appunto su alcune chiese romaniche e gotiche dei luoghi da lui frequentati in gioventù. Caratteristica evidente di questo felino è il sorriso che mostra tutti i denti, infatti in quei luoghi esite il detto: "sorridere come un gatto del Cheshire" (To grin like a Cheshire cat), quando magari si ride anche alle spalle di qualcuno. Allora metto qui sotto una foto ravvicinata che ho fatto a Rubbiano:


E una dello stregatto nelle illustrazioni originali del libro:


Si tratta proprio di un gatto che sorride con tutti i denti e c'è una grande somiglianza! Fa anche pensare il fatto che per molti versi ci troviamo davanti un tipo di architettura (TAG: ROMANICO)che apparve in Europa molto omogeneamente in un periodo in cui le varie culture precedenti si erano scontrate, incontrate e sovrapposte soprattutto nelle aree rurali: caratteristiche celtiche  (anche l'Emilia ha un passato celto-ligure e celtico), romane e bizantine, germaniche (proprio i Longobardi che fondarono la Pieve a Rubbiano) che confluivano in un cristianesimo dei primi secoli che, soprattutto nelle campagne, aveva incorporato tantissime credenze pagane. Per completezza metto anche alcune figure dello stesso gatto come appare nelle chiese inglesi e che ha ispirato Carroll:




Se devo dire il vero, lo stregatto di Rubbiano sembra ancora più "stregatto" di quelli inglesi. 

Ma esiste qualcosa di simile alla leggenda del gatto dello Cheshire nella zona? Ed esistono altre raffigurazioni simili in Emilia o nell'Italia settentrionale?
Il gatto mammone è una figura del folklore italiano di cui non si conoscono le origini, a volte un gatto enorme, a volte uno strano incrocio tra un gatto e una scimmia, avolte una specie di Babau ed esistono tantissime apparizioni nella letteratura ed un film con il titolo omonimo (del 1975, diretto da Nando Cicero). Questo personaggio però risulta più legato al folklore meridionale (Campania e Sicilia) e quindi una zona che difficilmente può essere legata a questa anche se in tempi più recenti potrebbe essere un nome con il quale negli anni sono stati chiamati diversi personaggi fiabeschi felini in tutta Italia. In effetti si hanno notizie di gatti mammoni che terrorizzavano i bambini di notte a Firenze e che ancora nel 900 spaventavano le mucche nei pascoli veneti. Esiste poi un altro personaggio ancora più bizzarro detto "Gatto Lupesco" il quale racconta, lui stesso in prima persona, le sue avventure in un poemetto di autore ignoto del 1200: il "Detto del Gatto Lupesco". In questo bizzarro testo medievale toscano il narratore è appunto l'enigmatico Gatto che gira il mondo, incontrando cavalieri inglesi che vanno alla ricerca di Re Artù per poi raggiungere un eremita nel deserto in terra santa, evitare fiere feroci e poi tornare a casa.

E qui per forza devo ricopiare qualche verso:

Allora uscìo fuor del cammino
ed intrai in uno sentieri
10 ed incontrai duo cavalieri
de la corte de lo re Artù,
ke mi dissero: “Ki sse’ tu?”
E io rispuosi in salutare:
“Quello k’io sono, ben mi si pare.
15 Io sono uno gatto lupesco,
ke a catuno vo dando un esco,
ki non mi dice veritate.
Però saper vogl[i]o ove andate,
e voglio sapere onde sete
20 e di qual parte venite”.

Per quanto riguarda altri gatti raffigurati nell'arte romanica o medievale o comunque nel folklore di queste zone ho appena iniziato a documentarmi e a cercare per cui non posso ancora scrivere niente di esaustivo, ma sicuramente aggiornerò questo post in futuro.

domenica 8 ottobre 2023

La pieve romanica di Rubbiano

 

Rubbiano è un paese che si trova nella valle del torrente Dolo, appennino Modenese e più precisamente nel territorio del comune di Montefiorino. La località viene nominata la prima volta nel 728 quando i Longobardi aprirono la Via Bibulca chiamata in questo modo perché permetteva il transito di due buoi appaiati e ancora oggi percorribile. Il nome Rubbiano deriva probabilmente da Fundus Rubbianus che a sua volta potrebbe derivare dal nome proprio Rubbiano o da un'erba il cui nome latino è Rubia (o grana rossa) usata per tingere lane e pellami. 

La Pieve è forse la più antica del modenese, fondata nel VII e dedicata a Maria Assunta sull'importantissima via longobarda che collegava la Valle Secchia con la Toscana attraversando la Selva Romanesca, che, come già detto veniva detta Bibulca. Alla pieve era connesso un'Ospizio per pellegrini e viandanti e i testi più antichi che la riguardano risalgono al 882 e al 902 firmate dai parroci per riparazioni della chiesa e per l'istruzione di ragazzi e si trovano all'Archivio Capitolare di Modena. La pieve era officiata da un capitolo di canonici che vivevano in comune con l'Arciprete ma il suo prestigio subì un duro colpo a causa della fondazione dell'Abbazia di Frassinoro, per questo nacquero diverse controversie tra le due istituzioni e si dovette ricorrere addirittura al Papa callisto II.


