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domenica 5 ottobre 2025

Punti di contatto e differenza tra la Bahgavad Gita e il Buddismo

La Bahgavad Gita è uno dei testi più importanti dell'India, ma non solo. Io lo incontrai alla fine degli anni '90 dopo aver conosciuto gli Hare Krishna e da allora lo considero uno degli scritti basilari per me, ne porto spesso una copia piccolissima, non commentata nello zaino. Ma che cos'è la Bhagavad Gita? Prima di tutto non è un testo autonomo, ma un episodio inserito all’interno del Mahābhārata, uno dei grandi poemi epici dell’India. La sua datazione è ancora discussa tra studiosi e indologi, perché il testo è frutto di stratificazioni e redazioni diverse: probabilmente venne composto tra il V secolo a.C. e il II secolo d.C. e la maggioranza degli studiosi colloca la stesura finale attorno al II secolo a.C. – II secolo d.C. I contenuti filosofici mostrano dialogo con le dottrine dell’Upanishad, del Sāṃkhya, dello Yoga e con le prime correnti del buddhismo, il che indica un’epoca in cui queste scuole erano già sviluppate e in dialogo tra loro. La lingua è il sanscrito classico, più tardo rispetto al sanscrito vedico dei Veda. Quindi possiamo dire che la Bhagavad Gita nasce come testo compiuto nell’età classica dell’India antica, probabilmente tra il II secolo a.C. e il II d.C., anche se i suoi temi e le sue idee hanno radici molto più antiche, nei Veda e nelle Upanishad. Il testo riporta un dialogo tra il principe Arjuna e il dio Krishna che gli impartisce lezioni di saggezza spirituale e morale durante la grande battaglia di Kurukshetra.

Ci sono diversi punti di contatto tra Bhagavad Gita e buddhismo, che mostrano come le due tradizioni abbiano dialogato nello stesso contesto culturale dell’India antica:

1. Distacco e non-attaccamento
Bhagavad Gita: l’azione va compiuta senza attaccamento ai frutti (karma-yoga).
Buddhismo: l’attaccamento è radice della sofferenza; il cammino implica agire senza brama.
In entrambi, il punto non è rinunciare all’azione, ma liberarsi dall’attaccamento.

2. Equanimità
Gita: il saggio è equanime davanti al successo e al fallimento, al piacere e al dolore.
Buddhismo: la pratica coltiva l’upekkhā (equanimità), uno dei quattro stati sublimi.

3. Meditazione e disciplina interiore
Gita: lo yoga (soprattutto rāja-yoga) è via per la concentrazione e l’unione con il divino.
Buddhismo: la meditazione (samādhi, vipassanā) porta alla liberazione dalla sofferenza.
Entrambi vedono la mente disciplinata come condizione della liberazione.

4. Trasformazione dell’ego
Gita: bisogna superare l’ego individuale per comprendere il Sé universale (ātman-Brahman).
Buddhismo: bisogna riconoscere l’illusione del sé (anātman) e liberarsi dall’ego.
* Qui c’è una differenza sostanziale: la Gita afferma un Sé eterno, il buddhismo lo nega.

5. Liberazione
Gita: mokṣa, unione con il Brahman o con Krishna, liberazione dal ciclo delle rinascite.
Buddhismo: nirvāṇa, estinzione della brama e della sofferenza, uscita dal saṃsāra.
Le parole cambiano, ma entrambi cercano una liberazione definitiva dal ciclo delle nascite e morti.

6. Etica dell’azione
Gita: agire secondo il proprio dharma, senza desiderio personale.
Buddhismo: seguire la retta azione, la retta parola e il retto sostentamento (Ottuplice Sentiero).

La Bhagavad Gita e il buddhismo condividono un forte accento sul distacco, sulla disciplina mentale e sulla liberazione dal saṃsāra. La grande differenza è ontologica: la Gita afferma un Sé eterno e divino, mentre il buddhismo afferma l’assenza del sé (anātman).

giovedì 10 marzo 2022

Il calderone di Gundestrup, da est a ovest, da su a nord.

