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sabato 2 settembre 2023

Visita alla Parrocchiale di Santa Margherita, Casteldelfino (CN)

 

Casteldelfino è un paese in Valle Varaita e fa parte dell'area di cultura occitana del Piemonte. Se ne hanno notizie dal X secolo in cui si chiamava Villa Sant'Eusebio. Nel 1343 il territorio di Villa Sant'Eusebio entrò a far parte della Repubblica degli Escartons, in quello che viene appunto definito Escartoun di Casteldelfino. Nel 1349 il Delfinato venne ceduto alla Francia, e Villa Sant'Eusebio diventò francese. Del primo nucleo oggi resta pochissimo (la chiesa di Sant'Eusebio) perchè venne distrutto da una frana nel 1391. La zona fu teatro di sanguinose guerre di religione tra protestantesimo e cattolicesimo e da periodi di dominio incerto tra Francesi e Savoia. 

La parrocchiale di Santa Margherita venne costruita nel 1400 in stile romanico gotico e, come nel resto della valle, presenta alcuni caratteri comuni alle epoche precedenti. Il campanile, ben visibile dalla statale, domina il paese e venne completato nel 1690. I doccioni agli angoli sono probabilmente più antichi. Sulla facciata della chiesa (dal lato opposto del campanile) sono presenti alcune pitture nel classico stile alpino e diverse sculture interessanti e bizzarre.

L'affresco più visibile sulla sinistra rappresenta un gigantesco San Cristoforo con il bastone (foto in alto)  e sulla destra si vedono Santa Lucia e Santa Chiara. L'autore sarebbe Tommaso Biazaci di cui sono presenti alcune opere anche all'interno.

Al centro è presente il bellissimo portale in stile romanico con decorazioni particolari. Come si diceva all'inizio, lo stile rimanda ai secoli precedenti, con teste e personaggi di tipo celtico e testimonia come in queste vallate certi caratteri culturali siano sopravvissuti ai secoli.


 Tra i rilievi in pietra visibili sul portale, sicuramente quello che per primo salta all'occhio è il pentacolo (o pentagramma) generalmente accostato a paganesimo, stregoneria, massoneria e, quando capovolto, al satanismo. In realtà è un simbolo inusuale ma è presente su in varie chiese (vedi questo LINK)

Il resto delle decorazioni, tipicamente romaniche, rischiama figure vegetali, animali e umane e rimanda ad altre raffigurazioni con influenza celtica comuni sia in Piemonte che nel resto dell'Italia settentrionale ma anche nell'europa centrale e settentrionale.








LINKS

pentacolo in chiesa: https://monica-casalini.blogspot.com/p/monumenti.html

domenica 8 ottobre 2023

La pieve romanica di Rubbiano

 

Rubbiano è un paese che si trova nella valle del torrente Dolo, appennino Modenese e più precisamente nel territorio del comune di Montefiorino. La località viene nominata la prima volta nel 728 quando i Longobardi aprirono la Via Bibulca chiamata in questo modo perché permetteva il transito di due buoi appaiati e ancora oggi percorribile. Il nome Rubbiano deriva probabilmente da Fundus Rubbianus che a sua volta potrebbe derivare dal nome proprio Rubbiano o da un'erba il cui nome latino è Rubia (o grana rossa) usata per tingere lane e pellami. 

La Pieve è forse la più antica del modenese, fondata nel VII e dedicata a Maria Assunta sull'importantissima via longobarda che collegava la Valle Secchia con la Toscana attraversando la Selva Romanesca, che, come già detto veniva detta Bibulca. Alla pieve era connesso un'Ospizio per pellegrini e viandanti e i testi più antichi che la riguardano risalgono al 882 e al 902 firmate dai parroci per riparazioni della chiesa e per l'istruzione di ragazzi e si trovano all'Archivio Capitolare di Modena. La pieve era officiata da un capitolo di canonici che vivevano in comune con l'Arciprete ma il suo prestigio subì un duro colpo a causa della fondazione dell'Abbazia di Frassinoro, per questo nacquero diverse controversie tra le due istituzioni e si dovette ricorrere addirittura al Papa callisto II.


L'architettura attuale è in stile romanico e risale al periodo compreso tra i secoli X e XII seguendo il modello cluniacense, ha 3 navate con transetto e 3 absidi. Nel 1662 la chiesa venne accorciata (un'arcata) per motivi statici e quindi venne demolita la facciata originale. Per la nuova vennero utilizzate le stesse pietre ma purtroppo si persero lo zoccolo e numerose decorazioni. Nel corso del 1800 vennero restaurate le absidi. L'interno, con colonne e capitelli decorati con animali fantastici non ho potuto visitarlo in quanto purtroppo la chiesa era chiusa e il paese deserto in una uggiosa domenica di inizio autunno che comunque ha accentuato il fascino del luogo. In particolare è notevole un'acquasantiera decorata con sirene ed arpie romaniche e fu scolpito dalla stesso maestro delle metope che lavorò al Duomo di Modena attorno al 1300.

