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mercoledì 5 aprile 2023

La colonna del Diavolo di Milano.

 La "colonna del diavolo" si trova in Piazza Sant'Ambrogio a Milano ed è quindi sempre visitabile. Si tratta di una colonna che faceva parte del palazzo imperiale di Milano costruito dall'Imperatore Massimiano alla fine del III secolo, nell'epoca in cui la città romana di Mediolanum diventò capitale dell'Impero romano d'Occidente.

LA LEGGENDA: Il nome della colonna è dovuto a due leggende: la principale è quella per cui il diavolo cercando di impedire a Sant'Ambrogio di cristianizzare i milanesi cercò di incornarlo ma, mancandolo, si scontrò con la colonna incastrandosi con le corna. Il malefico restò incastrato in questa posizione per ben un giorno e poi scomparì in una nuvola di zolfo, lasciando appunto i due buchi. L'altra leggenda, che da seguita alla prima, dice che ancora oggi avvicinandosi ai due fori si possa sentire odore di zolfo e progendo l'orecchio si sentirebbe addirittura il rumore delle acque dello Stige.

LA STORIA: La colonna era, come detto in apertura, parte del palazzo imperiale romano di Milano ma si dice che poi anche nel medioevo gli imperatori del Sacro Romano Impero, in occasione dell'incoronazione a Re d'Italia, avrebbero dovuto abbracciare la colonna. Si dice che essi giurassero sul messale per poi ricevere la corona ferrea abbracciando questa colonna. La colonna venne scoperta nell'800 e sotto di esse vennero trovate molte sepolture. Questa fa pensare che essa potesse essere stata riusata come colonna cimiteriale nel punto in cui vennero sepolti i martiri chiestiani e da questo deriverebbero le leggende che hanno a che fare con il diavolo.

sabato 20 novembre 2021

La Tavola di Polcevera: testimonianze delle popolazioni liguri.

Penso che questo sia uno dei post più interessanti apparsi su questo blog, parleremo di una delle più notevoli e purtroppo poco conosciute testimonianze sul passato preromano e sulle popolazioni liguri che occupavano l'area dell'entroterra genovese verso il basso Piemonte. Si tratta dell'iscrizione della tavola di Polcevera: una lamina bronzea spessa 0,2 cm, alta 38 cm e larga 48 cm sulla quale è stata incisa una sentenza in lingua latina emessa dal Senato di Roma nel 117 a.C. su una questione di confini tra le popolazioni liguri locali ed è importantissima sia per la storia delle popolazioni locali che per la storia del diritto. Attualmente si trova al Museo Civico di Archeologia Ligure di Pegli (Genova).


Il ritrovamento:
La tavola in questione venne scoperta nel 1506 nel greto del torrente Pernecco a Pedemonte di Serra Riccò da un contadino del luogo, Agostino Pedemonte che la portò a Genova per vendere il metallo e farla fondere. Per grandissima fortuna la notizia del ritrovamento giunse allo storico e vescovo Agostino Giustiniani che la fece acquistare dal Governo della Repubblica di Genova. Lo stesso Giustiniani la tradusse in Italiano e qui di seguito ne forniamo il testo in Italiano (da Wikipedia):

«Quinto e Marco Minucji, figli di Quinto, della famiglia dei Rufi, esaminarono le controversie fra Genuati e Viturii in tale questione e di presenza fra di loro le composero. Stabilirono secondo quale forma dovessero possedere il territorio e secondo quale legge si stabilissero i confini e ordinarono di fissare i confini e che fossero posti i termini. E comandarono che, quando fossero fatte queste cose, venissero di presenza a Roma. A Roma di presenza pronunciarono la sentenza, in base ad un decreto del Senato, alle Idi di Dicembre sotto il consolato di Lucio Cecilio, figlio di Quinto e di Quinto Muzio, figlio di Quinto.In base alla quale sentenza fu giudicato: esiste un agro privato del castello dei Viturij il quale agro possono vendere ed è lecito che sia trasmesso agli eredi. Questo agro non sarà soggetto a canone. I confini dell'agro privato dei Langati: presso il fiume Ede, dove finisce il rivo che nasce dalla fonte in Manicelo, qui sta un termine. Quindi si va su per il fiume Lemuri fino al rivo Comberanea. Di qui su per il rivo Comberanea fino alla Convalle Ceptiema. Qui sono eretti due termini presso la via Postumia. Da questi termini, in direzione retta, al rivo Vindupale. Dal rivo Vindupale al fiume Neviasca. Poi di qui già per il fiume Neviasca fino al fiume Procobera. Quindi già per il Procobera fino al punto ove finisce il rivo Vinelasca; qui vi è un termine. Di qui direttamente su per il rivo Vinelasca; qui è un termine presso la via Postumia e poi un altro termine esiste al di là della via. Dal termine che sta al di là della via Postumia, in linea retta alla fonte in Manicelo. Quindi già per il rivo che nasce dalla fonte in Manicelo sino al termine che sta presso il fiume Ede. Quanto all'agro pubblico posseduto dai Langensi, i confini risultano essere questi. Dove confluiscono l'Ede e la Procobera sta un termine. Di qui per il fiume Ede in su fino ai piedi del monte Lemurino; qui sta un termine. Di qui in su direttamente per il giogo Lemurino; qui sta un termine. Poi su per il giogo Lemurino; qui sta un termine nel monte Procavo. Poi su direttamente per il giogo alla sommità del monte Lemurino; qui sta un termine. Quindi su direttamente per il giogo al castello chiamato Aliano; qui sta un termine. Quindi su direttamente per il giogo al monte Giovenzione; qui sta un termine. Quindi su direttamente per il giogo nel monte apennino che si chiama Boplo; qui sta un termine. Quindi direttamente per il giogo apenninico al monte Tuledone; qui sta un termine. Quindi già direttamente per il giogo al fiume Veraglasca ai piedi del monte Berigiema; qui sta un termine. Quindi su direttamente per il giogo al monte Prenico; qui sta un termine. Quindi già direttamente per il giogo al fiume Tulelasca; qui sta un termine. Quindi su direttamente per il giogo Blustiemelo al monte Claxelo; qui sta un termine. Quindi già alla fonte Lebriemela; qui sta un termine. Quindi direttamente per il rivo Eniseca al fiume Porcobera; qui sta un termine. Quindi già per il fiume Porcobera fin dove confluiscono i fiumi Ede e Porcobera; qui sta un termine. Sembra opportuno che i castellani Langensi Viturii debbano avere il possesso e il godimento di questo agro che giudichiamo essere pubblico. Per questo agro i Viturli Langensi diano, quale contributo, all'erario di Genua ogni anno 400 "vittoriati". Se i Langensi non pagheranno questa somma e nemmeno soddisferanno i Genuati in altro modo, beninteso che i Genuati non siano causa del ritardo a riscuotere, i Langensi saranno tenuti a dare ogni anno all'erario di Genua la ventesima parte del frumento prodotto in quell'agro e la sesta parte di vino. Chiunque Genuate o Viturio entro questi confini possieda dell'agro, chi di essi li possieda, sia mantenuto nel possesso e nel godimento, purché il suo possesso dati almeno dalle calende del mese Sestile del consolato di L. Cecilio Metello e di Quinto Muzio. Coloro che godranno di tali possessi pagheranno ai Langensi un canone in proporzione, così come tutti gli altri Langensi che in quell’agro avranno possessi o godimenti. Oltre a questi possessi nessuno potrà possedere in quell'agro senza l'approvazione della maggioranza dei Viturii Langensi, e a condizione di non introdurvi altri che Genuati o Viturij, per coltivare. Chi non obbedisce al parere della maggioranza dei Langensi Viturii, non avrà ne godrà tale agro. Quanto all'agro che sarà compascuo sarà lecito ai Genuati e Viturii pascervi il gregge come nel rimanente agro genuate destinato a pascolo pubblico; nessuno lo impedisca e nessuno s'opponga con la forza e nessuno impedisca di prendere da quell'agro legna o legname. La prima annata di canone, i Viturii Langensi dovranno pagarla alle calende di gennaio del secondo anno, all'erario di Genua, e di ciò che godettero o godranno prima delle prossime calende di gennaio non saranno tenuti a pagare canone alcuno. Quanto ai prati che durante il consolato di L. Cecilio e Q. Muzio erano maturi al taglio del fieno, siti nell'agro pubblico, sia in quello posseduto dai Viturii Langensi, sia in quello posseduto dagli Odiati, dai Dectunini e dai Cavaturini e dai Mentovini, nessuno vi potrà segare né condurvi bestie al pascolo, né sfruttare in altro modo senza il consenso dei Langensi e degli Odiati, e dei Dectunini e dei Cavaturini e dei Mentovini, per quella parte che ciascuno di essi possederà. Se i Langensi o gli Odiati, o i Dectunini o i Cavaturini o i Mentovini vorranno in quell'agro stabilire nuovi patti, chiuderlo, segarvi il fieno, ciò potranno fare a condizione che non abbiano maggiore estensione di praterie di quel che ebbero e godettero nell'ultima estate, Quanto ai Viturii, che nelle questioni con i Genuensi, furono processati e condannati per ingiurie, se qualcuno è in carcere per tali motivi, i Genuensi dovranno liberarli e proscioglierli prima delle prossime Idi del mese Sestile. Se a qualcuno sembrerà iniquo qualcosa di quanto è contenuto in questa sentenza, si rivolga a noi, ogni giorno primo del mese che siano liberi da cause sulle controversie e sugli affari pubblici.»

Moco Meticanio, figlio di Meticone
Plauco Pelianio, figlio di Pelione

Come si può capire si tratta di un testo straordinariamente importante in quanto, oltre alla testimonianza giuridica, grazie ad esso siamo in grado di conoscere i nomi di diverse tribù liguri della zona, sappiamo che attorno al primo secolo prima di Cristo, nonostante la conquista romana, le genti erano ancora liguri, anche gli stessi Genuati. Possiamo addirittura conoscere gli antichi nomi liguri di monti, fiumi e torrenti anche se non è facile capire a quali corrispondessero oggi.

La contesa e il contesto in breve: 
Nel 113 prima di Cristo i liguri Genuati e i Viturii Langenses della Val Polcevera chiamano ad arbitrare una loro disputa territoriale i senatori romani Quinto e Marco Minucio Rufo, di una importante famiglia patrizia che aveva forti legami con i galli padani in quanto discendenti del console Quinto Minucio Rufo che nel 197 a.C. aveva sconfitto i Boi e varie tribù liguri e ne era divenuto "protettore". Per Roma infatti Genova e la Val Polcevera erano diventate molto importanti con la costruzione del 148 a.C. della via Postumia che collegava la costa alla Gallia Cisalpina.