Questo post è un appendice al post "Cernunnos e gli altri "Buddha" occidentali. Rapporti e connessioni tra oriente e occidente", in cui sono andato a cercare diversi punti di contatto tra oriente e occidente in simboli e figure dell'antichità. Questa volta approfondisco alcuni punti veloci in quel testo, vedendo i collegamenti che ci sono tra le diverse aree interne all'Europa antica.

In  molti conoscono il dio celtico cornuto Cernunnos dalla sua rappresentazione cphe si trova sul Calderone argenteo di Gundestrup, è meno noto il fatto che questo calderone sia stato trovato in un'area ben lontana dall'area abitata dalle popolazioni celtiche ovvero la Danimarca. In effetti probabilmente si trattava di un bottino di guerra che veniva da altrove... la storia di questo oggetto è piuttosto complicata e apre diverse constatazioni che vado ad esaminare qui di seguito.

Ritrovamento: Il calderone venne scoperto nel 1891 nella torbiera di Rævemose in Danimarca ben nascosto sotto alcuni strati di suolo e diviso in vari pezzi. 7 pannelli esterni, 5 interni e uno a forma di disco dalla base. Le misurazioni dei pannelli però hanno evidenziato che un ottavo pannello esterno sia andato perso. L'ordine dei pannelli venne ricostruito da Sophus Müller (anche se non tutti gli studiosi sono d'accordo) e si pensa che quello mancante rappresentasse una divinità femminile. Il calderone era composto in massima parte d'argento, ma ci sono anche tracce d'oro, stagno (per la saldatura) e di vetro per gli occhi. La lavorazione però non sarebbe tutta della stessa epoca ma certi particolari sarebbero stati aggiunti durante i secoli, sempre in antichità. Si tratterebbe del più grande manufatto argenteo dell'età del ferro gallica.


Produzione e origini: Per anni la produzione del reperto venne datata intorno al III secolo a.C. ma recentemente le ipotesi più accreditate sono state aggiornate tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. o addirittura fino al III secolo. Sicuramente non si tratta di una produzione locale. Si pensa fosse infatti parte di un bottino guerra portato al nord da popolazioni germaniche. I soggetti rappresentati richiamano subito la mitologia celtica, ma non solo e la lavorazione dell'argento è compatibile con le manifatture trace ovvero dell'area dell'attuale Bulgaria. L'ipotesi più probabile è quella che il calderone sia stato prodotto in Tracia, alcuni pensano da una manifattura tracia per un'elite gallica oppure proprio in una situazione multiculturale. In effetti nella zona del basso Danubio coesistevano sia tribù locali come i Triballoi che di origine celtica, gli Scordisci. I primi erano originari proprio dell'area che oggi si trova tra Serbia e Bulgaria, i secondi invece erano una popolazione mista di genti native delle foci del fiume Sava e altre di origine gallica che avevano ripiegato qui dopo le spedizioni nei balcani del III e IV secolo a.C.. Questa tesi avrebbe senso anche perché proprio gli Scordisci si scontrarono con la tribù germanica dei Cimbri che, provenienti dallo Jutland invasero queste terre. Questi ultimi poi si scontrarono ancora con i romani, ma anche se vittoriosi subirono gravi perdite e in parte tornarono a Nord. In breve, si pensa che il calderone sia stato prodotto in Tracia in un contesto celtico ma multiculturale, venne poi preso come bottino dalle tribù cimbre che ripiegando a nord lo portarono con loro in Danimarca. Una datazione più recente complicherebbe tutta questa situazione e sarebbe difficile pensare ad un oggetto di questa portata con riferimenti culturali di questo tipo in un'epoca in cui l'area era ormai romanizzata.