In ogni caso, oltre allo stile architettonico romanico che amo, la parte più affascinante delle pievi di campagne è la decorazione che nella maggior parte dei casi si discosta da quella delle cattedrali urbane dello stesso periodo per uno stile più primitivo e bizzarro. Queste decorazioni rappresentano motivi astratti e floreali che uniscono influenze bizantine, celtiche e longobarde, tipicamente medievali, ma anche personaggi in atteggiamenti a volte a dir poco equivoci, animali e esseri di fantasia: Sirene bicaudate (Melusine LINK) arpie, centauri, ecc... che riescono in un attimo a rimandarci alla mentalità e all'immaginario dell'Europa rurale di quel periodo che purtroppo in parte è andato perduto.


Quello che però mi ha colpito di più è il gatto scolpito sotto ad uno dei tipici archetti romanici di una delle absidi e che si vede nella foto qui sopra a sinistra e sul quale ho scritto un post a parte di cui metto il LINK: "Uno stregatto rubbiano?"

Qui sotto aggiungo qualche foto della meravigliosa chiesa:



domenica 15 ottobre 2023

L'enigmatica pieve romanica di San Marziano a Viarigi (AT)

Un'altra pieve romanica, piccolissima ma notevole è quella di San Marziano che si trova a 3 km da Viarigi. Giace purtroppo in stato di semi abbandono e per raggiungerla bisogna percorrere un pezzo di strada sterrata, ma ne vale la pena.


STORIA: La notizia scritta più antica relativa al 1041 quando l’Imperatore Enrico III, nel confermare al Vescovo d’Asti il patrimonio della sua chiesa, include nell’elenco la corte di Viarigi con il castello e la cappella. Viene poi nominata ancora nel 1200 e Nel registro diocesano del 1345 San Marziano appare insieme con San Pietro e un’ altra chiesa che è nei boschi di Viarigi (qui est in boscis de Viarixio) non meglio specificata. Una quarta, infine, San Severio (oggi San Silverio), appartiene al monastero benedettino di Azzano. Fra tutte, San Marziano appare la meno dotata.



DESCRIZIONE: Il piccolo edificio dell’antica pieve è realizzato in blocchi di pietra da cantini locale, molto morbida, ma presenta una facciata in muratura rifatta purtroppo nel XVIII secolo e oggi in stato precario. L’abside è divisa in tre parti da due semicolonne con capitello scolpito. Gli archetti in pietra tioici del romanico locale, sono scolpiti e sono presenti tre monofore sormontate da altre decorazioni


LE DECORAZIONI: sono presenti numerose decorazioni, principalmente zoomorfe e alcune facce umane in stile romanico. Il numero di queste decorazioni è elevato per una chiesetta di queste dimensioni ed è uno dei motivi che la rendono unica. Tra le figure scolpite tra gli archetti ci sono un cane, una scimmia, un bue, un pesce, ci sono poi motivi floreali, astratti e alcune facce. 








LE INCISIONI: oltre alle sopracitate decorazioni scultoree sono presenti anche numerose incisioni superficiali alcune delle quali ricorrenti, ad esempio quello che potrebbe essere un ascia o un aratro:



Uno motivo che io non sono riuscito a decifrare o a riconoscere e del quale non ho trovato informazioni



Una triplice cinta (generalmente collegata addirittura ai druidi) e altri segni difficilmente comprensibili:


Sono presenti anche alcune iscrizioni:


Le incisioni e le decorazioni in queste foto sono solo alcune in quanto la chiesetta risulta davvero piena, se poteste aiutarci nei commenti qui sotto a comprenderle sarebbe vi saremmo riconoscenti!