L'architettura attuale è in stile romanico e risale al periodo compreso tra i secoli X e XII seguendo il modello cluniacense, ha 3 navate con transetto e 3 absidi. Nel 1662 la chiesa venne accorciata (un'arcata) per motivi statici e quindi venne demolita la facciata originale. Per la nuova vennero utilizzate le stesse pietre ma purtroppo si persero lo zoccolo e numerose decorazioni. Nel corso del 1800 vennero restaurate le absidi. L'interno, con colonne e capitelli decorati con animali fantastici non ho potuto visitarlo in quanto purtroppo la chiesa era chiusa e il paese deserto in una uggiosa domenica di inizio autunno che comunque ha accentuato il fascino del luogo. In particolare è notevole un'acquasantiera decorata con sirene ed arpie romaniche e fu scolpito dalla stesso maestro delle metope che lavorò al Duomo di Modena attorno al 1300.

In ogni caso, oltre allo stile architettonico romanico che amo, la parte più affascinante delle pievi di campagne è la decorazione che nella maggior parte dei casi si discosta da quella delle cattedrali urbane dello stesso periodo per uno stile più primitivo e bizzarro. Queste decorazioni rappresentano motivi astratti e floreali che uniscono influenze bizantine, celtiche e longobarde, tipicamente medievali, ma anche personaggi in atteggiamenti a volte a dir poco equivoci, animali e esseri di fantasia: Sirene bicaudate (Melusine LINK) arpie, centauri, ecc... che riescono in un attimo a rimandarci alla mentalità e all'immaginario dell'Europa rurale di quel periodo che purtroppo in parte è andato perduto.


Quello che però mi ha colpito di più è il gatto scolpito sotto ad uno dei tipici archetti romanici di una delle absidi e che si vede nella foto qui sopra a sinistra e sul quale ho scritto un post a parte di cui metto il LINK: "Uno stregatto rubbiano?"

Qui sotto aggiungo qualche foto della meravigliosa chiesa:



venerdì 15 settembre 2023

La Pera d'la Pansa a Rocca di Cavour.

Una delle pietre magiche più note tra quelle piemontesi è sicuramente la "Pera d'la Pansa" (Pietra della pancia) che si trova ai piedi della Rocca di Cavour, una collina rocciosa che si erge solitaria ed enigmatica dalla pianura tra Saluzzo e Pinerolo. Si tratta di una forma tondeggiante, evidentemente scolpita dall'uomo, che per via della sua forma è parte del folklore locale e di molte leggende. Non è possibile datarla essendo di pietra, ma si ipotizza che possa essere stata realizzata in un largo periodo che va dal neolitico all'età del ferro. Qualcuno ha ipotizzato che si potesse trattare solamente di una macina non finita. In effetti esistono cave di pietra in cui sono state trovate macine non del tutto scavate abbastanza simili; il fatto è che in questo caso la forma invece di essere piatta presenta una sezione tondeggiante e anche la circonferenza è troppo irregolare, decisamente ovale, rendendo questa ipotesi molto poco plausibile. In oltre la Rocca ha avuto un significato sacro fin dai tempi più antichi: nel vicino museo di Caburrum (Cavour deriva proprio dal nome del centro romano Forum Caburrum) sono conservati i resti di una frequentazione antichissima. Le popolazioni vedevano in questa formazione rocciosa un qualcosa di sacro come è successo in altri luoghi del mondo (basti pensare alla collina di Glastombury in Inghilterra o ad Ayers Rock (Uluru) enigmatica formazione rocciosa australiana sacra agli aborigeni).

Foto ravvicinata della "pancia" ripresa nell'estate del 2023.

Il nome stesso viene proprio dalla forma della roccia, come si diceva, in cui gli abitanti hanno sempre visto un ventre materno. Da qui l'interpretazione più classica che è quella che rappresenti simbolicamente l'ombelico della Dea Madre divinità primordiale sacra agli antichi. Roberto Gremmo nel suo "Le Grandi Pietre Magiche" fa notare che il foro centrale ricordi molto più l'organo genitale femminile di un ombelico ed è interessante ricordare che la pietra guardi dall'alto l'antichissima abbazia dedicata proprio a Maria (la Dea Madre cristiana), dal punto più soleggiato di tutta la rocca. Al riguardo, comunque, si possono fare solo delle ipotesi per quanto affascinanti e cercare di interpretare quello che ci comunica il folklore. Un'altra ipotesi è quella che la forma pseudo circolare rappresenti la ruota di Taranis, dio dei fulmini e dei temporali delle popolazioni celtiche assimilabile a Giove/Zeus della mitologia classica o a Thor norreno, il cui simbolo era proprio la ruota. Questa teoria è fondata per il fatto che queste zone fossero abitate da popolazioni celtiche (si, i liguri dell'età del ferro erano celti) e che oltre alla forma che richiama appunto una ruota la rocca sia bersaglio di fulmini, ma non credo che trovi relazioni con il folklore o con la toponomastica locale.