I pannelli: oltre al pannello 1, su cui è rappresentato Cernunnos e di cui abbiamo già parlato nel testo principale, c'è molto altro di cui parlare e di cui generalmente non si presta la dovuta attenzione. Ad esempio potremmo partire dal pannello dei guerrieri (immagine sopra). Su di esso sono rappresentati dei guerrieri, appunto, disposti su due file: quelli sotto, a piedi, hanno degli scudi lunghi, elmi, tuniche a pantalone e gli ultimi in fondo suonano il famoso "carnix" una tromba zoomorfa, tutti attributi celtici e si tratterebbe quindi della fanteria. La fila superiore invece è chiaramente la cavalleria. A lato un personaggio più misterioso e grande tiene con le mani uno dei fanti e sembra metterlo in un recipiente. 
La teoria più accreditata è che si tratti di una rappresentazione del processo di metempsicosi in cui credevano i celti e di cui ci da testimonianza Cesare nel De Bello Gallico: i fanti che muoiono in battaglia passerebbero al cospetto della divinità (la grandezza maggiore del personaggio a lato, come nelle altre rappresentazioni del calderone) che li farebbe passare attraverso un varco e rinascere cavalieri. Una visione molto pratica della reincarnazione, ma ce lo fa notare anche Cesare appunto. Altri vedono della scena un sacrificio umano e nel grande personaggio la rappresentazione di una divinità, probabilmente Teutates, al quale, come ci dicono alcuni autori classici venivano offerti sacrifici umani annegando le vittime. 


L'altro pannello incredibilmente interessante è la placca interna della Dea con gli elefanti. Anche di questo ho già parlato nell'articolo principale. In alcuni testi si fa fatica addirittura ad ammettere che i due animali a lato della dea siano elefanti: grandi, con la proboscide e le zanne, cosa potrebbero essere? Del resto il calderone è pieno di animali esotici come leopardi o come quello sotto al centro difficile da riconoscere e da due grifoni. In ogni caso questo pannello è molto interessante perché come quello con il dio cornuto si ricollega direttamente alla tradizione induista: La dea Lakshmi infatti viene generalmente rappresentata assisa in mezzo a due elefanti che la proteggono. Se il paragone sembra azzardato vi rimando per l'ennesima volta al testo principale qui: LINK, a tutti i punti di contatto tra Cernunnos e Shiva Pashupati del pannello I e al fatto che Alessandro Magno e il suo esercito fossero stati in India verso il 326 a.C.


Altro pannello importante è quello in cui è rappresentato un dio con una ruota raggiata, identificato, con una certa sicurezza, con Taranis, identificato poi con lo Zeus greco, con il Giove romano e con il Thor nordico. La divinità in questione tiene una ruota raggiata in mano, insieme ad un altro personaggio con un elmo cornuto ed è contornato da vari animali reali o fantastici (Pantere e grifoni)


In ambito induista le divinità che vengono rappresentate con una ruota (chakra) sono Vishnu e Surya. In particolare Lord Vishnu è noto come il Conservatore, la divinità responsabile del mantenimento dell'ordine cosmico (Dharma) e dell'equilibrio. Al centro della sua divina iconografia sono i quattro oggetti che tiene nelle sue mani, ognuno simboleggia diversi aspetti dei suoi poteri: la conchiglia (shankha), il loto (padma), la mazza (GADA) e il Chakra (discus). Tra questi, il Sudarshana Chakra, un'arma circolare rotante spesso vista nella mano destra di Vishnu, si distingue come un potente simbolo di protezione, giustizia e autorità divina. Surya invece è il Dio indiano del Sole,


Questo post andrebbe approfondito in modo profondo in quanto ogni pannello del calderone e ogni divinità, personaggio, animale e simbolo, rappresenta una fonte interminabile di ricerca e approfondimento, ma servirebbe (e non basterebbe) un libro intero per parlarne. Questo breve testo non serve a trarre conclusioni definitive, assolutamente, ma, come sempre su questo povero blog, a dare stimoli e a fare riflettere sulla nostra storia che può essere molto più affascinante e rettilinea di quello che pensiamo.