CHIESE ISOLATE IN CAMPAGNA: il territorio del monferrato tra astigiano e alessandrino è pieno di chiesette romaniche isolate, cosa che si nota subito dopo averne visitate alcune (vedi SAN SECONDO in CORTAZZONE LINK) il motivo principale come si è già detto in altri post è il fatto che verso la fine del primo millennio queste zone erano ancora scarsissimamente abitate e coperte da selve veramente selvagge (silvae, sterminate foreste naturali) e da boschi (boscha) già soggetti a ceduazione per produrre legname. Con il finire delle incursioni ungare, saracene e normanne un po' in tutta Europa ci fu un miglioramento delle condizioni sociali, un incremento demografico che portò ad un allargarsi delle coltivazioni cerealicole e al pascolo con il formarsi di nuovi villaggi contadini e con l'allargarsi di alcuni di essi in veri e propri paesi. Fu allora che proliferò il sistema delle pievi e dei sentieri sacri che portavano i pellegrini a roma da tutta Europa. Gran parte degli edifici romanici che oggi costellano le colline, i bordi dei campi o si nascondono tra i pochi boschi rimasti nacquero come chiese di villaggio. edifici battesimali, tituli (chiese minori) molti dei quali sono tra l'altro andati perduti. Verso la fine del medioevo con una nuova instabilità politica, ci fu un nuovo calo demografico, una regressione agraria e una nuova espansione delle selve, la famosa crisi del 1300. I contadini abbandonarono villaggi e paesi che, fino a quell'epoca, erano costruiti in legno e malta di fango, materiali facilmete degradabili, di cui non ci è rimasto praticamente niente se non le chiese ed i cimiteri isolati che invece erano costruiti in solida pietra locale e mattoni, e che oggi quindi restano isolate e solitarie.


CHIESE IN CIMA ALLE COLLINE: Un altro caso molto interessante e che probabilmente interessa anche San Marziano è che le piccole chiese sorsero in luoghi dominanti in cima a colli e colline o che in passato avevano accolto le aediculae pagane (nota 1), mucchi di pietre rituali, gli ometti che vediamo sui sentierei di montagna e che ancora oggi in Piemonte vengono chiamati mongioie, da Mons Jovis o Monte di Giove, in quanto generalmente dedicate al dio romano delle alture Giove, con cui i romani avevano identificato molte divinita celtiche preromane come Pen ad esempio, dio delle vette. In questo caso San Marziano potrebbe riferirsi direttamente a un precedente culto dedicato a Marte come accade spesso, ma di questo non ci sono prove reali.

ORIENTAMENTO: La facciata (asse abside - facciata) della chiesa è precisamente orientata verso il tramonto del sole al 10 marzo. Considerando le imperfezioni di questo tipo di architettura e dei mille anni che probabilmente ha questo edificio è facile fare il collegamento con il 6 marzo giorno in cui si celebra San Marziano martire. Le misurazioni sono state effettuate il giorno 18/06/2006 dagli studiosi del Centro Ricerche Archeoastronomia Ligustica (LINK)

NOTE:
1) AEDICULAE: Cumuli di pietre con significato rituale religioso innalzate ai bordi dei sentieri prima dai galli che lo dedicavano a Bel o a Penn e poi dai romani che li dedicavano a Giove (Giove Pennino per l'appunto in area gallo romana) da qui Mont Iovis. Questi mucchi di pietre sopravvivono ancora oggi in maniera un po' superstiziosa e per indicare il sentiero sorgono sui bivi in montagna o in punti in cui è facile perdere di vista la strada. Essi sono molto simili ai muri mani tibetani o agli ovoo mongoli vedi LINK) e come si diceva ancora oggi vengono chiamati mongioie in Piemonte e ometti in Italiano.

LINKS:

martedì 1 marzo 2022

La difficile cristianizzazione del PIemonte.


IL PIEMONTE E LA DIFFICILE CRISTIANIZZAZIONE: abbiamo visto in diversi post come il Piemonte sia stato praticamente fino al '700 un'area di passaggio con caratteri particolari e dal grande valore militare ma alla fine sempre un po' marginale rispetto al resto della penisola italica o alla Francia. Le città romane nacquero qui con grande ritardo rispetto al resto del paese e quando i alcuni centri divennero importanti città, le campagne restarono in molti casi luoghi molto selvaggi, per lo più ricoperti da montagne, boschi e paludi. Quando i primi santi arrivarono per evangelizzare la popolazioni non trovarono un computo facile (leggi: Sant'Eusebio e la cristianizzazione del Piemonte) e quando i primi "barbari" giunsero in zona all'inizio del medioevo, in un epoca di grande confusione, si trovarono nelle campagne a che fare con una situazione rurale difficile in alcuni casi ferma al periodo precedente alla conquista romana. Fu così che con l'arrivo di San Colombano a Bobbio partì un periodo di evangelizzazione Irlandese nelle zone che vanno dal Monferrato alla Valle d'Aosta, non privo di scontri e momenti bizzarri (leggi: Meroveo e la persistenza del paganesimo...) e caratterizzato da una grande repressione dei culti e persistenze pagane da parte della chiesa. Tuttavia le campagne continuavano ad essere troppo isolate e selvagge e l'adorazione di pietre e sorgenti, rituali rurali vari, impossibili da eliminare vennero mano a mano accettate e cristianizzate. Questo da il via ad un periodo di quasi accettazione, molto diverso da quella che è la nostra normale idea di medioevo, in cui nelle città la nuova religione è ormai ufficiale anche se non libera di influenze precedenti, nelle campagne si assiste ad una coesistenza più o meno pacifica tra culti ufficiali e popolari oggi molto difficile da comprendere. Di alcuni santi popolari, in particolare alpini e piemontesi, conosciamo in realtà solo la parte folklorica, non ci è giunto niente di scritto ed è sempre difficile capire quanto fossero beati e quanto fossero santoni o guaritori di campagna (leggi: San Baudolino...) Verso l'anno mille l'Europa sembra rinascere, anzi l'Europa che conosciamo oggi forse nasce proprio in grazie ai secoli precedenti e nel romanico l'influenza "barbarica" evidente si affina sempre più con il riemergere delle culture pre-romane e anche preistoriche del vecchio continente. Se dal punto di vista artistico il picco è raggiunto dalle cattedrali nei centri urbani, nelle piccole chiese di campagna "sacro e profano" si fondono in modo ancora più diretto in modo, delle volte, difficile da accettare e comprendere anche per noi contemporanei (leggi: San Secondo a Cortazzone).