Una pietra guaritrice e della vita? Tra le varie pietre magiche del Piemonte questa sembra finire nella categoria delle "Pietre Guaritrici", come ad esempio  la Pietra di Santa Varena, in quanto, proprio come quella alessandrina guarirebbe chi le dimostra devozione dal mal di schiena. Basterebbe infatti appoggiare la parte dolorante alla roccia affinché il fastidio passi in men che non si dica (cit. Roberto Gremmo). La pietra però forse aveva anche proprietà fecondatrici, come la famosa Pietra della Vita di Oropa ma la rientraza adibita a questo scopo (strofinare i genitali femminili sulla roccia) sarebbe stata occultata dal piccolo muretto di mattoni alla sinistra della formazione visibile oggi.


Purtroppo durante la nostra visita erano in corso dei lavori e la pietra era stata recintata.

La Rocca di Cavour è un blocco alpino di gneiss occhiadino, una roccia particolarmente resistente all'erosione, che spunta di 162 metri rispetto alla piana alluvionale che la circonda, caratterizzata da una aspetto vistoso, come un'isola nel mare che negli anni gli ha donato visibilità e un alone di mistero e riverenza. Per questo, come dimostrano i reperti conservati al museo Caburrum dedicato al periodo preistorico e protostorica. La Rocca - appartiene al massiccio del Dora-Maira, e la sua conformazione rocciosa risale al Carbonifero (345/280 milioni di anni fa). Presenta caratteristiche archeologiche, storiche e naturalistiche, tra cui diverse incisioni rupestri (fori a coppella, la pansa d'la Roca, le ongià e la piotà del diav), una pittura policroma risalente al post-paleolitico, ruderi e resti di fortificazioni medievali. - dal sito del FAI https://fondoambiente.it/luoghi/rocca-di-cavour?ldc


La rocca che svetta solitaria dalla pianura. (non avendo una foto decente abbiamo preso provvisoriamente questa dal sito http://www.piemonteparchi.it/ - foto di Toni Farina)



sabato 25 febbraio 2023

MASCHE E MASCONI: 5) Animali magici: gatti, pecore, capre... che sono masche.

>>> Vedi l'indice dei post dedicati alle storie di MASCHE E MASCONI!

oppure Leggi tutti gli altri post taggati come: MASCHE E MASCONI

Abbiamo già parlato di masche e gatti per quanto riguarda quella che è la masca forse più famosa, Micilina (LINK) qui sotto ho cercato di raccogliere alcune storie che testimoniano il rapporto tra queste figure e gli animali. Questa è una caratteristica che ricorre in molte storie di streghe in tutta Europa e non solo, ma come già detto, la figura della masca è particolare per questo suo legame più marcato con la natura, con un animismo che torna. Sia le masche che la natura (nelle storie di questo post gli animali) hanno sempre caratteristiche più o meno negativa, tutto quello che non è umano è stato adombrato da un Cristianesimo antropocentrico che vede in tutto quello che non è umano (e donna...) qualcosa di maligno, tuttavia in queste storie gli animali tornano ad essere dei soggetti importanti e vengono trattati, anche se con timore o disprezzo, quasi alla pari.

I GATTI DEL MASCONE: Per scendere a Cossano il signor Rovetta (classe 1918) prendeva una scorciatoia per fare prima, un giorno in piena estate passò davanti ad un bel fico pieno di grossi frutti e pensò che tornando a casa la sera, con il buoi, ne avrebbe presi due o tre. Più tardi, sulla via del ritorno, il signore trovò l'albero pieno di gatti, ce n'erano almeno venti ed egli si domandò come potessero esserci tutti quei gatti in quella frazione. Fu allora che si ricordò che il padrone di quella casa era conosciuto per essere un mascone, temuto perchè faceva la fisica e quindi scappò velocemente, perdendo il cappello. Alcuni giorni dopo sul sentiero, il signor Rovetta incontrò la moglie di quell'uomo che, misteriosamente lo riconobbe e gli restituì il cappello. (testimonianza diretta del 1989 dal libro MASCHE di Donato Bosca e Bruno Murialdo)