NOTA:

***Quando si sente parlare per la prima volta della Reincarnazione, naturalmente si suppone si tratti di una dottrina esclusivamente indiana, poichè è risaputo che Induismo e Buddhismo la hanno come fondamento, tuttavia le sue origini non vanno ricercate esclusivamente in questi ambiti, ma ne possiamo trovare tracce fra gli aborigeni della lontana Australia, come pure sappiamo che veniva insegnata dai Druidi dell’antica Gallia di Giulio Cesare. Anche i filosofi greci, non ultimo Platone con la metempsicosi delle anime, parlavano di Reincarnazione, come pure il Cristianesimo e, nella tradizione ebraica, il Talmud cita diversi casi di Reincarnazione.

mercoledì 14 aprile 2021

Druidi e reincarnazione.

Post originariamente apparso sulla pagina del Gruppo Druidico di Alessandria del 01/03/2014

https://druidismoalessandria.blogspot.com/2014/02/druidi-e-reincarnazione.html

 “A voi solo è dato sapere la verità sugli dei e sulle divinità del cielo... Vostra dimora sono le macchie più riposte delle foreste più remote. Voi insegnate che le anime non cadono nelle silenti sedi dell’erebo o nei pallidi regni del sotterraneo Dite, ma che lo spirito passa a reggere altre membra in un altro mondo: la morte, se è vero ciò che insegnate, è il punto intermedio di una lunga esistenza”.

Lucano Pharsalia I, 450-458


A parte qualche scrittore moderno come Jean Markale che si dice contrario al fatto che i Druidi credessero nella reincarnazione, probabilmente a causa del fatto che essa fosse inaccettabile per il contesto cristiano in cui viveva, direi che la "metempsicosi" come andrebbe chiamata veramente, sia una di quelle credenze sulle quali si fondano le nostre conoscienze sui Druidi. Esistono infatti tutta una serie di testimonianze antiche dirette o di poco successive (e quindi le più autorevoli) sul fatto che i celti pensassero che sarebbero tornati sulla terra dopo la morte come uomini, come animali o addirittura come alberi o oggetti. Del resto gli autori classici ci fanno notare più volte come il credo druidico fosse vicino alla dottrina Pitagorica e oggi sappiamo quante fossero le similitudini con i bramini dell'india.

Prima di tutto ricordiamo Giulio Cesare che è la fonte diretta principale per quanto riguarda la società celtica d'oltralpe e con i Druidi ebbe contatti lunghi e diretti: fu infatti amico personale di Diviziaco (Divitiac o Diviciac) Druido della tribù degli Edui e che nel De bello gallico VI, 14 scrive:

"In primo luogo i Druidi vogliono persuadere che l'anima non muore, ma dopo la morte passa in altri: questo dovrebbe essere soprattutto uno sprone al valore, visto che il timore della morte viene abbandonato".

Diodoro Siculo, anch'egli contemporaneo dei Druidi scrive nel suo Historiare V, 28, 6:

"La dottrina pitagorica prevale tra i Galli, e insegna che le anime degli uomini sono immortali e che dopo un certo numero di anni tornano a vivere, quando un’anima si incarna in un altro corpo."

Abbiamo poi Strabone che nel Geographica (IV, 4, 197, 4) dice:

"Comunque non solo i druidi, ma anche altri, ritengono che le anime degli uomini, e l’universo, siano incorruttibili, sebbene il fuoco e l’acqua prevarranno prima o poi su di loro".

Ammiano Marcellino torna sulla dottrina Pitagorica e nel Rerum Gestarum XV, 9, 8 dice:

"I druidi, infine, uomini di maggior talento, si riunivano in sodalizi sotto il segno della dottrina pitagorica, eletti ad indagare le questioni occulte e profonde; sprezzanti verso le cose terrene, pensavano che le anime fossero immortali."