Al riguardo Virgilio Gilardoni scrive:

"L'antica Europa romana, sconvolta dalle ondate delle migrazioni e delle incursioni barbariche si rinnova, nel Medioevo, per i profondi moti di assestamento demografico che lacerano lo strato sottile della sua civiltà latina. Tornano a pullulare ovunque le antiche e mal represse culture preistoriche e protostoriche, italiche, celtiche, germaniche, iberiche, liberare e fecondate dal nuovo lievito barbarico di Franchi, Alamanni, Sassoni, Visigoti, Svevi, Alani, Vandali, Eruli, Burgundi, Ostrogoti, Longobardi."
"...la vita spirituale delle popolazioni assume aspetti di patologia collettiva; le superstizioni si accavallano, si sviluppano e si fondono in un caos in cui a stento si discernono le componenti giudaiche, celtiche, germaniche, romane e cristiano popolari. I rapporti dell'uomo con la natura divetano morbosi: ogni cosa sembra nascondere l'insidia di forze malefiche e di demoni; ogni avvenimento è segno di eventi ultraterreni, di minacce, di pericoli, di punizioni che si tentano di domare con forme popolari di scongiuro e di esorcismo. Talvolta vere manifestazioni di pazzia collettiva esplodono fra le masse; basta la figura d'un falso profeta o d'un pazzo a scatenare rivolte persino oscene, in cui si liberano antichi bisogni erotici conculcati e altrettanto antiche aspirazioni di ribellione delle plebi, trascinando, nel turbine della follia, preti, vescovi, chierici e popolo. Prodigi e miracoli sono nell'ordine delle cose, fatti normali, ormai di tutte le cronache..."

Da "Il Romanico" Biblioteca Moderna Mondadori 1963

domenica 31 dicembre 2017

La chiesa di San Secondo a Cortazzone, il romanico barbarico in Piemonte e l'altra cristianizzazione del Piemonte.

Prima o poi dovevamo farlo, un post dedicato a questa incredibile e misteriosa chiesa persa tra i colli astigiani. San Secondo è un monumento unico, per vari motivi e per questo è stato dichiarato Monumento Nazionale. Questa zona del Piemonte è disseminata da piccole chiese solitarie che un tempo erano le chiese degli innumerevoli villaggi che sorgevano tra i boschi e le paludi che coprivano il territorio piemontese. Le popolazioni di origine celtica (o celto ligure se ci tenete) che abitavano fuori dai centri più importanti che si erano costituiti in epoca romana continuavano a vivere in modo molto primitivo, la fede cristiana era praticata superficialmente, insieme ai culti pagani di pietre, alberi, fiumi, ecc... che continuavano a svolgersi nelle campagne nonostante le missioni di evangelizzazione di Sant'Eusebio. Fu per questo che intorno all'anno mille il vescovo di Piacenza inviò dei monaci per insegnare l'agricoltura e per evangelizzare queste popolazioni ancora che vivevano "nell'ignoranza e nella superstizione". Ed è per questo che in questi luoghi lo stile romanico ricco di peculiarità, a volte detto barbarico. E' questo il periodo in cui poco distante da qui è anche nato e cresciuto San Baudolino di cui abbiamo parlato (LINK) per capire il contesto. Anche se si cerca di dimenticarlo e soprattutto si cercava fino a qualche decennio fa, il paganesimo era difficile da estirpare completamente. Si è trattato più che altro di nasconderlo. Così mano a mano che Giove e Taranis diventavano Dio, il Sole diventava suo fglio il Cristo e le sue caratteristiche più terrene venivano trasferite a San Giovanni, le matrone e le dee femminili dopo tanti tentativi restavano impossibili da eliminare e si trasformavano nelle varie madonne, molti altri dei e spiriti locali si trasformavano a loro volta in santi, altri culti come quello delle pietre erano veramente impossibili da cristianizzare, anche per il loro carattere rurale ancora più ai limiti. Fu così che ci si limitò a incidere croci sulla roccia o ad associare un santo o una madonna a questi luoghi. Sui monti si costruirono santuari e così via.