Quello che bisogna sapere:
Le popolazioni liguri dell'età del ferro occupavano gran parte del territorio che va dalla zona di Marsiglia fino al nord dell'attuale Toscana ma anche l'entroterra a nord di questa costa fino all'attuale Svizzera. Erano di cultura celtica e parlavano una lingua di questa famiglia e non si differenziavano molto dalle altre popolazioni galliche anche se l'inospitalità di queste terre, li rendeva agli occhi dei romani particolarmente "rudi". Vivevano di sussistenza con attività di silvicoltura e pastorizia e abitavano in Capanne di legno e paglia arroccati in oppida o castellari. Se molte di queste popolazioni resistettero e combatterono i romani fino all'ultimo, altri popoli, come i Genuati (che fondarono Genova) iniziarono presto a intrattenere rapporti con i Greci che approdavano li sulla rotta per la colonia di Marsiglia e poi con i Romani con i quali si allearono da subito. Grazie a questo gli antichi genovesi godevano di un tenore di vita molto più alto di quello dei vicini, ma quest'amicizia fece anche si che la città venisse distrutta durante le guerre puniche (mentre le tribù vicine si allearono con i cartaginesi contro Roma). In ogni caso, la città venne ricostruita con l'aiuto di Roma e godeva di molti privilegi, mantenendo una posizione predominante sulle altre tribù dell'entroterra. Quando i romani definitivamente sconfisse queste ultime e costruì nel 148 a.C. la Via Postumia che collegava Genova a Libarna e quindi con la Gallia Cisalpina, ricominciarono i dissidi tra le popolazioni dell'entroterra, in particolare con i Viturii, ai quali i Romani avevano confiscato le terre e poi in parte ridate a Genuati e in parte rimesse in cambio di tributi. L'incremento della popolazione dei Viturii Langenenses li aveva ora spinti ad occupare le terre più in basso per la coltivazione dei campi e così erano aumentate le tensioni, tanto che i Genuati avevano anche imprigionato alcuni vicini. La cosa molto interessante è che con la sentenza i Romani non imposero la loro legge in territorio ligure, ma fecero valere con la loro autorità il rapporto tra Genova, città ancora autonoma e le comunità liguri ad essa soggette con la definizione di confini definiti.

Nomi Liguri:
Attraverso questo testo latino siamo venuti a conoscienza dei primi nomi di persone Liguri di cui si abbia notizia in quanto presenti al processo Moco Meticanio, figlio di Meticone e Plauco Pelianio, figlio di Pelione, probabilmente adattati alla lingua latina ma accurati. Si riconoscono chiaramente i suoni tipici della lingua ligure e celtiche continentali "gl." in Pelianio e Pelione, riscontrabile oggi in Pegli e "gn" in Meticanio e Pelianio che con ogni probabilità indicava "Il figlio di". Entrambi i suoni sono rintracciabili ancora oggi in tanti nomi con particolare incidenza nell'Italia nord occidentale, in Francia e in Spagna (la doppia L di Bastille - Bastiglia). 


Le terre interessate dalla disputa:
Non è facilissimo identificare esattamente la zona di cui parliamo in quanto i nomi di fiumi e monti sono quelli usati dai Liguri più di 2000 anni fa e non coincidono quasi mai con quelli attuali  (vedi paragrafetto sotto). La tesi più accreditata indica la Val Polcevera e i territori oggi occupati dai comuni di  Campomorone, Mignanego, Ceranesi, Fraconalto e il quartiere genovese di Pontedecimo. Due dei cippi posti a seguito della sentenza sono stati identificati: uno (foto sopra) si trova a poca distanza dalla S.P. dei Piani di Praglia e corrisponde al Mons Lemurinus del testo. L'altro è stato sommerso nel lago artificiale della Busalletta.

I luoghi nominati riconoscere i toponimi liguri:
Questa tavola ci permette anche di conoscere i nomi liguri di alcuni fiumi, torrenti e monti che non è facile identificare oggi. Come abbiamo visto sopra il Mons Lemurinus è stato identificato tramite il monolite che ancora oggi si può vedere. Il Monte Boplo sarebbe il Monte Taccone e il Monte Tuledon sarebbe il Monte Leco di oggi. E' notevole poter identificare il villaggio fortificato (castellaro) dei Viturii Langenses che senza dubbio oggi è proprio Langasco con il comunissimo suffisso gallico *asco che indica i paesi che sorgono sui fiumi (VEDI LINK).

Langasco (frazione di Campomorone) un tempo castellaro dei Viturii Langenses.

Tra i fiumi vengono indicati (in ordine di testo):

"Il fiume Ede";
"il rivo che nasce dalla fonte in Manicelo" identificato con il rio Gioventina.
"Il fiume Lemuri" identificato con il torrente Verde.
"il rivo Comberanea" identificato con il rio Rizzolo. ("rivo che porta alla confluenza" (P.S.) (P) (T). Infatti a Isoverde convergono tre corsi d'acqua che all'età della Sentenza formavano il flovio Lemuri.)
"Il fiume Procobera o Porcobera" identificato con il torrente Ricò.
"Il rivo Vindupale" con il rio Riasso.
"il fiume Neviasca" con il rio di Paveto.
"Il rivo Vinelasca" col vallone a Sud di Mignanego.
"Il fiume Veraglasca" identificato con il Torrente Lemme.
"Il fiume Tulelasca" con il Rio Busalletta.
"il rivo Eniseca" identificato con il Rio dei Giovi. (A "rivo Eniseca" è attribuito il significato di "rivo che incide la montagna").


Il Monte Leco (Monte Tuledon), facilmente riconoscibile per le numerose antenne.

Tra i monti vengono indicati (sempre in ordine di testo):

"Il Monte Lemurino" identificato con il Monte Lavergo.
"Il Monte Procavo" identificato con il Monte Pesucco.
"Il Monte Giovenzione" identificato con il Quota 1005 m
"Il Monte appennino che si chiama Boplo" oggi identificato con il Taccone, si parla già di "appennino" riferibile ovviamente a "penn" (picco, altura, sommità o anche "alpeggio" in lingua celtica o riferibile alla divinità delle alture Penn).
"Il Monte Tuledone" oggi identificato con il Leco. (A "monte Tuledone" è dato il significato di "cima tondeggiante" (P.S.), che ben si addice al profilo del monte Lecco, visto sia dalla cresta di confine che sale al monte Taccone, sia dalla media Valpolcevera (Rivarolo, Bolzaneto).
"Il Monte Berigiema"
"Il Monte Claxelo" (Mons Claxrelus) identificato con il Monte Ranfreo.
"Il Monte Prenico" con il Ventoporto.

Altri luoghi:

"La convalle Ceptiena" (Alla "Comvalis Caeptiema" è attribuito il significato di "convalle": "avvallamento che mette in comunicazione due valli", (P.S.). U sito dove oggi sorge Pietralavezzara è un avvallamento che mette in comunicazione le valli di Isoverde e Mignanego.)
"Il Giogo Lemurino"
"Il Giogo Blustiemelo"
"La fonte Lebriemela" (Fons Lebriemelus) identificata con la Fonte a Ovest del Ranfreo.
"La fonte in Manicelo" identificata con la sorgente a occidente di Madonna delle Vigne.
"Il Castello Aliano" identificato con il Bric di Guana.
"La Confluenza Ede-Porcobera" identificata con la Confluenza Verde-Ricò.

*Giogo: sommità allungata di una montagna.

Le popolazioni nominate:

I Genuati: la popolazione che fondò Genova.
I Viturii Langenses (o Viturii o Langensi): la tribù in contesa che aveva centro a Langasco (frazione di Campomorone, GE)
Gli Odiati.
I Dectunini (o Dertonini): altra tribù celto-ligure che fondò il primo nucleo di Tortona (AL) in Piemonte su cui i Romani fondarono appunto Dertona.
I Cavaturini: la popolazione che aveva il suo castellaro nel luogo in cui oggi sarge appunto Cavatore (AL) in Piemonte.
I Mentovini.

Come dicevamo all'inizio è incredibile quante informazioni ci giungano attraverso questo testo su popolazioni di cui generalmente si pensa di non sapere assolutamente niente e delle quali, se non fosse per ritrovamenti rarissimi di questo tipo, non conosceremmo nemmeno i nomi. 


LINKS:
pagina dedicata molto completa su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Tavola_bronzea_di_Polcevera


*************ricopio qui il testo della pagina http://www.altavallepolcevera.com/index.php/storia-valpolcevera/slideshow oggi sparita dalla rete:************


Origine della controversia

Nella seconda metà del II sec. a.C., Genova era città federata a Roma e la comunità rurale dei Langensi era sotto la sua giurisdizione ed amministrazione. Nel contesto socio-economico del tempo le terre arabili, i prati, i pascoli, i boschi erano più di oggi essenziali per la vita delle popolazioni rurali. I Langensi rivendicavano vari confini di tali terreni e una diversa normativa d'uso che i Genuati, forti della loro preponderanza, non erano disposti a riconoscere. In particolare, con lo sviluppo dei traffici marittimi e terrestri, delle costruzioni navali, i Genuati tendevano a privilegiare lo sfruttamento dei boschi. Per contro i Langati avevano interesse a sviluppare le culture prative che la vicinanza della via Postumia rendeva proficue per lo smercio del fieno.

La contesa raggiunse una fase acuta; contrasti e disordini divennero pericolosi per la sicurezza pubblica, tanto che i fatti vennero deferiti al supremo tribunale di Roma. La delicata posizione geo-politica del territorio langense, attraversato dalla via Postuinia, arteria di preminente valore strategico, richiedeva vigilanza di popolazioni in pace fra loro. Ciò indusse i Consoli ed il Senato romani ad intervenire.

La controversia verteva attorno ai limiti fra i terreni privati e quelli pubblici, nonché sulle norme d'uso degli stessi da parte dei Genuati e dei Langati. Tali tipi di problemi, ancor oggi, si risolvono solo sul posto. Così nell'anno 637 di Roma (117 a.C.) giunsero a Langasco due noti magistrati romani: Quinto e Marco Minucio Rufo, con i loro tecnici e assieme ai legati genuate e langense: Moco Meticanio e Plauco Pelanio fecero una minuziosa ispezione del territorio, composero la controversia e impartirono le disposizioni per la sistemazione dei termini confinari.

Tornati a Roma i magistrati dettarono la sentenza che fu resa per decreto del Senato il 13 dicembre dell'anno 637 di Roma, alla presenza dei legati delle due parti. Il testo fu inciso su lastra di bronzo la cui matrice rimase presso il Senato nel Tabularium o sanctuarium Caesaris, mentre due copie furono consegnate ai contendenti. Una di tali copie è quella rinvenuta ad Isola di Pedemonte in Valpocevera nell'anno 1506.