Ma non è finita. Pomponio Mela nel De Situ Orbis III, 2, 18-19 torna sulla critica ai druidi che impongono ai guerrieri la loro dottrina, dal suo punto di vista incredibile, dicendo:

"Uno dei loro precetti è stato reso di pubblico, evidentemente per spingere la popolazione al combattimento. Che le anime sono immortali e che esiste una seconda vita nel regno dell’Oltretomba. Questa è la ragione per cui bruciano e seppelliscono con i loro morti le cose di cui avevano bisogno da vivi. Una volta rimandavano alla seconda vita anche la conclusione degli affari e la riscossione dei crediti. E vi era anche chi si gettava spontaneamente sulle pire dei propri defunti, per dividere con loro la nuova vita."

La concezione di Karma e reincarnazione per i Druidi dell'OBOD.


E ancora Lucano nel Farsalia I, 450-58 scrive ancora più chiaramente:

"Secondo quanto voi sostenete, le ombre non scendono nelle silenziose sedi dell’Erebo e nei pallidi domini del profondo Dite: il medesimo spirito governa il nostro corpo in un altro mondo; se voi esprimete cose di cui siete ben sicuri, la morte rappresenta il punto mediano di una lunga vita"

Passiamo adesso ad alcune testimonianze mitologiche, la prima delle quali ci viene dai Greci che ci parlano dalle popolazioni celtiche nostrane, i Liguri. Il mito di Cicnu si perde nella notte dei tempi, ma Esiodo tra il VII e il VIII secolo a.C. lo colloca tra gli Iperborei, sul fiume Eridana (identificato oggi con il Po). Verso il III secolo invece Cicnu viene definitivamente attestato nel mito come Re dei Liguri. Pausania a tel proposito ci racconta:

«La notte prima che Platone diventasse suo discepolo, Socrate vide in sogno un cigno volargli nel grembo; l'uccello chiamato cigno ha fama di doti musicali. Si narra infatti che Cicno, un musico, regnasse sui Liguri al di là dell'Eridano, oltre la terra dei Celti, e dicono che, dopo morto, per volere di Apollo egli sia stato trasformato in uccello.»
(Pausania, 1, 30, 3.[7])


Interessante anche che in questo mito i Liguri venissero messi più a Nord dei Celti, probabilmente per il fatto che i greci chiamavano Celti (un po' come facciamo ancora noi oggi) le popolazioni transalpine che vivevano nell'attuale Emilia-Romagna. Potrebbe essere anche dovuto al fatto che i primi celti con cui i greci vennero in contatto erano i Liguri dell'area di Marsiglia (che furono i primi ad essere chiamati Keltoi!) mentre quelli che vivevano nelle aree Piemontesi più a nord, li incontrarono più tardi.

Proseguendo con il mito, finiamo con il libro di Taliesin, poeta gallese vissuto tra il 533 a il 599 circa, ma messo per iscritto forse secoli dopo tra i cui versi troviamo:

“Ho vissuto attraverso la Vita in molte forme, 
più di quante io possa realmente ricordare. 
Sono stato uomo e bestia, mare e cielo.

Ho rivestito una moltitudine di aspetti 
prima di acquisire questa mia forma, 
Sono morto e rinato molte volte, me ne ricordo chiaramente. 

Sono stato goccia di pioggia nell'aria, 
sono stato una stella splendente, 
sono stato parola fra le lettere 
sono stato luce della lampada, per un anno e mezzo. 

Sono stato strada, sono stato aquila, 
Sono stato l'effervescenza della birra. 
Nell'acquazzone sono stato goccia. 
spada nella mano. 
corda dell'arpa degli incantesimi, […] nove anni. 
Nell'acqua sono stato la schiuma; 
ferro di cavallo nel fuoco, albero fra gli arbusti 
Non vi è nulla di cui non sia stato parte".