LA GATTA DI OVIGLIO: tra le storie che si raccontavano vicino alla stufa nelle fredde sere d'inverno c'era quella di quel paesano che tradiva la povera moglie Rosina con un'altra donna più giovane. La moglie era una donna che non si lamentava mai, lavorava l'orto e preparava zuppe al marito con erbe che lei stessa raccoglieva nei campi a volte anche la sera in particolare durante il plenilunio. Questa era l'unica libertà che si prendeva la donna. Il marito usciva e invece di andare in taverna incontrava l'altra ragazza tra i cespugli sul Belbo. Una sera di luna piena, mentre tornava a casa sul sentiero ebbe la sensazione di essere seguito e girandosi vide una gatta nera dietro di lui. Da allora l'incontro si ripeté più volte e a casa con la moglie andava sempre peggio, Rosina non parlava più. Una sera di primavera, illuminata dalla luna piena dopo l'incontro con la ragazza apparve di nuovo la gatta che fissava l'uomo dall'alto di un muro di mattoni, il quale innervosito dalla situazione prese una pietra e la colpì proprio sulla testa e poi corse a casa per la cena, ma la moglie non c'era. I'uomo, di cui non sappiamo il nome, pensò che, vista la sera di luna, la moglie fosse uscita per andare a raccogliere erbe ma al mattino la trovò con un occhio nero, disse che era scivolata nel bosco. La gatta era proprio la moglie masca che lo aveva seguito e che lui aveva colpito. L'uomo da quella sera non vide mai più altre donne.

*Oviglio fu uno degli otto insediamenti, chiamati statielli, che contribuirono alla fondazione della città di Alessandria nella seconda metà del XII secolo. Quando Alessandria fu fondata, si formò dall’unione di diverse località, tra cui Gamondium (Gamondio), Marenghum (Marengo) e Bergolium (Bergoglio). Questi luoghi si unirono per creare la nuova città. Oviglio, insieme ad altre località come Roboretum (Rovereto), Solerium (Solero), Forum (Villa del Foro), Vuilije (Oviglio) e Quargnentum (Quargnento), contribuì alla nascita di Alessandria.

IL MASCONE DEI BUOI: ci troviamo ancora a Cossano, il signor Chichinet era uno strano zoppo, in certi giorni aveva bisogno di un bastone in altri no. Il suo potere più impressionante però era quello di bloccare i buoi che passavano davanti a casa sua. I carri trainati da questi maestosi animali venivano bloccati da un'energia misteriosa e non c'era verso di farli ripartire. A quel punto l'unica cosa da fare era andare da lui, chiedergli per favore di torgliere l'incantesimo, allora lui usciva, toglieva il basto o il giogo ai buoi, li faceva camminare un po' e loro ripartivano. (testimonianza diretta del 1986 dal libro MASCHE di Donato Bosca e Bruno Murialdo)


LE TRE PECORE MASCA: una storia ricorrente è quella delle tre pecore masche. Apparivano di notte oppure a mezzo giorno lungo il sentiero e bloccavano il cammino dello sfortunato viandante. Nel paese di Frave le tre pecore comparivano con grande frequenza e il signor Pio (1904) racconta che delle volte non erano visibili a tutti. Il suo amico Filipin una volta le vide, mentre erano insieme ma a lui restavano invisibili, mentre l'amici non poteva più muoversi.


ANCORA UNA MASCA PECORA: nei dintorni di Dogliani, ancora pochi decenni fa si raccontava di questo anziano cercatore di tartufi, che mentre si trovava nel bosco con il suo cane e stava scavando per estrarne uno grosso, venne aggredito da una pecora con grandi corna spuntata dai cespugli. L'animale aveva preso a incornarlo, sembrava che non volesse che prendesse il tartufo e lui in difficoltà dovette picchiare forte sulle zampe con un bastone. L'anziano, colpito dallo strano comportamento, pensò che la pecora dovesse proprio essere una masca! Alcuni giorni dopo incontrò la moglie di un altro paesano, una donna che si diceva essere cattiva, che zoppicava e capì che lei doveva proprio essere la pecora che lo aveva aggredito.

LA MASCA DALLA CODA ROSSA: un'altra storia che si raccontava tra Langhe e Monferrato e che ha a che fare con pecore (agnellini) che bloccano il sentiero, masche che riportano le stesse ferite degli animali, è quella di una povera bambina di una numerosa e povera famiglia che venne " ammascata". Una volta mentre era con la mamma incontrarono una vecchina che tutti pensavano fosse una masca, la quale, salutandola la toccò. Da quel giorno la piccola iniziò ad avere dolori e a piangere, così venne chiamata una settimina che prescrisse numerosi rituali, pozioni e formule magiche. La bambina venne fatta passare per tre volte sotto la pancia di una capra, si fece una pomata con cui si facevano degli impacchi che dovevano essere accompagnati dalla formula Ciat-Fat detta tre volte. La bambina però non migliorava e la famiglia venne aiutata dai vicini benestanti che la portarono da un medico, il quale si rese conto che c'era un grave problema di denutrizione. Ma non è finita: lo zio Filippo, tornando dal mercato sul sentiero incontrò un agnellino che saltellando e belando gli bloccava il passaggio. Così per passare il viandante diede una bastonata all'agnello che belando disse: "dammene un'altra" e così fece. Il giorno dopo in paese la Masca Codarossa venne vista con una spalla rotta. 