I confini

Il contenuto della Sentenza, scritta in lingua latina, oltre alle norme sulla proprietà, possesso ed uso dei terreni di cui diremo più oltre, stabilisce i confini del territorio controverso. Proprio la parte del testo riservata ai confini è la più difficile da interpretare, tanto che i numerosi tentativi di identificazione compiuti dagli studiosi non coincidono. Leggendo il testo della Sentenza si apprende che i confini seguono corsi d'acqua, dorsali e contrafforti montuosi, inoltre, i termini sono fissati in punti caratteristici come cime, fonti, confluenze e attraversamenti di corsi d'acqua. Perciò una ricostruzione topografica attendibile deve tener conto principalmente degli elementi di oro-idrografia insiti nel testo della Sentenza, confrontati col territorio dell'epoca, ricostruito retrospettivamente sulla scorta delle fonti scritte e paleoambientali.

Ciò non è ancora sufficiente se si trascurano le normative dei compilatori: gli Agrimensori romani. Questi usavano una terminologia latina ben precisa, descritta nei loro codici, il cui corpus è riportato in scritti di più autori antichi.

Tenendo conto di quanto sopra è possibile ricostruire, partendo da dati non arbitrari e prescindendo da analisi linguistiche, i confini del territorio oggetto della Sentenza.

L 'agro privato

E' conveniente iniziare dall'agro privato perché per esso si hanno subito disponibili dati sicuri. La particolare forma di quest'agro, ricavabile dal testo della Sentenza, è limitata da corsi d'acqua appartenenti ad un solo bacino idrografico, inoltre il territorio è posto "a cavallo" della via Postumia. Ciò, a confronto col terreno, non lascia dubbi sulla precisa identificazione del centro dei Langensi con l'attuale territorio di Langasco. Si ottengono così le seguenti corrispondenze.

Flovio Porcobera col torrente Ricò;
Flovio Lemuri con l'alto corso del torrente Verde;
rivo Comberanea col rio Rizzolo;
rivo Vindupale col rio Riasso;
rivo Neviasca col rio di Paveto;
rivo qui oritur ab fonte in Mannicelo col rio Gioventina;
fonte in Mannicelo con la sorgente a occidente di Madonna delle Vigne;
rivo Vinelasca col vallone a Sud di Mignanego.

I confini dei terreni riconosciuti privati sono perciò i seguenti. Dalla fonte situata a 150 m. ad Ovest della cappella della Madonna delle Vigne, il confine scende lungo il rio affluente del rio Gioventina e per lo stesso scende fino al torrente Verde, in un punto oggi riconoscibile perché è di fronte alla sede del Comune di Ceranesi. Qui era posto il primo termine. Poi il confine risale il Verde ed il rio Rizzolo fino a Pietralavezzara. Qui erano posti due termini a cavallo della via Postumia. Da Pietralavezzara il confine scende direttamente nel rio Riasso e per esso va nel rio di Paveto che segue fino al torrente Ricò. Quindi il confine scende il Ricò fino ad incontrare, a destra, il rio che proviene da Madonna delleVigne. Qui era posto un termine. Poi il confine risale il rio fino alla cappella del valico dove erano posti due termini a cavallo della via Postumia. Infine scende fino alla fonte dove era partito. Il territorio entro tali confini include: la conca di Langasco, la località Campora, parte di Campomorone, parte di Pietralavezzara e Mignanego. Questi terreni furono riconosciuti di proprietà delle famiglie della comunità, esenti da canone, vendibili e trasmissibili agli eredi.

L 'agro pubblico

Disponendo di dati sicuri sul circuito di confine dell'agro privato è stato possibile ricostruire anche l'estensione dell'agro pubblico. A differenza dell'agro privato, i cui confini sono segnati quasi esclusivamente da corsi d'acqua, per l'agro pubblico sono i crinali montuosi a prevalere, particolarmente nella parte centrale del circuito. Solo il tratto iniziale e i due tratti finali seguono l'idrografia.

Anche per l'agro pubblico è stato possibile individuare una particolare forma fisica che a confronto col terreno ha dato una sola possibilità di identificazione.

Conseguentemente si sono stabilite le seguenti corrispondenze:
- Confluenza Ede-Porcobera Confluenza Verde-Ricò
Mons Lemurinus infumus Località Pontasso
Mons Lemurinus Monte Lavergo
Mons Pocavus Monte Pesucco
Mons Lemunnus summus Poggio "il Termine"
Castelus Alianus Bric di Guana
Mons Joventio Quota 1005 m
Mons Apenninus Boplo Monte Taccone
Mons Tuledo Monte Lecco
Flovio Veraglasca Torrente Lemme
Mons Prenicus Ventoporto
Flovio Tulelasca Rio Busalletta
Mons Claxrelus Monte Ranfreo
Fons Lebriemelus Fonte a O. del Ranfreo
Rivo Eniseca Rio dei Giovi
Flovio Porcobera Torrente Ricò

Pertanto, il confine di tale agro, partendo da Pontedecimo, segue il torrente Verde fino al Pontasso, risale il contrafforte a sinistra, toccando il monte Larvego, il monte Pesucco, sino al poggio detto "il Termine", sullo spartiacque Polcevera Gorzente. Quindi piega a destra per detto spartiacque toccando il Bric Roncasci, il Bric di Guana, la quota 1005 m e il monte Taccone sullo spartiacque dei Giovi, che poi segue sino al monte Lecco. Da questo punto scende la costa a Nord sino al letto del torrente Lemme, lo attraversa, per poi guadagnare in salita la quota 815 m sopra Ventoporto. Da questa cima pianeggiante, il confine scende per la costiera di case Freccie fino al rio Busalletta. Attraversato il rio Busalletta, il confine sale il contrafforte a Sud sino al monte Ranfreo sullo spartiacque dei Giovi.

Dal monte Ranfreo scende direttamente alla sorgente ove parte l'attuale acquedotto di Fumeri e per il rio dei Giovi giunge alla confluenza del torrente Ricò a Ponterosso. Infine per il Ricò raggiunge Pontedecimo.

Lungo il circuito erano posti 15 termini come mostrato dalla carta il territorio include:

Larvego, Caffarella, Isoverde, Gallaneto, Cravasco, Paveto, Fumeri, Costagiutta, Cesino e parte di Pontedecimo. Questi terreni erano aperti all'uso precario tanto dei Langensi quanto dei Genuati per concessione dell'Assemblea langense. I terreni pubblici, a differenza di quelli privati, erano soggetti alla corresponsione di un canone stabilito.

Corrispondenze tra individuazioni topografiche e analisi linguistiche

Una acquisizione apportata alla ricostruzione topografica, riguarda la più precisa corrispondenza tra le nostre individuazioni e le analisi linguistiche compiute dagli specialisti sui toponimi della Sentenza.

I luoghi individuati lungo i confini, associati ai relativi toponimi della Sentenza, hanno ciascuno caratteristiche geomorfologiche diverse. In alcuni casi, tali caratteristiche, mostrano sensibili corrispondenze, anche se, sul significato di quel toponimo non sempre vi è accordo tra gli studiosi. Vediamo alcune corrispondenze significative.

Al "monte Procavo" e stato attribuito il significato di "monte che si affaccia sulla cavità" (P.S.). Ciò corrisponde perfettamente alle caratteristiche del monte Pesucco luogo del IV termine confinario dell'agro pubblico.

Ad "apenninum" si da il significato di "cresta sommitale" (T), oppure di "alpeggio" (P.S.).

La prima versione corrisponde perfettamente alle caratteristiche del tratto di cresta fra il monte Taccone ed il monte Lecco (tratto più elevato dell'intero circuito dell'agro pubblico), posto tra l'88 ed il 98 termine confinario.

A "mons Boplo" è attribuito il significato di "altura" (D. e P.S.), il che corrisponde alle caratteristiche del monte Taccone, il quale oltre ad emergere vistosamente dalla cresta, è anche il monte più alto della Valpolcevera e di tutto il sistema orografico descritto dalla Sentenza.

A "monte Tuledone" è dato il significato di "cima tondeggiante" (P.S.), che ben si addice al profilo del monte Lecco, visto sia dalla cresta di confine che sale al monte Taccone, sia dalla media Valpolcevera (Rivarolo, Bolzaneto).

A "rivo Eniseca" è attribuito il significato di "rivo che incide la montagna" (T., P.S., P.) ed in realtà il rio dei Giovi, da noi identificato con l'Eniseca, ha attualmente profili trasversali più profondi rispetto agli altri corsi d'acqua richiamati dalla Sentenza. Non vi è ragione di pensare a cambiamenti vistosi di tali profili dall'epoca della Sentenza ad oggi. La maggior incisione dell'alveo è tale anche a confronto con corsi d'acqua vicini scorrenti in termini di analoga composizione litologica. Si può quindi pensare che il letto profondo del rio dei Giovi, derivi dall'antica impostazione morfologica unita all'erosione superficiale successiva dovuta all'abbondanza non solo della "fons Lebriemela", ma anche delle sorgenti circostanti.

A Ponterosso è localizzato il toponimo Ricò. Ricò deriva da "rivi caput" cioè, "punto d'origine di un corso d'acqua". Fu introdotto dagli Agrimensori romani per indicare il punto di confine (P.S.). Infatti a Ponterosso è posto il 150 termine dell'agro pubblico secondo la nostra ricostruzione.

Alla "Comvalis Caeptiema" è attribuito il significato di "convalle": "avvallamento che mette in comunicazione due valli", (P.S.). U sito dove oggi sorge Pietralavezzara è un avvallamento che mette in comunicazione le valli di Isoverde e Mignanego.

Al "rivo Comberanea", attuale rio Rizzolo, è dato il significato di "rivo che porta alla confluenza" (P.S.) (P) (T). Infatti a Isoverde convergono tre corsi d'acqua che all'età della Sentenza formavano il flovio Lemuri.

Caratteristiche del territorio

La ricostruzione sopra delineata porta nuove acquisizioni anche per la conoscenza del territorio e delle risorse disponibili. Anzitutto l'estensione. Esso misura complessivamente 4100 ettari di cui 700 per i terreni privati. Inoltre, contrariamente a quanto si è sempre creduto, i terreni non superano, ad oriente, la linea del torrente Ricò e a Nord invece scavalcano lo spartiacque dei Giovi, includendo un'ampia area a vocazione forestale.

Ancora: il Castelus Alianus non risulta situato sullo spartiacque dei Giovi presso la via Postumia, come è sempre stato sostenuto, ma sorgeva sul Bric di Guana, sullo spartiacque occidentale, nei pressi del valico per Marcarolo. Ciò può far pensare che già nell'epoca della Sentenza erano importanti non una ma due direttrici viarie: quella per Libarna-Tortona e quella per Marcarolo-Asti.

Come è facile capire dalle descrizioni precedenti il territorio è esclusivamente montano con dorsali e contrafforti dai versanti a pendenze variabili, con ripiani a mezza costa non numerosi e di superficie contenuta. Tuttavia, la apparente carenza di aree pianeggianti è compensata dalla morfologia dolce delle aree alle quote intermedie dove in realtà si è sviluppato l'insediamento.