Ma torniamo a cercare di capire perché questo territorio sia pieno di chiesette romaniche isolate: come si diceva poco più in alto verso la fine del primo millennio queste zone erano ancora coperte da selve realmente selvagge (silvae, sterminate foreste naturali) e da boschi (boscha) già soggetti a ceduazione per produrre legname. Con il finire delle incursioni ungare, saracene e normanne un po' in tutta Europa ci fu un miglioramento delle condizioni sociali, un incremento demografico che portò ad un allargarsi delle coltivazioni cerealicole e al pascolo con il formarsi di nuovi villaggi contadini e con l'allargarsi dei ancuni di essi in veri e propri paesi. Fu allora che proliferò il sistema delle pievi e dei sentieri sacri che portavano i pellegrini a roma da tutta Europa. Gran parte degli edifici romanici che oggi costellano le colline, i bordi dei campi o si nascondono tra i pochi boschi rimasti nacquero come chiese di villaggio. Edifici battesimali, tituli (chiese minori) molti dei quali sono tra l'altro andati perduti. Verso la fine del medioevo con una nuova instabilità politica, ci fu un nuovo calo demografico, una regressione agraria e una nuova espansione delle selve, la famosa crisi del 1300. I contadini abbandonarono villaggi e paesi che erano costruiti in legno e malta di fango e di cui non ci è rimasto praticamente niente se non le chiese ed i cimiteri isolati che infatti erano costruiti in solida pietra locale e mattoni, oggi isolate e solitarie.
Un altro caso molto interessante e che probabilmente interessa San Secondo è che le piccole chiese sorsero in luoghi dominanti in cima a colli e colline o che in passato avevano accolto le aediculae pagane (nota 1), mucchi di pietre rituali, gli ometti che ancora oggi in Piemonte vengono chiamati mongioie e guarda caso il colle su cui sorge si chiama proprio Mongiglietto dal latino Mons Iovis, Monte di giove. Il Giove in questione generalmente poteva essere una divinità associata in epoca romana, come ad esempio il Giove Pennino, romanizzazione di Penn, divinità celtica e ligure delle alture da cui appunto deriva il nome delle Alpi Pennine, dei tanti monti Penna e Pennino e appunto degli Appennini.


L'edificio: la pianta principale è suddivisa in tre navate orientate verso il sorgere del sole che terminano in altrettante absidi circolari. La chiesa è prevalentemente costruita in pietra arenaria locale con inserimenti in mattoni e misura 19,50 metri di lunghezza per 8,60 di larghezza, mentre il colmo del tetto arriva a 8,25 metri. La facciata anch'essa principalmente in pietra è sovrastata da un campaniletto di mattoni aggiunto nel 1600 per richiamare i fedeli. Sopra al doppio arco di pietra si vede una cornice di conchiglie che indicherebbe il luogo di sosta sulla via dei grandi pellegrinaggi e sotto gli archetti si vedono le prime sculture zoomorfe molto consumate. Il lato nord è piuttosto disadorno mentre le absidi sono riccamente decorate con semicolonne e capitelli floreali. Nodi e altri motivi floreali decorano le mensole su cui appoggiano gli archetti. Sotto uno di essi c'è una figura umana che si aggrappa (abside centrale) vicino ad un nodo di Salomone e sotto ad un'altro (abside sud) vengono raffigurati due seni, forse simboli di fertilità che ritroviamo anche del lato sud. Potrebbero anche essere simbolo della vergine che allatta (Iside) cara a Bernardo di Chiaravalle e, si dice, ai Templari.