venerdì 11 novembre 2022

Un tributo al fiume Tanaro: I Tre Martelli e Giovanni Rapetti

 I nostri antenati consideravano ogni elemento della natura come animato: alberi, monti, fiumi e molto altro. Oggi è difficile immaginare come vedessero il mondo gli uomini prima dell'urbanizzazione, dell'industrializzazione e dell'arrivo del cristianesimo, ma se ci pensiamo bene forse non è impossibile. Magari non è così per tutti, ma quando ad esempio parliamo del Tanaro, del Po o di altri fiumi, proprio quando magari come nella scorsa estate, la sempre più grave mancanza di precipitazioni che li ha resi sempre più miseri o addirittura prosciugati, pensandoci bene possiamo vedere che i nostri sentimenti verso di "loro" possono essere di tipo "personale". Possiamo notare una certa empatia, come se i fiumi si fossero ammalati e stessero soffrendo. A me capita anche con i ghiacciai, non è solo il fatto di constatare che lo stato ecologico del nostro pianeta è pessimo e in peggioramento, ma si tratta proprio di un dispiacere e di una tristezza simile a quella che ho nei confronti di altre persone o esseri senzienti. Detto questo, i nostri avi spesso identificavano i corsi d'acqua come spiriti individuali oppure più recentemente come emanazioni di dei e divinità naturali. Al riguardo rimando al post sugli idronimi e sulle origini dei nomi dei fiumi in Piemonte: LINK

 

Alcuni anni fa i Tre Martelli, gruppo dedito alla ricerca, alla salvaguardia e alla reinterpretazione della musica e della cultura piemontese, ha registrato un fantastico disco con il poeta e scrittore Giovanni Rapetti (Villa del Foro 1922 - Alessandria 2014) detto anche "l'ultimo bardo alessandrino" il quale oltre ad avere scritto i testi fa anche da voce narrante di molti pezzi. Il lavoro si chiama "Cantè 'r paroli" (2012), tutto nel particolare dialetto di Villa del Foro che, come succede spesso da queste parti, differisce già leggermente da quello alessandrino che a sua volta costituisce una delle tantissime varianti di quello Piemontese. In ogni caso, nel disco in questione compaiono due tracce incredibili, per me commoventi, dedicate al fiume Tanaro, visto come prima come Divinità o Spirito naturale (Ra cornamusa an Tani) e poi come vero e proprio parente (U Testamèint D Barba Tani) purtroppo morente.

Testi (tradotti):

Ra cornamusa an Tani (La cornamusa nel Tanaro)

Tanaro è il tempo, divenuto acqua,
la deriva clessidra di gusci, sabbia,
tempo che veniva rotte le catene al gelo
canta vittoria
con le piante e i pesci,
gli uccelli, col sole in gloria.

Tanaro raccontava e racconta a stagli in ascolto
il pane mutino, saracco,
polenta fredda
borbottio divenuto memoria di quelli che tacciono
terre, sudori, carri, le vacche e l'asino.

Tanaro la piva dell'eco,
ripeteva
stagione del cespuglio,
dei richiami lungo la riva
raccontava i tempi,
dell'avvenire, all'aria pura
fagotto dei venti, respiro
della gioventù.

Cantava il vino, i canti
della nostra lotta
per vivere, per campare,
tempi tristi dell'idiota
la fame, il freddo, la paura
la prepotenza
liberare l'anima e i passi,
sorte, che vinca

Slegato il burchiello, giù il remo,
nell'acqua ondeggiante
lasciate alle spalle le case
che ballano la carioca
dalla confluenza del Belbo
in su non sanno più chi eri
là sabbie e piante
raccontano un mondo di misteri.

Storie di Tanaro morto;
di dove passava
al tempo dei tempi
della stella che chiamava le cornacchie bianche,
volpi, lupi, l'Eremita del nuovo
maschere ghigne di Carnevale,
tempo del rinnovo.

Racconta i fondoni del vortice dove tira l'acqua pulita e il pesce
a odorare la frescura
la palla di fuoco del sole,
occhi da morosa
storie dell'acqua santa
diventata bavosa.

L'airone, mangiare il pesce vivo,
vede solo la pesca il merlo dal becco giallo
fischiare la tresca 
taciuto l'usignolo c'è il cuculo sotto la luna
raccontare i ragazzi 
Ribelli dell'assassina.

Erano dei posti per i giovani sotto le piante?
Guardavamo in alto le stelle che sono tante
la terra gelata o molle,
semenze caine
con l'acqua a raccontare
solo piene e siccità.