Se si confronta il territorio definito dalla ricostruzione topografica con una carta geologica si ricava che i terreni dell'agro privato sono concentrati in un area a substrato argilloscistoso-filladico, caratteristico per lo sviluppo di suolo profondo e fertile che, nelle esposizioni favorevoli, è indicato per attività agricole di buon rendimento. Inoltre il tipo di roccia poco permeabile consente la presenza di un rilevante numero di sorgenti.

Nei terreni dell'agro pubblico predominano ad Ovest le serpentiniti, poco favorevoli allo sviluppo di vegetazione arborea, ma idonee all'instaurazione di formazioni erbacee utili per il pascolo. Anche nell'area di monte Carlo e del rio d'Iso, dove predominano rocce carbonatiche, aride per la circolazione carsica e povere di suolo, può svilupparsi il pascolo magro.

Nell'area attorno al monte Lecco, dominano i metagabbri, i quali pur essendo poco erodibili, producono suolo sufficiente per lo sviluppo di coperture boschive. Infine ad oriente, dove predominano i flyshs cretacei, i suoli sono adatti per tutte le culture.

Occorre inoltre ricordare la presenza di ricchi corsi d'acqua interni e di confine come il Verde, il Lemme, il Busalletta, il Ricò, sfruttabili per l'esercizio della pesca.

Queste sono le risorse ambientali disponibili. Dalla Sentenza possiamo ricavare le risorse economiche che la comunità ha saputo produrre con le tecniche e le attrezzature che possedeva.

Attività e tecniche agricole

La Sentenza ci documenta alcuni prodotti che attestano l'utilizzazione di tutte le risorse disponibili. Anche se il riferimento è solo per l'agro pubblico ciò non esclude che cereali e vite fossero coltivati anche nell'agro privato. Anzi è proprio nell'agro privato che si sono attuate le prime coltivazioni.

Si può pensare che il podere famigliare si costituiva in prossimità dell'abitato con orti, frutteti, vigneti, seminativi e prati e col tempo andava espandendosi utilizzando i terreni più adatti, tanto da occupare aree relativamente distanti dall'abitato come documentato dalla Sentenza.

Tale sviluppo era dovuto al fatto che da tempo le tecniche agricole avevano beneficiato dell'introduzione degli attrezzi in ferro (zappa, vanga, aratro, falce fienaia), tanto che ciò ha reso possibile non solo la produzione per la sussistenza, ma anche la formazione di un sovraprodotto per la corresponsione del canone ai Genuati.

E' implicito nei campi l'impiego delle rotazioni biennali (un anno a cereali, un anno a riposo lavorato), diffuso da tempo in tutta Italia. E' noto che la rotazione ha lo scopo di ripristinare la fertilità del terreno e di riutilizzare il campo l'anno successivo al riposo. Questo non si può ottenere con la tecnica del debbio. Circa i cereali coltivati, è sicuro, l'abbandono dei cereali locali (miglio e farro) a favore di quelli orientali come il frumento. Ce lo documenta la Sentenza.

Non sappiamo se nell'anno del riposo lavorato si impiegassero piante rigeneratrici come le leguminose, note per il loro potere fissatore dell'azoto nel terreno, però l'archeologia documenta, per la Liguria di Levante, culture di favino e pisello in età preromana.

Anche lo sviluppo dei prati, così esteso da impegnare l'agro pubblico, è favorito dall'avvento degli attrezzi in ferro. La falce fienaia è praticamente nata con l'introduzione del ferro. Essa ha prodotto un notevole incremento della foraggiatura.

I prodotti dell'agricoltura erano integrati dall'allevamento ovi-caprino sui terreni compascqui (pascoli comuni). L'agro compascuo, comprendeva oltre ai pascoli anche i boschi dai quali sia i Genuati sia i Langensi potevano trarre legna da ardere e da costruzione. Alle aree compascuali appartenevano anche i corsi d'acqua nei quali si poteva esercitare il diritto di pesca. L'indronimo ligure Porcobera, secondo i linguisti, significa "fiume portatore di trote".

L'esercizio della caccia non è documentato, ma dalla preistoria ad oggi l'uomo non ha mai cessato di cacciare. Nel territorio, al tempo della Sentenza, non mancavano cinghiali, cervi, daini, caprioli, lepri, pernici rosse, starne, per citare solo le specie più comuni.

Cenno al contesto socio-economico

Che la produzione fosse ben al di sopra della sussistenza ci é documentato dalla Sentenza dove si afferma che la corresponsione di un canone in natura (1/20 di frumento e 1/6 di vino), oppure in denaro (400 vittoriati). Perchè una comunità possa permettersi una corresponsione del canone in denaro, è necessario che abbia sviluppato da tempo forme di commercio ben consolidate e un ente centrale di coordinamento per la riscossione di canoni singoli.

Si delinea allora, fra i membri della comunità, una diversificazione di compiti rispetto a quelli propri della produzione e la necessità di una organizzazione del lavoro. Accanto agli agricoltori operavano i commercianti, gli addetti ai trasporti, i coordinatori. L'organizzazione produttiva, non solo doveva essere in grado di accumulare il sovraprodotto destinato allo scambio ed al commercio, ma reciprocamente doveva garantire la ridistribuzione di quanto ricevuto dallo scambio alla popolazione e la corresponsione all'erario di parte dei ricavati del commercio.

In queste condizioni siamo di fronte ad una vera e propria gestione e mobilizzazione delle risorse. Si può allora parlare non di sussistenza ma di economia. Inoltre ciò implica nell'organizzazione una qualche forma di leader-ship permanente. Ecco allora il delinearsi di un tipo di società non più egualitaria come per una comunità tribale, ma una comunità in evoluzione verso una forma di organizzazione superiore. Ad attestarlo è la stessa Sentenza quando afferma che gli occupanti dell'agro pubblico sono chiamati a corrispondere alla comunità un canone pro portione (linea 29). Tale incipiente differenziazione sociale all'interno della comunità rappresenta il primo passo verso una differenziazione di poteri fra individui. Poteri che non hanno ancora efficacia sulle decisioni della comunità perché in essa permane l'istituto politico supremo dell'Assemblea Popolare dove si delibera de maiore parte (linea 30), cioè a maggioranza di suffragi.

Le comunità nominate nella Sentenza erano legate all'oppido Genuate da rapporti particolari di subordinazione, sviluppati da tempo in virtù della posizione preminente di Genova come "emporio dei liguri". (20) Ciò è attestato dalle fonti scritte e dalle fonti archeologiche. Nella Sentenza la subordinazione è palese per più ragioni. Anzitutto l'imposizione del canone, che sancisce possesso e uso dell'agro da parte dei Langensi, ma dominio da parte dei Genuati. Inoltre, mentre i Genuati possono occupare appezzameriti dell'agro pubblico da parte dei Langensi, nessun cenno appare, nella Sentenza, di analogo reciproco diritto dei Langensi sull'agro pubblico di Genova. Genova appare in posizione egemonica nei confronti delle comunità circostanti. Infine, la Sentenza ci attesta che i Genuati, nel corso della controversia coi Langensi, hanno "giudicati, condannati ed imprigionati" alcuni membri di quest'ultima comunità (linea 43). Tale fatto testimonia anche dell'esistenza in Genova di un apparato repressivo, inesistente presso le comunità circostanti. La presenza di una forza pubblica è l'elemento principale che distingue l'organizzazione sociale statale dall'organizzazione sociale primitiva delle tribù gentilizie e delle tribù territoriali. Presenza che diventa necessaria quando la società è spiccatamente differenziata, costituita da classi diverse, inevitabilmente in lotta tra loro.

Anche a Genova l'intensificazione dei traffici, dei commerci e dell'artigianato ha contribuito allo sviluppo della comunità verso una forma di società più complessa, che all'epoca della Sentenza ci appare, anche se in modo embrionale, avviata verso forme di tipo statale.

Con la Sentenza il rapporto di subordinazione dei "castellani" Langensi nei confronti degli "oppidani" Genuati è confermato, se non consolidato, dal Senato romano.

Conclusioni

Concludendo si può affermare che la Tavola di Polcevera ci documenta una Genova che, verso la fine del II sec. a.C. ci appare in piena evoluzione. Essa è in grado di controllare le vie di comunicazione necessarie ai suoi commerci, tenendo in rispetto le popolazioni interne, con energia, ma senza soffocarne la particolare e privata autonomia. Non è nel suo interesse, né nel temperamento dei Liguri. La Tavola ci documenta altresì un Genovesato in lenta evoluzione, con economia non solo agro - silvo - pastorale ma, con commerci, tuttavia conservativo di antichi ordinamenti, che non tollerano usurpazioni dell'agro pubblico da parte dei più ricchi o dei più potenti. Ciascun individuo doveva pagare alla comunità il proprio canone come tutti gli altri, indipendentemente dallo status personale, come sancito dall'Assemblea Popolare, supremo istituto politico ancora integralmente conservato ed ereditato dall'antica Organizzazione gentilizia.


sabato 6 marzo 2021

Toponimi celtici nel territorio Alessandrino.

 INTRODUZIONE: Con questa lista cerchiamo di fare un po' di luce sulle origini tanto bistrattate degli alessandrini, in particolare ai nostri avi più antichi quelli che stavano qui prima dei Romani e dei Longobardi e di cui nessuno si ricorda ma a cui dobbiamo alla fine molto.

Nota: abbiamo deciso di non specificare ogni volta l'origine dei nomi come LIGURE o CELTICA, ormai è appurato che i Liguri dell'età del ferro appartenevano alla cultura proto-celtica e celtica continentale, parlavano lingue celtiche, adoravano le stesse divinità principali e avevano simili usanze.

FIUMI - idronimi celtici

Di questo argomento abbiamo già parlato in passato per esempio per quanto riguarda gli idronimi in Piemonte in questo (VEDI POST), che riportiamo qui brevemente. Iniziando dai due fiumi principali della zona, tra i quali è sorta Alessandria e prima di lei Forum Fulvii e prima ancora il centro celto ligure nello stesso punto che, dalle testimonianze archeologiche era abitato fin dal paleolitico.

* Il TANARO è uno dei fiumi più importanti d'Italia e il suo nome, già noto in antichità deriverebbe da TARANUS, variante locale di TARANIS dio celtico delle tempeste e dei fulmini affine allo Zeus/Giove classico, al Thor germanico e a Indra del panteon induista che con le sue piogge lo riempiva di acque donando sia la vita che le inondazioni disastrose. Altra possibile origine del nome sarebbe dall'unione dei due termini celtici  TAN, falesia e AR fiume, ma questa spiegazione risulta meno probabile.

* Il BELBO torrente che scorre nella valle omonima il cui nome è probabilmente legato alla radice *BEL- scintillante, luminoso, probabilmente riferibile alle sue acque e legato a molte divinità celtiche e liguri come Belenus (identificabile con l'Apollo romano), con numerosi riscontri anche in epoca romana in territorio padano, e Belisama. Anche questa valle era popolata, in epoca preromana, dalla tribù degli Statielli il cui Oppida capoluogo era Carystum (Vedi sotto) identificato oggi con Acqui Terme.