Ma è la facciata sud quella che merita più attenzione. Le decorazioni a "scacchiera continuano sulla fascia bassa e nella parte alta della navata centrale vediamo nodi, intrecci, fogliami, copitelli scolpiti, gli stili cambiano di continuo anche nella stessa monofora indicando probabilmente diversi autori o forse diversi tempi di realizzazione. Le teste umane semplificate sono in tipico stile celtico primitivo, tanto da rimandare alla scultura preistorica e al culto celtico della testa. Sotto uno degli archetti ritroviamo i due seni ma la scultura più enigmatica è rappresentata dai due corpi, ancora una volta in stile più primitivo, rispetto agli altri rilievi romanici, che si accoppiano. Il soggetto sicuramente non comune in una chiesa, ma non così raro in epoca medievale al contrario di quanto si pensi. E' comunque probabilmente sopravvissuto alla sessuofobia e alla censure dei secoli successivi grazie all'intonaco che lo ha coperto per molto tempo ed è reso ancora più particolare dalla chiara rappresentazione dei genitali maschili e femminili.

L'accoppiamento sulla chiesa di San Secondo di Cortazzone (1000 circa)

Questa scultura è un mistero. Sulla guida ufficiale di San Secondo edita dalla omonima Parrocchia, Giovanna Gandolfo Fex cerca una spiegazione nelle tradizioni preistoriche locali che in quel periodo dovevano essere ancora molto presenti e che insieme ai seni dovessero propiziare il concepimento e il parto dei figli in epoche in cui la mortalità era altissima. L'unica corrsipondenza diretta si trova su di un capitello sulla cattedrale di Notre Dame du Peyrou a Clermont-l'Hérault nel sud della Francia (ancora una volta a testimoniare lo stretto rapporto tra i due territori) anche se è datata tre secoli dopo ed è molto più dettagliata. Nonostante la differenza di dettaglio e di stile, una somiglianza del genere fa pensare a qualche modello comune che doveva circolare in qualche modo.

L'accoppiamento a Notre Dame du Peyrou a Clermont-l'Hérault (1300 circa)

Le interpretazioni più comuni rimandano ai culti celtici della fertilità, ancora molto vivi nelle campagne di epoca medievale, altri a cosmogonie telluriche preistoriche. Altre due particolarità di questa chiesa e del romanico astigiano sono le fasce a "dente di lupo" che ritroviamo anche nelle chiese di Montafia, di Montechiaro d'Asti, a Trinità da Lungi a Castellazzo Bormida, ecc... e che sono ottenute con triangoli in cotto e in pietra e i nodi e intrecci di cui abbiamo parlato sopra.


In questo caso le decorazioni che normalmente definiamo "celtiche" si discostano più marcatamente dall'influenza bizantina e gli intrecci floreali presenti su alcuni capitelli, tipici dell'arte romanica, diventano più astratti e primitivi diventando davvero unici. Possiamo trovare qualcosa di simile in altri edifici della zona e in generale in decorazioni di epoca longobarda come sui resti del vecchio duomo di Torino, ma qui sono meno geometrici e irrazionali. Da un punto di vista artistico sono incredibili, troviamo una stratificazione del gusto gallico, germanico e cristiano e in un certo modo ci fa notare come l'influenza classica fosse passata in Europa intorno all'anno 1000 e in particolare da queste parti.

Altri elementi notevoli che di solito passano più inosservati, presenti sullo stesso lato della chiesa, sono un "serpente sacro" intrecciato tra i classici nodi che però, come l'accoppiamento, è realizzato con uno stile più primitivo rispetto agli altri motivi geometrici, probabilmente, come dicevano sopra, da artisti diversi. 


All'interno (chiedo scusa per le foto, durante l'ultima visita la chiesa era chiusa e non trovo le foto fatte in precedenza) troviamo una volta ricostruita nel '700, probabilmente quella originale doveva essere a botte, classici motivi romanici, con sirene, melusine, animali fantastici e chimere varie che dovevano popolare l'immaginario medievale in Europa e che, come all'esterno, si differenziano molto come stile e finiture. In oltre si trovano anche i resti di un affresco.




Nelle sirene ritroviamo la figura di Melusina (di cui abbiamo parlato in precedenza LINK) della mitologia medievale e gli espliciti riferimenti sessuali femminili. Ci sono riferimenti astronomici e la navata è rivolta al sorgere del sole con i fedeli rivolti ad est.

NOTE:
1) AEDICULAUE: Cumuli di pietre con significato rituale religioso innalzate ai bordi dei sentieri prima dai galli che lo dedicavano a Bel o a Penn e poi dai romani che li dedicavano a Giove (Giove Pennino per l'appunto in area gallo romana) da qui Mont Iovis. Questi mucchi di pietre sopravvivono ancora oggi in maniera un po' superstiziosa e per indicare il sentiero sorgono sui bivi in montagna o in punti in cui è facile perdere di vista la strada. Essi sono molto simili ai muri mani tibetani o agli ovoo mongoli vedi LINK) e come si diceva ancora oggi vengono chiamati mongioie in Piemonte e ometti in Italiano. 