Accesi due ramo, ossa di un'albera morta
scaldava le mani e l'anima,
divenuta contorta
interrogare il destino,
l'acqua che è indietro
passi nella sabbia i sogni,
dietro il giro di una sfera.

Quel tempo Tanaro una ruota da arrotino
forbici e coltelli che tagliano il filo della vita
ma c'è una cornamusa,
un cuore, cantiamo l'utero di Caterina
(la Morte) combattiamo

L'impronta dei piedi, della melma,
diavolo della zampa 
cantavamo insieme ai morti la nostra lotta
l'amore, l'onore, sudore dell'uomo,
sostanza cuore dell'armonia,
sogno della fratellanza.

domenica 17 aprile 2022

La maledizione del Ru Mort, animismo nelle leggende della valle d'Aosta.

(di Andrea)
Siamo generalmente abituati a vedere le credenze animiste come qualcosa di molto lontano nel tempo o nello spazio. Certe storie che ci giungono dall'estremo oriente ad esempio, ci sembrano spesso un qualcosa di veramente esotico. Nello scintoismo (o Shinto, la religione tradizionale giapponese) hanno una posizione i Kami, carattere che generalmente viene tradotto come "Dei": è in parte giusto ma non è così facile in quanto, anche se lo scintoismo è tutt'ora seguito da gran parte dei giapponesi è un tipo di credenza molto più simile all'antico paganesimo Europeo, non solo a quello classico ufficiale. Con Kami quindi si intendono sia gli dei più importanti, come la dea del Sole Amaterasu, sia gli spiriti più piccoli o lacali come quelli degli alberi o addirittura di un fiore. Come nelle antiche credenze celtiche precristiane esistono anche i Kami dei corsi d'acqua e di altri aspetti naturali e abbiamo visto in passato come questi aspetti siano sopravvissuti nelle leggende delle masche in Piemonte, si tratta della personificazione dell'animismo che sta alla base di molti aspetti del sacro popolare ancora visibile nel cattolicesimo con le varie Madonne della Neve, culti montani e via dicendo. Ma perchè sto parlando di shintoismo? Perchè c'è una leggenda valdostana che potrebbe benissimo trovarsi su un libro di leggende popolari giapponesi se non fosse che viene dalla Valle del Gran San Bernardo in Val d'Aosta:

La maledizione del Ru Mort, Roisan.


"Nei secoli passati i ruscelli per l’irrigazione agricola, i cosiddetti “Ru“, avevano una funzione fondamentale per la sussistenza delle comunità; data la loro importanza ogni ruscello, durante i periodi di piena, era sorvegliato da una guardia.
Un giorno, presso il Ru Mort a Roisan, poco sopra Gignod, una guardia assegnata a questo canale andò a fare il giro giornaliero di controllo.
Non era però un giorno qualunque, e la guardia se ne accorse: senza nemmeno voltarsi, con la coda dell’occhio, il guardiano scorse una vipera nera. Prese quindi un grosso bastone e, colpi su colpi, riuscì ad allontanare la serpe; fatto ciò, più tranquillizzato, proseguì nel suo giro di perlustrazione lungo il Ru.
Ma poco dopo la calma svanì: vide nuovamente la vipera e, spaventato, si affrettò di corsa accanto al ruscello. Una volta giunto più lontano si fermò per riprendere fiato, si guardò in giro sperando di aver finalmente seminato la serpe ma…abbassando lo sguardo se la ritrovò proprio ai suoi piedi.
Preso dall’ira e dalla paura il guardiano afferrò un legno e, con cieca violenza, colpì a morte la vipera.
La brutta storia sembrava finita, ma…da quel giorno il ruscello iniziò a perdere le sue fresche acque, poichè le pareti del ru si sgretolavano, proprio a causa dell’erosione dell’acqua.
Il guardiano si rese conto del danno che aveva fatto solo tempo dopo: egli, convinto di aver ucciso una vipera, aveva in realtà assassinato la Fata che proteggeva il Ru.
E così, da quell’infausto giorno, il ruscello prese il nome di “Ru Mort”, perchè attorno ad esso morì ogni vegetazione, ogni albero e con esso svanì anche la vita. Le acque non scorrevano più ed il ruscello andò perduto."