* Il BORMIDA o LA Bormida, conosciuto anche con il nome dialettale di Burmia o Bormia deriva dal termine celtico BOR che indica l'acqua che gorgoglia ed è strettamente al dio delle fonti BORMŌ conosciuto cn varianti locali come Borvo, Bormānus, Borbanus, ecc... "il gorgogliante"). Egli era legato alla salute delle acque sorgive e alle fonti termali. Se avete dei dubbi al riguardo pensate alla località termale di Bormio, a Bourbon Les Bains (fonti termali) in alta Marna e varie altre località in francia, ma soprattutto ad altri fiumi nella nostra zona. La valle era popolata, in epoca preromana, dalla tribù degli Statielli il cui Oppida capoluogo era Carystum (Vedi sotto) identificato oggi con Acqui Terme.

* Il BORBERA, che da il nome alla omonima valle in provincia di Alessandria (vedi Bormida) affluente dello Scrivia.

* Il BORBORE, affluente del Tanaro che scorre nelle province di Cuneo e di Asti ma che lo segnaliamo comunque per la vicinanza e l'affinità con i fiumi di qui sopra.

PAESI, BORGHI, LOCALITA'

* AQUAE STATIELLAE (ACQUI TERME)  deve il suo nome alle terme che i romani costruirono utilizzando le acque termali che tutti conosciamo. Il nome originario invece deriva dal nome delle popolazioni Gallo-liguri che qui avevano la loro capitale prima della conquista da parte romana (Vedi il post sul genocidio degli statielli: LINK) chiamata Carystum o Caryscum (vedi Carystum). Gli stessi Statielli, il cui nome gli era forse stato attribuito dai Romani e che voleva dire "gli abitanti originari" gli "stanziali" appunto. Il loro centri generalmente avevano nomi che iniziavano per Car* (forse per via del simbolo sacro delle corna come per i Carni e i Carnuti e del dio Cernunnos) ed è per questo che alcuni pensano che si trattassero dello stesso popolo o di una sotto tribù dei "Carmenati" che occupava grosso modo il territorio che oggi occupa la provincia di Alessandria e di cui si sa poco o nulla. Vedi il POST: "Popolazioni del Piemonte preromano"

* BERGOGLIO antico abitato che si trovava sulla sponda sinistra del Tanaro, demolito ad inizio '700 per fare spazio alla Cittadella di Alessandria. Dell'antico borgo si sa molto poco, ma ci rimangono alcune mappe d'epoca in cui si può notare l'impianto ortogonale che fa pensare si sia sviluppato in epoca medievale su di un accampamento militare romano. Il nome porta la radice indoeuropea Berg, che nelle lingue celtiche significa proprio borgo/villaggio e in quelle germaniche monte/altura. La stessa origine la troviamo anche in Bergamo e in zona in Bergamasco, sempre però con origine incerta. Il nome potrebbe anche rimandare alla divinità Bolgolio, noto solo per una stele gallo-romana scoperta in provincia di Brescia, di cui però non si sa nulla.

Vista di Alessandria in epoca medievale: il ponte di legno sul Tanaro, a sinistra le mura della città, a destra le mura di Bergoglio.

* BOSCO MARENGO nome latino antico: Lucus Maricorum, ossia Bosco (Lucus) dei Marici (Maricorum), come per Pietra Marazzi (vedi) l'altra popolazione gallica che popolava la provincia di Alessandria (e di Pavia). Il nome si è deformato passando tramite latinizzazione, parlata longobarda e volgare trasformandosi in Marengo e in Marazzi. Probabilmente si tratta dello stesso popolo celtico degli Anamari Vedi il POST: "Popolazioni del Piemonte preromano".

* CAMUGNO paese nelle vicinanze di Cartosio (vedi) che si lega a diversi toponimi delle Alpi occidentali legati alla popolazione dei Cammuntii (attestata epigraficamente - Rubat Borei 2019, p.89) come Chiomonte (conosciuta come Camundis nel 739) e vicino a quello dei Camunni della Val Camonica. Il toponimo rimanda alla base indoeuropea Kam- cervide a corna corte, giovane cervide o cerva: il celtico  Cam-ox, "camoscio", lo spagnolo Gamo "daino" l'aggettivo italiano "camuso" (Filippo Maria Gambari)

* CARENTINO paese nei dintorni di Alessandria che si ipotizza anch'esso possa essere stato un villaggio preromano degli Statielli. Vedi * AQUAE STATIELLAE

* CAREZZANO probabilmente si tratta dell'Oppida dei Dectunini di Cerdicia, uno dei 15 oppida, tra Oltrepò e Tortonese, costretti alla resa da Minucio Rufo nel 197 a.C.. Il nome dialettale del paese è Carzou ed è probabile che derivi da Cardicianum appunto, come Monza deriva da Modicia (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020). Anche in questo caso notiamo la radice CAR di molti altri centri di origine celto-ligure della zona.

* CARROSIO altro probabile oppida dagli Statielli nella Val Lemme, con radice in CAR - Vedi * AQUAE STATIELLAE.

* CARTOSIO Centro fondato dagli Statielli non lontano da Acqui. Per anni si è pensato che si trattasse della Carystum originaria , ma la descrizione dell'assedio e della battaglia hanno fatto pensare invece che l'Oppida si trovasse nella zona in cui sorge Acqui. (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020) Vedi * AQUAE STATIELLAE

* CARYSTUM - CARUSCUM - Il famoso oppida degli Statielli identificato con l'odierna Acqui Terme (Vedi * AQUAE STATIELLAE) e talvolta con Cartosio (vedi). Anche se distrutto nel II secolo a.C. è importante segnalarlo qui nella lista anche perchè in teoria il centro abitato è arrivato fino a noi come Acqui. Il termine più frequente è Carystum con la Y derivante da una fonte greca andata perduta e probabilemente derivante da un CARUSCUM originario incerto con un'aggettivazione in -uscum di origine greco-latina. Il toponimo originario è sicuramente a base celtica CAR-CARU (Delamarre 2003 - Lambert 1997, pp. 126-127) "Cervo" rintracciabile anche in Carrù (CN) e forse in Chieri (To) che però deriva del preromano "Carreum" e potrebbe anche quindi essere legato al celtico "carro" che significa appunto carro. Per anni è stato identificato con Cartosio per via nel nome, ma l'analisi della fonte Liviana originaria ci parla di Caruscum sia come il capoluogo degli Statielli, sia come di un oppida fortificato in posizione appena elevata davanti ad una pianura in cui è possibile articolare una battaglia che coinvolge fino a 30.000 contendenti. In oltre il luogo era facilmente raggiungibile dalle armate romane senza doversi addentrare in piccole valli e diventare oggetto di imboscate da parte dei guerrieri galli. Questo fa pensare che il centro si trovasse dove oggi sorge Acqui appunto. Caruscum era si un oppida fortificato, ma più di un semplice castellaro. In esso, dice Tito Livio probabilmente esagerando, che aveva delle grandi mura con due porte e che poteva contenere più di 20.000 guerrieri in assetto difensivo. Calcolando che oggi la città di Acqui Terme con tutta la sua espansione arriva a quasi 20.000 abitanti, la descrizione ci da l'idea dell'importanza che questo Oppida doveva avere in quell'epoca.

* CAVATORE è oggi un piccolo paese di circa 300 abitanti (arrivava a più di 1000 all'inizio del '900) e che si trova poco più in su rispetto ad Acqui in direzione Savona. Il toponimo è notevole perchè conserva nel nome stesso la memoria del popolo dei Cavaturini (Petracco Sicardi - Caprini 1981 p. 43) uno dei popoli nemici di Roma a i quali però sconfitti era concesso l'Ager Compascuus e quindi ricordati nella Tavola di Polcevera nel 117 a.C. insieme ai Dectunini di Tortona e ad altri gruppi dell'entrterra ligure che probabilmente praticavano la transumanza da una parte all'altra dell'Appennino.

La Tavola di Polcevera del 117 a.C. in cui sono ricordate alcune tribù liguri tra cui i Cavaturini e i Dectunini (Dertonini) LINK: https://leradicideglialberi.blogspot.com/2021/11/la-tavola-di-polcevera-testimonianze.html

* CELLI (frazione di Montale Celli) oppida dei Dectunini costretto alla resa da Minucio Rufo nel 197 a.C. (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020)

* IL CRISTO quartiere di Alessandria. Anche se in molti pensano che il nome di questo quartiere derivi da una pittura murale ottocentesca su di una casa del quartiere si ha notizia della località come paese ancora distaccato dal capoluogo già diversi secoli prima della costruzione dell'edificio. Nel suo documentario " Caristo, la città rubata" Claudio Braggio ipotizza che i sopravvissuti della Carystum originaria (Acqui Terme) si siano trasferiti qui per sfuggire alla conquista romana. E' però ipotizzabile che fosse già un centro ligure in precedenza. Vedi * AQUAE STATIELLAE

* LU è molto difficile, senza testimonianze scritte attribuire un origine certa allo strano nome di questo paese monferrino. L'interpretazione più classica è quella simile ad altri paesi con nomi che iniziano per Lugo-Luco e che derivi da Lucus, termine latino con cui i Romani chiamavano genericamente i boschi sacri alle divinità, che spesso racchiudevano un tempietto-sacrario dedicato agli dèi. Tuttavia nei primi documenti storici, per fare riferimento alla collina su cui sorgeva l'attuale Lu si fa riferimento a nomi come Lugo, Castrum Lugi, Luh, Luco, senza essere associato ad un contesto locale (Lucus Maricorum per Bosco Marengo ad esempio) e che il luogo sorge in cima ad un colle e non in un luogo piano e u tempo boscoso un'altra possibile origine potrebbe essere quella che il toponimo derivi dalla divinità gallica Lúg. E' anche molto difficile che i romani avessero attribuito la sacralità ad un luogo senza che esso fosse già sacro alle tribù locali e in effetti Lugh si legge proprio Lu. Al Dio venivano consacrati generalmente i colli come testimonia ad esempio la collina del Fourvière a Lugdunum, l'odierna Lione il cui nome significava appunto "collina di Lug" ed è comune a diversi centri diffusi in Spagna, Francia e Italia settentrionale (vedi ad esempio Lugo in Romagna e in Spagna).

MARENGO villaggio alle porte di Alessandria sviluppatosi nell'odierna frazione Spinetta Marengo, famosa per la Battaglia napoleonica. Come per Bosco Marengo il nome deriva dalla popolazione gallica che abitava queste terre, i Marici Vedi il POST: "Popolazioni del Piemonte preromano".