LINKS:
https://www.avvenire.it/agora/pagine/ometti-cuore-pietra
http://www.ruditoffetti.it/articoli/cortazzone.html

BIBLIOGRAFIA:
Alla scoperta del romanica astigiano - Franco Correggia, edizioni del Capriolo.
San Secondo in Cortazzone, Guida alla visita - edizione a cura della Parrocchia di San Secondo
Dalla pieve alla cattedrale nel territorio di Alessandria - Cassa di risparmio di Alessandria





martedì 10 ottobre 2023

Uno "Stregatto" a Rubbiano?

Questo post segue da quello precedente dedicato alla meravigliosa pieve medievale di Rubbiano nell'appennino Modenese: VEDI IL POST: "La pieve romanica di Rubbiano"

Tra le decorazioni romaniche che mi hanno colpito particolarmente durante la visita c'è la faccia di un gatto che si nota sia per lo stile "cartonesco" che per il sorriso beffardo. Di gatti se ne sono visti alcuni nelle chiese romaniche ma questo mi ricorda qualcosa in particolare: lo Stregatto! Questa è una cosa alquanto bizzarra, ma vedendolo mi è venuto in mente che il famoso gatto di Alice nel paese delle meraviglie e che in Italia viene chiamato appunto "Stregatto" è lo Cheshire Cat (Gatto del Cheshire) del racconto in lingua originale. Lewis Carrol prese ispirazione da una figura del folklore della campagna inglese, in particolare dello Cheshire: un gatto invisibile che compare e scompare e che si trovava rappresentato appunto su alcune chiese romaniche e gotiche dei luoghi da lui frequentati in gioventù. Caratteristica evidente di questo felino è il sorriso che mostra tutti i denti, infatti in quei luoghi esite il detto: "sorridere come un gatto del Cheshire" (To grin like a Cheshire cat), quando magari si ride anche alle spalle di qualcuno. Allora metto qui sotto una foto ravvicinata che ho fatto a Rubbiano:


E una dello stregatto nelle illustrazioni originali del libro:


Si tratta proprio di un gatto che sorride con tutti i denti e c'è una grande somiglianza! Fa anche pensare il fatto che per molti versi ci troviamo davanti un tipo di architettura (TAG: ROMANICO)che apparve in Europa molto omogeneamente in un periodo in cui le varie culture precedenti si erano scontrate, incontrate e sovrapposte soprattutto nelle aree rurali: caratteristiche celtiche  (anche l'Emilia ha un passato celto-ligure e celtico), romane e bizantine, germaniche (proprio i Longobardi che fondarono la Pieve a Rubbiano) che confluivano in un cristianesimo dei primi secoli che, soprattutto nelle campagne, aveva incorporato tantissime credenze pagane. Per completezza metto anche alcune figure dello stesso gatto come appare nelle chiese inglesi e che ha ispirato Carroll:




Se devo dire il vero, lo stregatto di Rubbiano sembra ancora più "stregatto" di quelli inglesi. 

Ma esiste qualcosa di simile alla leggenda del gatto dello Cheshire nella zona? Ed esistono altre raffigurazioni simili in Emilia o nell'Italia settentrionale?
Il gatto mammone è una figura del folklore italiano di cui non si conoscono le origini, a volte un gatto enorme, a volte uno strano incrocio tra un gatto e una scimmia, avolte una specie di Babau ed esistono tantissime apparizioni nella letteratura ed un film con il titolo omonimo (del 1975, diretto da Nando Cicero). Questo personaggio però risulta più legato al folklore meridionale (Campania e Sicilia) e quindi una zona che difficilmente può essere legata a questa anche se in tempi più recenti potrebbe essere un nome con il quale negli anni sono stati chiamati diversi personaggi fiabeschi felini in tutta Italia. In effetti si hanno notizie di gatti mammoni che terrorizzavano i bambini di notte a Firenze e che ancora nel 900 spaventavano le mucche nei pascoli veneti. Esiste poi un altro personaggio ancora più bizzarro detto "Gatto Lupesco" il quale racconta, lui stesso in prima persona, le sue avventure in un poemetto di autore ignoto del 1200: il "Detto del Gatto Lupesco". In questo bizzarro testo medievale toscano il narratore è appunto l'enigmatico Gatto che gira il mondo, incontrando cavalieri inglesi che vanno alla ricerca di Re Artù per poi raggiungere un eremita nel deserto in terra santa, evitare fiere feroci e poi tornare a casa.