La differenza sta nel fatto che qui il termine usato è "fata" in altre storie magari è "masca" ma se lo sostituissimo con "kami" la storia non cambierebbe in nessun modo.

domenica 1 novembre 2020

Gagliaudo e il carnevale tradizionale di Alessandria (ormai scomparso)

Articolo apparso qui: https://mitologiaalessandrina.blogspot.com/2020/09/gagliaudo-e-il-carnevale-alessandrino.html

Tra le infinite cose che si sono perse ad Alessandria il carnevale tradizionale è una di quelle particolarmente notevoli. E' ovvio che le cose cambino, succede ovunque, ma il carnevale è una di quegli eventi attraverso il quale sopravvivono memorie antiche, a volte antichissime addirittura preistoriche, di un posto e di un popolo particolare. La maggior parte delle volte queste memorie si presentano sotto forma di simboli difficili da decifrare anche quando il carnevale è cambiato completamente. Conservazioni virtuose, non solo per il paese, ma per tutti, esistono u po' in tutta Europa, dalle nostre parti bisogna segnalare La Lachera, il carnevale di Rocca Grimalda, con le sue maschere ed i suoi simboli propiziatori della rinascita primaverile. Ancora una volta invece Alessandria si distingue andando dalla parte opposta: del carnevale tradizionale non resta nulla: si può dire che anche questo sia un simbolo, triste, della perdita dell'identità profondo di una città e di un popolo che negli ultimi decenni è quasi sparito. Il carnevale si fa ancora certo, ma non conserva nulla dei suoi personaggi e dei suoi simboli.

Per caso ho trovato alcune foto in casa risalenti, credo, alla fine degli anni '80 (La Borsalino è stata demolita ma l'Esselunga non è stata ancora costruita) in cui si vede ancora gagliaudo con la sua povera mucca precedere la sfilata dei carri in Corso Cento Cannoni. Così ho deciso di fare qualche ricerca per salvare il salvabile di quel che resta di questa parte importante dell'anima di Alessandria.

"Il carnovale alessandrino, aduna, nell'ultimo giorno, una gran folla di cittadini attorno ad un personaggio tradizionale, un bifolco che spinge col pungolo una mucca dal ventre rigonfio."

scrive Agostino Barolo nel suo "Folklore Monferrino" del 1930, un interessante saggio sulle tradizioni in provincia di Alessandria che erano ancora rintracciabili in quel periodo. Comunque il bifolco in questione è GagliaudoGajoùd figura mitica alessandrina risalente al periodo dell'assedio della città da parte di Federico Barbarossa che durò dal settembre del 1174 alla primavera del 1175. L'esercito stringeva le mura della città ormai da mesi e la popolazione stava per finire le provviste pensando ormai di non resistere a lungo. In questi frangenti venne in soccorso lo stratagemma del vecchio contadino Gagliaudo Aulari, il quale riuscì ad ingannare in nemici ed a salvare la città. Con stupore dei cittadini, egli decise di sacrificare parte del prezioso frumento rimasto in città per ben sfamare una giovenca per poi portarla a pascolare fuori dalle mura attraverso la Porta Genova (che si trovava dove ora c'è via Marengo) e andando verso il campo dei tedeschi. I soldati avidi e affamati lo circondarono e uccisero la povera mucca che trovarono grassa e piena di grano. Con stupore i soldati avvertirono l'imperatore che volle quindi interrogare il pastore, il quale riferì che in città c'erano ancora così tante provviste da poter vivere tranquillamente per mesi. L'imperatore così dopo aver riflettuto sulla situazione decise dopo pochi giorni di togliere l'assedio lasciando liberi i giubilanti alessandrini che onorarono il loro furbo salvatore con una grossa somma di denaro. L'umile contadino però riufiutò continuando modestamente a pascolare le sue mucche in pace e tranquillità (questo è un altro di quei casi in cui esce bene il carattere umile ed introverso degli alessandrini).

Non si sa se la leggendaria figura di Gagliaudo abbia una qualche origine reale, ma il mito è così, più reale del reale e per gli alessandrini è sempre stata centrale e cuore della loro tradizione, espressione di un popolo amante della sua città e del lavoro. Amaramente mi viene da pensare per quanti sia ancora così e per quanti alessandrini di oggi siano ancora caratterizzati da umiltà, amore per il lavoro e per la 

loro terra.

Una canzone dedicata a Gagliaudo del vernacolo alessandrino per futura memoria:

L'è rivà! L'è rivà! L'è rivà! L'è rivà!


L'è rivà! L'è rivà! L'è rivà! L'è rivà!
A l'è rivà Gajòud, nost salvadour,
cûn ra so süera ansèma
che ansima dra so tûr,
un trèma nent, un trèma!
Ottsent ani circa fa
Barbarusa l'à tentà - ra mèina
ma i Lisandren, chi stavû preparà,
an tra tèinna l'an facc caschè, 'n tra tèinna!
J'an teis in trapûlen
con quater brancà d' gran,
pò i l'ann gnacà ben ben:
l'è acsèi ch'us fà ai tiran.
Lei alûra i Gajouden
j'ann mûstrà tant vigûr;
adess nûi Lisandren
j'ûma l'istess calûr!
L'è rivà! L'è rivà! L'è rivà! L'è rivà!

mercoledì 6 novembre 2019

Quando in Liguria deviarono l'autostrada per salvare una pietra magica.