* MONTABONE luogo in cui è stata fatta forse la più grande scoperta della zona per quanto riguarda il periodo gallico pre-romano: La necropoli degli Statielli (vedi il post: http://leradicideglialberi.blogspot.com/2019/06/le-ceneri-degli-statielli-la-necropoli.html) in cui un gruppo di liguri continuò a vivere secondo i costumi gallici locali fino al I secolo a.C. dopo la distruzione di Carystum a poco distanza ed in maniera quasi indipendente dalla crescente romanizzazione. Il nome è generalmente attribuito al germanico medievale "Abbo" (uomo, maschio, capofamiglia) e famoso per l'Abone che fonda l'Abbazia della Novalesa. E' curioso però che il nome carolingio risultasse già deformato in Montebono nel 1100. La base celtica Abona - Abu è invece ben presente in area ligure e celtica con il significato di "Fiume" e avrebbe senso con i meandri della Bormida (idronimo anch'esso celtico) su cui sorge Montabone o con il torrente Bogliona a pochi metri dalla necropoli. C'è anche l'antroponimo celtico Abonio, latinizzato in Abonius, che può riferirsi ad un personaggio locale come ad esempio Abonion nelle Asturie a picco sull'affluente Nalòn e quindi Mons-Abonius.

* PIETRA MARAZZI nome latino antico: Petra Mariciorum, ossia Rocca dei Marici, come per Bosco Marengo, l'altra popolazione gallica che popolava la provincia di Alessandria. Di questo popolo si conservava il nome anche ad Alessandria fino al secolo scorso in una delle Porte delle mura della città (i bastioni) oggi demolita: La porta Maricia ancora visibile in alcune stampe. I Marici, ci dice Plinio, furono i fondatori di Pavia e popolavano oltre alla nostra provincia, quella pavese e in parte quella di Piacenza. A piacenza esiste ancora la Via della Porta Maricia. Probabilmente si tratta dello stesso popolo celtico degli Anamari Vedi il POST: "Popolazioni del Piemonte preromano". Anche il nome Marazzi deriverrebbe proprio direttamente dai Marici.

Vista di Alessandria in cui tra le varie cose è indicata la Porta Marica con il n.17 ultima a destra.


* ROCCAVERANO (Asti)
di origine incerta, fu centro abitato in epoca preistorica e preromana da gruppi celtici locali che, pare, inventarono la famosa robiola. Il nome deriverebbe da Rocca di Verano, sinonimo locale di Belanu/Belenus divinità del Sole e della Luce assimilato ad Apollo in epoca romana come Apollo Belenus. Il borgo che si trova in cima ad un monte a circa 800 metri di altitudine era l'ultimo luogo da cui si vedeva tramontare il sole nel giorno più corto dell'anno dietro alle Alpi. Nel punto più alto del paese, dove in epoca medievale è stato eretto il castello, si riunivano le genti delle vallate circostanti per il Solstizio d'Inverno, invocando il dio Sole nel suo momento più debole con falò e celebrazioni pregandolo di rinascere nei giorni seguenti. Le celebrazioni del solstizio d'estate invece si tenevano più in basso dove è stata eretta poi la chiesa di San Giovanni (il santo che in epoca cristiana ha sostituito le divinità solari in Europa). Ancora oggi è possibile ammirare sulla facciata della chiesa parrocchiale attribuita al Bramante e orientata verso il sole al tramonto solstiziale un bassorilievo che raffigura Dio con numerosi simbolismi solari e astrali. Sia all'interno che all'esterno, ma anche in altri punti del paese come su una pozzo e su una cappelletta è onnipresente il sole a otto raggi, simbolo della famiglia dei Bruno che conservava l'insegna di Belenus.

Particolare della facciata della Chiesa della Santa Maria Annunziata di Roccaverano

* ROCCHETTA PALAFEA la parte interessante è PALAFEA che potrebbe derivare da un originario *Palavea/*Palevae da un ligure antico del tipo Palaua (Rio) delle lastre come ricostruito da Peracco Sicardi - Caprini nel 1981 per quanto riguarda Paglione nel territorio di Nizza (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020). Da questa località ci è giunta anche un'epigrafe del periodo romano che ci ricorda M. Cominius M.f. Secundus della tribù Camilia (e quindi cittadino di Alba Pompeia) che indicherebbe un secondo cognomen, forse l'onomastico originario di un indigeno che assume poi nel I secolo d.C. il gentilizio e l'onomastico romani. Commelius è infatti interpretato come un composto celto-ligure Com+Meli (G. Rocca 2012).

* SAQUANA di sicura origine preromana, potrebbe avere a che fare con la dea Sequana, protettrice delle acque che da il alla Senna e ad esempio al torrente Soana, affluente dell'Orco che da il nome alla Val Soana e da cui prende il nome il paese Valprato Soana. La zona intorno al paese è nota per la presenza di numerosi corsi d'acqua tra i quali il "Rio della Madonna" che ci fa pensare appunto ad una tipica trasformazione di un culto pagano preesistente in un culto legato ai santi e alla madonna in epoca cristiana. Altra possibilità è l'accostamento del nome a Sapana "primula rossa" (Delamarre 2003) con la consueta labializzazione della labiovelare ligure e protoceltica locale e celtica continentale dopo il V secolo a.C. (Filippo Maria Gambari).

* TORTONA la cittadina conserva ancora oggi nel suo nome quello del popolo che la abitava in periodo pre romano. Era infatti probabilmente il centro principale della tribù dei Dectunini o Dertonini, da cui Derthona e poi Tortona. Questo popolo ligure decise di allearsi con i Genovesi e quindi con Roma e per questo sembra che i centri non siano stati distrutti ma integrati. Tortona è stata probabilmente la prima colonia romana della zona (della tribù romana Pomptina). Altro oppida conosciuto dei dectunini era Libarna (che infatti divenne città romana) mentre Celeia (Montale Celli) e Cerdicia (Carezzano) sembra avessero opposto resistenza e sono tra i 15 oppida che si dovettero arrendere a Minucio Rufo nel 197 a.C. tra Oltrepò e Tortonese. (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020)

*** Toponimi in ASSI, ASCO, ASCA Sono innumerevoli i paesi dai tipici nomi che finiscono in questo modo con particolare frequenza nella Val Curone e nella zona delle "quattro province": Garadassi, Gregassi, Morigliassi, Brentassi, Bognassi (PV) per dirne alcuni veramente particolari e che hanno anche un ricorrente uso delle R. e i simili e più comuni: Gremiasco, Casasco, Godiasco, Casasco, ecc... concentrati nel Piemonte meridionale, nella lombradia meridionale, in Liguria, in Emilia fino a Parma e in Corsica sono di origine celto-"Ligure". Il suffisso che probabilmente in origine suonava come ASS-ASC è poi stato italianizzato con una vocale finale a seconda della parlata locale e significa semplicemente Villaggio, ma si pensa che in particolare indicassi i villaggi che sorgono su un corso d'Acqua (pensate anche a Bogliasco o Borzonasca in Liguria) L'equivalente del suffisso Ago-Aco generalmente concentrato in Lombardia settentrionale. Una curiosità: alcuni decenni orsono fecero alcuni esami sul DNA degli abitanti dell'alta valle Borbera e Curone, in quanto erano tra le popolazioni che fino agli anni 70-80 avevano avuto meno interazioni con il resto d'Italia.  Altri suffissi di probabile origine gallica sono quelli che finiscono in GNI/GNA/GNO (Bregni, Garbagna, Cegni, Garbagna, ecc...) ma non è chiaro il significato. In generale si considerano di origine celtica le parole con i suoni GN e GL (scritto con la doppia L in francese e spagnolo) molto comuni in Italia Nord-occidentale, in Francia e in Spagna settentrionale.

*** Toponimi in MAGO, MAGUS in celtico "Campo" ossia il Foro romano, dove si incontravano i commercianti per i mercati del bestiame (foro boario latino) e i guerrieri (campo di Marte latino). Di difficile interpretazione nei toponimi odierni in quanto generalmente completamente storpiati come nel caso di Excingomagus diventato Exilles (Delamarre 2003) in alta Val Susa o come nel caso di Camulomagus, il Campo di Marte Camulos (divinità celtica della battaglia assimilata a Marte in epoca romana) ai piedi di Broni storpiato in Camillomagus nel territorio degli Anamares/Anamari.  

LISTA IN AGGIORNAMENTO



giovedì 4 maggio 2017

San Baudolino: i Longobardi, Alessandria e un santo ancora un pò pagano.

<< A volte è tramite il cristianesmo, e specialmente il cattolicesimo che molte credenze precristiane sono arrivate vive a noi. BAODOLINO (Baudolino, Baldovino) fu un eremita veggente che viveva nei boschi che coprivano le colline e la pianura sulla quale oggi sorge Alessandria e che predisse la sorte a re Liutprando. È oggi il Santo Patrono di Alessandria e la sua festa si celebra il 10 Novembre. >> Ad esso si è ispirato Umberto Eco per il suo romanzo BAUDOLINO.

SAN BAUDOLINO è il santo patrono di Alessandria anche se il santo morì verso il 740 d.c. più di quattro secoli prima della fondazione della città. Questo è interessante per vari motivi: era un'epoca in cui non esistevano processi di canonizzazione, in cui si parlava di personaggi con poteri prodigiosi più che di purezza spirituale. Alessandria venne poi fondata nel 1168, ma riunendo borghi pre-esisteti molto antichi (Gamondio, oggi Castellazzo Bormida, Marengum oggi il villaggio di Marengo, Bergolium che venne demolito nel '700 per costrure la Cittadella, Rovereto che sorgeva proprio sotto al centro storica di Alessandria, quartiere popolare che ancora oggi porta il nome di Borgo Rovereto, Solero, Oviglio, Quargnento e Villa del Foro, Forum, appunto). Stiamo parlando di un periodo, quello in cui visse il santo, che si perde in epoche nebbiose e ignorate della storia e che è caratterizzato dalla persistenza di usi e costumi "primitivi" anche precedenti al periodo romano. Non si può pensare ad esso come un periodo omogeneo, c'erano grandi differenze anche in zone non troppo estese e, per esempio, il Monferrato, come gran part del Piemonte, era via di passaggio tra Francia e Italia con pochi centri urbani e ancora coperta di foreste selvagge. Vi erano alcuni centri, ma gran parte delle persone vivevano in villaggi in cui poco era cambiato in un millennio, muoversi a piedi era una cosa lenta e pericolosa a causa dei briganti.
I romani dopo aver conquistato Derthona, la prima colonia in questo territorio, costruirono la Via Fulvia nel 125 a.c. che passava proprio dall'emporio celto-ligure (già abitato dal paleolitico come dimostrano le selci conservata al Museo di Antichità di Torino) e dopo averlo occupato e urbanizzato in un periodo tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.c. lo avevano chiamato Forum Fulvii in onore del console Marco Fulvio Flacco. Questo centro, oggi conosciuto come Villa del Foro (luogo natale del santo) cadde in decadenza ben prima della caduta dell'impero romano d'occidente, forse per le frequenti alluvioni, forse perchè non era facile mantenere l'ordine in una zona selvaggia come questa, per poi scomparire del tutto per diversi secoli nel medioevo. La grande maggioranza della popolazione continuava a vivere nelle campagne, composte principalmente da foreste, a parlare lingue "barbare" (pensiamo che ancora ai suoi tempi Dante nel de vulgari eloquentia" parla di Torino, Trento e Alessandria come luoghi in cui si parlano "lingue volgari bruttissime") e la cristianizzazione era alquanto relativa (leggi del santuario celtico tortonese nel 600 dc.). In oltre dopo i Romani arrivarono varie popolazioni germaniche tra cui i Goti prima e, quelle che ci interessa più da vicino, i Longobardi.