E qui per forza devo ricopiare qualche verso:

Allora uscìo fuor del cammino
ed intrai in uno sentieri
10 ed incontrai duo cavalieri
de la corte de lo re Artù,
ke mi dissero: “Ki sse’ tu?”
E io rispuosi in salutare:
“Quello k’io sono, ben mi si pare.
15 Io sono uno gatto lupesco,
ke a catuno vo dando un esco,
ki non mi dice veritate.
Però saper vogl[i]o ove andate,
e voglio sapere onde sete
20 e di qual parte venite”.

Per quanto riguarda altri gatti raffigurati nell'arte romanica o medievale o comunque nel folklore di queste zone ho appena iniziato a documentarmi e a cercare per cui non posso ancora scrivere niente di esaustivo, ma sicuramente aggiornerò questo post in futuro.

domenica 26 marzo 2023

La Basilica di San Dalmazio a Quargnento.

La Basilica minore di Quargnento ho una storia molto lunga e interessante e custodisce importanti opere d'arte. Sorge nel centro del paese di Quargnento a pochi chilometri da Alessandria e ha una caratteristica facciata a fasce.

BREVE STORIA: Si hanno le prime notizie di una chiesa a Quargnento nel IX secolo e si hanno notizie certe nel X secolo quando nel 907 d.c. le reliquie di San Dalmazio vennero trasferite da Pedona per il pericolo delle scorrerie dei Saraceni che in quegli anni saccheggiavano il cuneese. La nuova chiesa venne consacrata nel 1111 da Papa Pasquale II, ma alla fine del secolo Federico Barabarossa, adirato per il fallimento dell'assedio di Alessandria, distrusse sia il castello che la chiesa del borgo. Il ritrovamento di una lapide testimonia che la ricostruzione della parrocchia iniziò nel 1270, mentre tra il 1560 e 1574 ci furono i lavori di ampliamento con le due navate laterali. Nel 1890 un gravissimo incendio distrusse il tetto della chiesa che venne restaurata tra il 1899 e il 1904, con la nuova facciata e i bellissimi affreschi in stile liberty.

QUARGNETO: il paese sorge a pochi chilometri da Alessandria e dalle sponde del Tanaro ai piedi delle colline del Monferrato, zona abitata già nella preistoria da diverse popolazioni tra i quali i celto-liguri Statielli. Le prime testimonianze scritte attestano un accampamento militare romano attorno al primo secolo avanti cristo, che serviva a contrallare le tribù locali. Il nome deriverebbe dal latino "Quadrigentum" e al periodo romano si deve proprio il primo nucleo sacro che diede origine all'odierna basilica.


IL TEMPIO DI DIANA: sul retro della chiesa proprio sotto al campanile si possono ancora oggi vedere delle grosse pietre che sono i resti di quello che in epoca precristiana era un tempio dedicato a Diana. Purtroppo le testimonianze scritte ed i reperti fino al periodo a cavallo tra i due millenni sono pochi, come del resto in tutta questa zona, altre pietre del tempio pagano si possono vedere anche più in altro sul campanile. Il tempio che probabilmente aveva una pianta circolare, venne trasformato in una primitiva chiesa in epoca cristiana che conservava la stessa forma. Al periodo barbarico e longobardo dobbiamo il bellissimo pozzo nel giardino interno, purtroppo visitabile soltanto in occasioni speciali.

LA CHIESA ROMANICA: la prima forma della chiesa attuale risale al periodo romanico, di cui oggi conserva solo la meravigliosa abside visibile, nella sua forma originale sul retro nel classico stile locale e una cripta purtroppo oggi murata.

LA PARTE SOTTERRANEA E IL CAMPANILE: Sotto la navata centrale esiste tuttora una chiesa sotterranea dove venivano seppelliti i defunti fino a circa metà ‘800. Sotto l’altare c’era sicuramente una cripta che originalmente prendeva luce dalle finestre ora visibili sul retro dell’abside (murate). Il campanile in muratura risale al 1500 e sulla sommità si trova un'interessante sistema campanario.


 AFFRESCHI ED OPERE DARTE NOTEVOLI: La cosa più particolare della chiesa, a mio moesto giudizio, sono gli affreschi e le decorazioni in stile "Liberty", cosa più unica che rara in un luogo del genere. A seguito dell’incendio propagatosi nell’interno della Chiesa il 20 novembre 1890 la chiesa viene restaurata ed affrescata dal 1899 al 1904 da Vincenzo Boniforti (Vigevano 1866-1904), che utilizzava come modelli per le sue opere le persone del paese, scegliendole tra le più caratteristiche.
Nella Chiesa sono conservate opere pregevoli: un trittico stemprato su legno di Gandolfino da Roreto, una terracotta di Francesco Filiberti. Un Crocefisso del 1500 in stile Genovese. Il pulpito é opera pregevole del 1600.