Titolo un po' ad effetto ma veritiero per parlare del povero menhir di Varazze. "Povero" perchè lo vedremo dopo. E' noto che in Islanda anni fa deviarono una strada per non rimuovere una pietra magica che ancora oggi si credeva abitata dagli elfi. La storia fu ingigantita e divenne, specialmente in Italia una specie di leggenda metropolitana romanzata. In quel bel periodo tra la fine degli anni '90 e inizio dei 2000 in cui sulla scia di Bjork e poi Sigur Ros la cultura islandese raggiunse il resto del mondo cose del genere colpivano la fantasia degli Italiani a cui piaceva pensare agli Islandesi come popolazioni selvagge che quotidianamente parlavano con gli gnomi. In realtà non si trattava di un'autostrada (in Islanda vivono meno di 400.000 persone e certe statali non sono nemmeno asfaltate)ma di una statale e alla fine, dopo varie vicissitudini la grande pietra venne spostata come si può vedere da questa immagine sotto (ne potete trovare diverse cercando su google). Gli Elfi non penso abbiano gradito, ma non sto scrivendo di questo.


Ci spostiamo in Liguria, nel comune di Varazze, dove qualcosa di simile ma in scala più grossa è successo diversi decenni or sono. Proprio qui, al di sopra dei Piani d'Invrea si trova una zona ancora oggi conosciuta come Cian da Munega che in ligure significa campo delle monache, famoso nei secoli scorsi per gli avvistamenti delle fate (e delle streghe) che nel folklore locale si ritrovavano vicino alle pietre di questi prati magici che davano sul golfo. Si trattava di menhir (di cui la liguria era e in parte è ancora piena) o pietre erette che dir si voglia che risalgono alla preistoria. Quello giunto a noi è particolare perchè in seguito ad alcuni scavi effettuati negli anni 30-40 del '900 vennero scoperti alcuni reperti databili all'età del bronzo e del ferro facendone risalire la datazione almeno a quel periodo e eliminando le ipotesi di origine naturale o falsi. Il Menhir fu ufficialmente segnalato da M. Garea (Garea 1941 pp. 167‑172; 1957 p. 4; 1° p. 6; 2° pp. 93‑98) ed è stato più volte misurato e pubblicato (Mennevée 1965; Bernardini 1981. pp. 165‑167; Priuli & Pucci 1994 p. 142).


La parte interessante è che a metà degli anni '60 durante il periodo del boom ma anche della cementificazione e della privatizzazione del trasporto in Italia e in Liguria si rese necessario costruire l'autostrada Genova-Ventimiglia che sarebbe dovuta passare esattamente in questo luogo e avrebbe reso necessario la distruzione totale del sito. Questo, per quanto riguarda siti preistorici, o comunque non romani, si è verificato più volte nel nostro paese e si verifica purtroppo ancora oggi, senza troppi problemi. Per fortuna in questo caso grazie all'interessamento del sig, Mario Fenoglio, ispettore alla Soprintendenza Archeologica della Liguria il progetto venne modificato e, addirittura, il tracciato dell'importantissima autostrada venne deviato. Purtroppo sembra che il sito interessasse altre pietre e che scavi seri per trovare altro e mappare eventuali gruppi megalitici non vennero mai fatti e non si potranno mai più fare. Per fortuna però il menhir di Cian da Munega è stato conservato nel suo posto originale e possiamo andarlo a vedere ancora oggi. Ma ora arriviamo alla parte veramente triste della cosa. Come è conservato oggi il monolite e la zona?


Io ho visitato il luogo alcuni anni fa, un giorno di fine estate in cui mi trovavo ai Piani d'Invrea con alcuni amici. Salendo in mezzo a case e giardini privati non troppo belli, sono arrivato alla strada che collega l'autostrada a Varazze. Li ho incredibilmente trovato un cartello che indicava la posizione del menhir, purtroppo bisognava camminare lungo una statale molto pericolosa per un breve tratto e poi... poi si entra in una specie di parcheggio orrendo, in cui si trovano rimorchi in stato di abbandono rifiuti, preservativi usati e siringhe. Ero da solo e ho pensato di essermi sbagliato, invece facendomi forza ho provato a seguire delle scale in cemento armato coperte da erbe infestanti e li ho trovato il menhir. Che tristezza. Come spesso succede in Italia si fanno dei lavori per valorizzare qualcosa, ma l'unica cosa che si fa è usare del cemento, rovinare il luogo e forse comprometterne l'integrità archeologica e spendere soldi per alla fine abbruttire il posto. La cosa poi peggiore è che una volta fatti i lavori, si lascia andare tutto in rovina, tra incapacità delle amministrazioni, mancanza di fondi e menefreghismo della popolazione locale ormai completamente sradicata dalle sue radici. E dei reperti preistorici cosa ne è stato? Purtroppo tali reperti non sono mai stati pubblicati (Lamboglia 1947 p. 89) e giacciono inutilizzati presso il Comune di Varazze. Un esempio emblematico della mentalità e di come funzionano le cose in questo paese.