 Liutprando re d'Italia, Pavia 690-744

In Italia e anche da queste parti, curiosamente, si parla sempre molto poco dei Longobardi, popolo germanico proveniente dalla Scandinavia meridionale che regnò per ben due secoli gran parte della penisola fondendosi con le popolazioni italiche e dando il nome alla Lombradia che fino alla fine del medioevo comprendeva anche il Piemonte e gran parte del nord, ossia quella che prima era conosciuta come Gallia Cisalpina. L'Italia, salvo Roma e poche altre regioni fu per secoli il Regno Longobardo la cui capitale fu Pavia che si trovava a poche decine di chilometri e Re e Regine come Teodolinda avevano le loro riserve di caccia proprio nella zona di Alessandria (la zona della "Fraschetta" - a Marengo esiste ancora oggi la Torre Teodolinda). Molti cognomi locali, specialmente quelli nobiliari (Guasco, Gastaldi o Brunoldi ad esempio) o dei nomi propri (Aldo, Guido, Alberto, ecc...) sono di origini Longobarde.

Come si è detto quindi, il processo di urbanizzazione e di civilizzazione romano non fu molto profondo e prevalentemente relegato a pochi centri. Per questo motivo, purtroppo, non ci restano molti doumenti e testimonianze locali scritte del primo millennio dopo Cristo e le testimonianze che riguardano San Baudolino sono più che altro leggende popolari e storie frammentarie scritte dai monaci.


Iniziamo con il dire che già il nome Baudolino (o Baldovino), deriva dal dio norreno Baldr (in cui compare la solita radice pre indoeuropea Bal, Bel, lo splendente, il bellissimo ma anche amico dei coraggiosi) probabilmente legato al Sole e alla natura. Del personaggio storico sappiamo pochissimo, viveva da eremita tra i fitti boschi sulle rive del Tanaro e si occupava dei difficili rapporti delle popolazioni con la natura e con gli animali che faceva ancora paura. La prima e più importante testimonianza ci viene da Paolo Diacono (Paul Warnefried) coevo non solo di Baudolino ma anche di Carlo Magno. Ci racconta che il santo aveva più che altro doti soprannaturali, riusciva a prevedere il futuro e a fare prodigi e ce ne racconta uno, non troppo clamoroso: Durante una battuta di caccia nella Silva Urba (la piana di Marengo a pochi chilometri) il nipote di Liutprando Anfuso fu erroneamente colpito, e il Re mandò un messo a chiamare Baudolino affinché gli prestasse le cure necessarie. Nel frattempo Anfuso morì e quando il messo giunse dall'eremita questi affermò di sapere già tutto, ma che non poteva fare più niente perché il giovane era già spirato. Da questo miracolo Umberto Eco prese spunto per un articolo sul carattere degli alessandrini "non particolarmente caloroso" e in seguito per il suo libro "Baudolino".

 Paolo Diacono

BAUDOLINO E LE OCHE
La storia più famosa è quella delle oche: dai boschi un giorno uscirono queste oche selvatiche, grosse e particolarmente aggressive, che devastavano i campi della zona contro le quali i contadini non potevano niente. Così si decise di interpellare Baudolino che arrivò e ordinò ai volatili di presentarsi al suo cospetto, cosa che tra lo stupore dei cittadini avvenne. Il santo fece rinchiudere tutte le oche per la notte e l'indomani le liberò raccomandandosi di allontanarsi e di smetterla di fare danni. Le oche però restarono li facendo un gran baccano. Un'oca infatti era stata rubata da qualcuno nella notte, così Baudolino se ne fece portare un'altra, riconoscibile nell'iconografia del santo perché è l'unica bianca in mezzo alle altre grige. Di questo episodio resta il ricordo nella cultura popolare ma anche nel testo cinquecentesco del teologo domenicano Arcangelo Caraccia da Rivalta.


IL MIRACOLO DELLA CERVA
Un'altro "miracolo" riguarda ancora una volta gli animali, in questo caso una cerva e anche questo ricorda più un prodigio pagano che un miracolo divino ed è arrivato a noi nella sua versione rimaneggiata durante il medioevo: Il santo eremita infatti doveva recarsi da uno dei due unici vescovi che esistevano in questa zona all'epoca, ossia ad Acqui (l'altro era a Tortona) e venne accompagnato da un giovane al quale però durante il cammino venne una sete veramente insopportabile. Allora Baudolino si mise a chiamare una cerva che miracolosamente uscì dal folto del bosco e lo ristorò con il suo latte freschissimo.

IL SUO MAGICO MANTELLO
Ancora un'altra volta il nostro eremita dovette recarsi dal vescovo, questa volta a Tortona che avendone sentite le prodigiose storie dal popolo lo mandò a chiamare. Il santo si mise in cammino ma ad ostacolarne il percorso si trovò il fiume: fu così che per attraversare il fiume Bormida il nostro futuro patrono non fece altro che stendere il suo magico mantello sulle acque e camminarci sopra come se niente fosse, arrivando miracolosamente dalla parte opposta.


San Baudolino di solito è rappresentato con sembianze episcopali storicamente impossibili, circondato da oche e cervi.

Baudolino quindi non è un santo che fa miracoli clamorosi, combatte il demonio o salva i peccatori, ma si occupa di cose molto più concrete come quelli che affliggevano i contadini dell'alto medioevo in una zona difficile come questa. L'unica volta che il Santo è chiamato a salvare il nipote di Liutprando non ci prova nemmeno e quello che è forse il prodigio più soprannaturale, quello del mantello, non ha nulla a che fare con la religione ma sembra una semplice dimostrazione di magia.

L'ICONOGRAFIA DEL SANTO
Il santo di solito è rappresentato come un vescovo con vestiti episcopali recenti, storicamente impossibili, immagine che quindi ci dà un'idea sbagliata, costruita nel corso dei secoli successivi. Nel medioevo le testimonianze realistiche si mischiarono con altre assurde come quelle in cui si dice che fosse stato anche vescovo di Alessandria anche se la sua morte risale a più di quattro secoli prima della fondazione della città! Oppure quella in cui si dice che intorno al 1200 fosse stato visto girare  sui bastioni per difendere il capoluogo durante un assedio. Per dare un'idea migliore del periodo in cui visse l'eremita è interessante visitare qualcuna delle chiese più antiche della zona che, anche se successive a Baudolino di qualche secolo, conservano i caratteri barbarici e oscuri di quei secoli come ad esempio le pievi di San Secondo a Cortazzone (di cui parliamo dettagliatamente qui: LINK) o di Santissima Trinità da Longi a Castellazzo. Queste chiese romaniche che probabilmente risalgono al  1000-1100 (non esistono nemmeno i documenti di fondazione) sono ancora legate profondamente ad un estetica che mischia caratteri celtici, longobardi e addirittura preistorici (vedere l'accoppiamento in stile particolarmente primitivo) e ci ricorda quanto dovessero essere remote e selvagge queste zone prima dell'anno 1000.

Pieve di San Secondo a Cortazzone (AT): Nodi e decorazioni "barbariche" più o meno ordinate, accoppiamenti rituali, animali mitici, simboli sessuali e altri incomprensibili. Il cristianesimo cerca di imporsi in modo ancora incerto tra le popolazioni locali attorno all'anno 1000 e quando non ci riesce si mescola, si sovrappone alle leggende locali di origine celtica e con credenze germaniche arrivate con i longobardi. Di questa chiesa parliamo dettagliatamente qui: LINK

L'immagine del santo quindi è stata "aggiornata" nel corso dei secoli, con vestiti episcopali, bastoni vescovili

APPENDICE: La chiesa di San Baudolino a Villa del Foro è dedicata anche a Santa Varena, altra santa le cui origini si perdono nel tempo e profondamente legata a prodigi soprannaturali. A lei è dedicata la pietra guaritrice con poteri taumaturgici di antiche origini pagane sulla quale è costruita la chiesa [LINK]

Bibliografia:
- Paulus Diaconus, Historia Langobardorum. Liber VI
- Giuseppe Amato: Vita di San Baudolino
- Umberto Eco: Baudolino

Links:
https://it.wikipedia.org/wiki/San_Baudolino

giovedì 23 febbraio 2012

Alcune cose sugli antichi liguri, sui celti e sulla gallia cisalpina

E' praticamente da quando ho iniziato questo blog, alcuni anni fa, che voglio scrivere sui Liguri e sui popoli che successivamente abitarono quella che oggi è 'Italia settentrionale. Anzi sicuramente questo post verrà ampliato e approfondito in futuro. Sono sempre stato affascinato da questo popolo per vari motivi. Principalmente mi ha sempre colpito il fatto che ancora oggi si parli di loro come di un popolo misterioso, di origini che, a seconda delle teorie si perdono nel tempo e nello spazio: oggi sappiamo che in realtà si trattava di popolazioni culturalmente celtiche o proto-celtiche. Un altro motivo è che quando si parla di liguri si parla dei nostri avi, specialmente se viviamo nel nord ovest dell'Italia, nel sud della Francia, nella svizzera occidentale, ecc... ma di essi ignoriamo quasi completamente l'esistenza.