LINK:
Druidismo e Pitagorismo da BIBRAX http://www.bibrax.org/celti_druidismo/druidismo_pitagorismo.htm
OBOD Reincarnation and Karma (eng) http://www.druidry.org/library/miscellaneous/reincarnation-and-karma

venerdì 25 dicembre 2015

Melusina e Naga Kanya e Sheela Na Gig oriente ed occidente.

Ancora una volta vorrei tornare sulle similitudini e i legami tra oriente ed occidente, alle comuni radici delle culture indoeuropee, delle quali in questo periodo di "radici cristiane" ci stiamo dimenticando. Melusina è una figura leggendaria del Medioevo. Si trattava di una donna con la coda di un serpente o a volte di un pesce, simile per questo ad una Sirena. Bisogna ricordarsi però che le sirene della religione greca erano metà umane e metà uccelli. Comunque come molti altri miti medioevali, quello di melusina affonda le sue radici nelle leggende popolari precristiane, specialmente celtiche e greche.

 sopra: melusina in Piemonte: Chiesa di San Secondo a Cortazzone e Sacra di San Michele.

Nel medioevo questa figura venne ovviamente influenzata dal cristianesimo, il suo mito compare in vari libri tra i quali "Melusina" di Turing von Ringoltingen. Secondo la leggenda le melusine dovrebbero sposare un cavaliere a condizione di un tabù particolare: non essere viste nella loro vera forma, quella di una fata dell'acqua, con la coda di pesce o di serpente, al posto delle gambe. La rottura del tabù della melusina, fonte dell'autorità e della ricchezza cavalleresca, può condurre il cavaliere alla rovina e condannare la fata a rimanere una sirena per sempre.

La figura di Melusina è visibile in molte chiese medioevali, specialmente quelle romaniche. In questi luoghi di solito Melusina occupa i capitelli e in molti casi possiede due code, carica di significat sessuali e ricollegandosi in alcuni casi alla figura di Sheela na Gig dell'eredità celtica britannica.

nell'immagine sopra: una classica rappresentazione celtica irlandese di Sheela Na Gig, una rappresentazione più moderna della stessa figura a Sainte Radegonde, Poitiers in Francia dove è molto meno frequente. Nell'ultima foto una tipica rappresentazione di Melusina, come sirena su di un capitello.

Ora vorrei parlare della similitudine della stessa Melusina con Naga Kanya, figura leggendaria della mitologia indiana, metà donna e metà serpente. Essa appartiene ai Naga, divinità che popolano il sottosuolo, raffigurate di solito come serpenti e legati al culto della Madre Terra. E' interessante notare come queste figure risalgano al periodo della civiltà della valle dell'Indo, come ad esempio la figura di Pasupathi, ancestrale rappresentazione di Shiva e incredibilmente simile al dio celtico Cernunnos (LINK). Molte rappresentazioni di Melusina sono anch'esse incredibilmente simili alla rappresentazione di Naga kanya (foto sotto), che poi in molti casi è metà serpente, non solo pesce.


Naga Kanya considerata anche figlia dei Naga, è protettrice dei serpenti, ma come Melusina è anche legata al cultu dell'acqua, dei fiumi e della pioggia ed ha un posto d'onore nella religione Indù e Buddista non solo in India. Per chiudere il cerchio vorrei ora proporre alcune immagini di Sheela Na Gig e della divinità indiana della fertilità Lajja Gauri. Ancora una volta le sue origini risalgono al periodo pre-induista della civiltà della valle dell'Indo ed è sopravvissuta fino ad oggi.

Nelle foto sopra una rappresentazione di Sheela Na Gig che si trova nella chiesa di Notre-Dame de Bruyères-et-Montbérault e due sculture di Lajja Gauri in India. 

Vedi anche:
Chiesa di San secondo a Cortazzone
Sacra di San Mchele

Melusina web:
Libro: MELUSINA - TURING VON RINGOLTINGEN - stampa alternativa 1991.