 

Iniziamo con quello che ha detto Alessandro Barbero qualche tempo fa (LINK - minuto 6:35) nella conferenza sulla sua "Storia del Piemonte": "I Liguri non sono per niente una popolazione misteriosa, una volta non si sapeva che lingua parlavano, poi si sono trovate delle cose... ora sappiamo che i Liguri erano dei Celti, dei Galli..." queste "cose" sono da attribuire principalmente agli studi di Filippo Maria Gambari (Archeologo, direttore del Museo delle Civiltà di Roma e dirigente dei Beni Culturali), il quale ha definitivamente all'interno delle lingue celtiche e più precisamente tra il Celtico del primo periodo e Lepontico e Celtiberico. Quello che credo abbia sempre messo in imbarazzo molti accademici italiani è quindi la non "Italicità" dei liguri, che è una cosa insensata, visto che più di 2000 anni fa l'Italia non esisteva e in gran parte della penisola le popolazioni non erano "Italiche" nel vero senso della parola, basti pensare alla Magna Grecia. Questo modo di pensare ha influenzato tutti e allo stesso tempo anche gli studiosi d'oltralpe tranne forse in Francia dove in effetti i Liguri sono sempre stati considerati abbastanza tranquillamente Galli, probabilmente per gli stessi motivi nazionalistici. In effetti a questo punto bisogna ricordare un fatto abbastanza notevole: Il nome Celti (che deriverebbe da Kala, "Roccia", dai Kaletu e quindi stesse per "i duri", "gli eroi", nome con il quale si autodefinivano le confraternite guerriere galliche - cit: Filippo Maria Gambari) venne per la prima volta usato dai greci che vennero in contatto con queste popolazioni per la prima volta con le popolazioni che vivevano nei dintorni della colonia di Marsiglia. Queste popolazioni erano i Liguri Salluvi che ci hanno lasciato alcune delle più importanti testimonianze scultoree di tutta l'Europa preromana nel santuario di Roquepertuse. In questo santuario sono presenti dei portali dedicati al culto della testa e soprattutto due statue assise nella posizione "del loto" detti "i guerrieri" o per via della posizione "buddha celtici" (LINK al post qui). Quindi il termine stesso Celti potrebbe derivare da popolazioni normalmente considerate "Liguri".


Sui liguri si è comunque scritto molto, lo hanno fatto sia gli storici accademici, sia gli appassionati più o meno seri. Chi segue il mio blog sa che sono aperto a tutto, anche se poi, a livello storico, mi piace andare a vedere cosa è credibile ed ha basi fondate e cosa invece è da prendere un pò meno seriamente. In questo caso, devo ammettere che certi testi "accademici" continuano ad essere molto superficiali, ancorati a teorie vecchie di secoli e a volte veramente poco credibili, a volte per i motivi "nazionalistici di cui parlavo sopra, a volte semplicemente per una evidente superficialità per quanto riguarda un argomento che poco interessa. In molti libri sull'Italia antica infatti i Liguri vengo semplicemente etichettati come "popolo italico" come se un territorio geografico dovesse per forza influenzare gli aspetti culturali di popolazioni antichissime. C'è da domandarsi se ci sono voluti anni ad accettare e studiare approfonditamente gli Etruschi e si continua a mettere da parte altre popolazioni italiche, quale potrebbe essere l'interesse per delle popolazioni "barbariche" che tanto impensierirono i romani.


LA STORIA:
Detto questo quando si parla di Liguri bisogna considerare due fattori importantissimi: l'epoca storica di cui si sta parlando e i confini territoriali che nelle epoche che ci interessano non erano per niente definiti e molto diversi dagli attuali. Per esempio molte volte si parla alla stesso modo di Liguri neolitici o addirittura paleolitici e di celto-liguri dell'età del ferro. Un errore tipico degli appassionati è di confondere l'epoca megalitica con l'epoca celtica. Oppure si fa l'errore esattamente opposto, considerare le culture che si sono succedute nei secoli come completamente differenti, con un taglio netto. Ancora oggi possiamo leggere il passato celtico del Piemonte o della Liguria dai molti toponimi ad esempio.

 Ricostruzione di donna ligure, zona di viverone.

Per semplificare in epoca remota prenderò ad esempio alcuni ritrovamenti in territorio ligure propriamente detto. Andando a scavare nei tempi più remoti si finisce nel paleolitico inferiore, ovvero circa 400 mila anni fa nel sito di Terra Amata presso Nizza. In questo luogo sono stati ritrovati ben 21 livelli di abitati successivi e alcuni manufatti. Si parla di uomini pre-neanderthaliani. Si passa poi ai ritrovamenti Neanderthaliani di cui è notevole l'impronta visibile all'interno delle grotte di Toirano, per arrivare, facendo un salto di centinaia di migliaia di anni alle grotte dei Balzi Rossi (presso Ventimiglia) con i ritrovamenti di sepolture di uomini di Cro-Magnon alti mediamente più di 1,80 m e di alcune bellissime statuine femminili (veneri). Arturo Issel, uno dei più importanti studiosi dei liguri (vedi La Pietra D'Issel), geologo e paleontologo genovese, li considerava infatti diretti discendenti dell'Uomo di Cro-Magnon, e qualcun altro si spinge a dire che essi si diffusero da qui in tutta la Gallia costituendo la base preindoeuropea che con le successive stratificazioni indoeropee provenienti da oriente formarono i Celti propriamente detti. Queste ipotesi non possono essere provate in nessun modo. La storia dal mio punto di vista incomincia a diventare ancora più interessante nel periodo del neolitico e dell'età del rame. Dell'epoca megalitica ci giungono molti siti sparsi in tutta europa. Questo è il periodo storico più affascinante ed interessante per la storia non solo locale ma europea in generale, che purtroppo sia per difficoltà obbiettive che per disinteresse è ancora avvolta nella nebbia. Simili raggruppamenti di Menhir, tumuli e incisioni sono state ritrovate dal medio oriente fino alla scandinavia, sempre in territori non troppo distanti dalle coste, facendo pensare a prime migrazioni di popoli che utilizzavano il mare per muoversi. Ma non vorrei andare fuori tema, e mi limiterò a dire che alcune incisioni e menhir e statue menhir accomunano il fenomeno megalitico dell'areale ligure e piemontese a quello francese e svizzero dandoci una prima idea di quello che era il territorio ligure propriamente detto. Bisogna aprire una parentesi: con il ritrovamento dell'uomo di Similaun (LINK) si sono riprese in considerazione molte teorie, si è visto ad esempio che nel 3000 a.c. i collegamenti tra nord e sud delle Alpi erano molto più importanti di quanto non si credesse. Il tipo di pugnali ad esempio o di alcune asce, era lo stesso raffigurato sulle statue stele in Lunigiana (territorio ligure) e su altre statue stele a nord delle Alpi (vedi post apposta). Quando si parla di culture preistoriche delle età dei metalli in area alpina e subalpina si è parlato di popolazioni protoceltiche, ma a complicare tutto è arrivata la recente scoperta che il DNA di Oetzi (la mummia di Similaun) non era simile a nessun gruppo europeo se non a quello dei Sardi! I Sardi quindi sono probabilmente quello che resta dei vecchi europei prima delle numerose e stratificate invasioni da est. La storia è davvero affascinante e complicatissima- Ma torniamo ai Liguri dell'ultimo millenio prima di Cristo: alcuni studiosi dicono che nella loro massima espansione questo popolo occupava gran parte della pianura padana fino al veneto a est, il sud della Francia e parte della Svizzera fino ad arrivare alla Spagna. Ci sono molte prove al riguardo, numerosi ritrovamenti, toponimi (basti pensare a Genova e Ginevra ad esempio). Alcuni scavi effettuati nella zona del Lago di Viverone hanno portato alla luce i resti di un importante villaggio su palafitte e alcuni manufatti, tra cui urne, vasi, spade e stampi per le spade (tutto conservato al museo di Antichità di Torino), molto simile ai villaggi dei laghi della Svizzera dello stesso periodo. A questo popolo dobbiamo probabilmente anche gli allineamenti di pietre erette che si trovavano nei pressi di Cavaglià e dei quali oggi resta solo qualche testimonianza (LINK).


 Tra il XIII e il VIII secolo a.c. in Europa si sviluppa quella che viene definita Cultura dei campi di urne (il nome deriva dalla pratica di cremare i morti e di seppellirne le ceneri all'interno di urne) e anche in questo caso, cercando di documentarsi ci si accorge che sui diversi testi c'è abbastanza confusione. A livello pratico, quello che ci interessa è che nell'area ligure sono stati molti i ritrovamenti. Il più antico fu fatto vicino alla Cascina Chiappona, nei pressi di Alessandria. Venne portata alla luce una sepoltura di donna, e una cosa importante e notevole è lo stile di alcuni vasi che portavano decorazioni di tipo Hallstattiano (LINK) successivo.
Tuttavia i ritrovamenti non sono sufficienti per definire la storia di questo popolo che non usava la scrittura fino al contatto con gli Etruschi prima e con i Romani poi e bisogna riferirsi ad alcuni autori classici. Esiodo (VI sec. a.C.) definisce i Liguri come uno dei tre grandi popoli barbari: Sciti (Asia), Aetiopi (Africa) e Liguri (Europa). Nell'Eneide i Liguri sono una delle pochissime popolazioni che combattono al fianco di Enea nella guerra contro i Rutuli. Virgilio nomina anche i loro due re, Cunaro e il giovane Cupavone, il figlio e successore di Cicno, figura già nota nella mitologia greca. Cicno o cicnu significa Cigno, animale sacro. Purtroppo mi sto dilungando troppo e per informarsi, alla fine del post elenco una piccola biografia in cui se qualcuno è interessato, potrà trovare testi utili ad approfondire. Direi che siamo giunti al periodo più interessante, quello che ha fin dai tempi più antichi creato più problemi e dibattiti.

 
Il periodo celtico.


"Citati per la prima volta dallo storico greco Erodoto attorno al 450 a.C., i Celti occupavano in origine un'area compresa tra l'alto Reno e le sorgenti del Danubio, tra la Germania meridionale, la Francia orientale e la Svizzera settentrionale. Attorno all'VIII-VII sec. a.C. raggiunsero le coste atlantiche dell'attuale Francia e la penisola iberica. Più tardi raggiunsero la Germania nord-occidentale, le isole britanniche, la Boemia, l'Ungheria, l'Austria e l'Italia centro-settentrionale. Nel IV-III sec. a.C. la lingua e la cultura celtica erano dominanti in Europa. Se le popolazioni celtiche costituivano un'unità dal punto di vista culturale, mancavano tuttavia completamente di coesione dal punto di vista politico. Questo le rese particolarmente vulnerabili alla pressione di Germani a est e dei Romani da sud. Nell'Europa occidentale i Celti furono completamente latinizzati, nelle isole britanniche e in Ungheria presero il sopravvento elementi germanici. Una parziale ripresa della cultura celtica si ebbe nelle isole britanniche tra il VI e il X sec. d.C., grazie alle missioni dei monaci irlandesi che avevano integrato l'eredità celtica con nuovi elementi di matrice cristiana."
da https://www.swissinfo.ch/ita/cultura/lo-splendore-ignoto-dell-arte-celtica/1074900 

Dedicherò ai celti in generale un post, in futuro. Si inizia a parlare propriamente di questo popolo con la cultura di La Tène, così chiamata dalla località svizzera in cui vennero fatti i principali ritrovamenti. Del resto anche l'origine dei popoli gallici è ancora oggetto di dibattito e non bisogna dimenticare che i popoli celtici vengono identificati esclusivamente per mezzo delle loro lingue e delle loro culture. E' probabile che si trattasse di gruppi di guerrieri eterogenei che poi si raggrupparono in tribù. La terra stessa occupata dai Liguri venne nominata dai Romani "Gallia Cisalpina" ovvero l'Italia Settentrionale. I contemporanei erano molto incerti se considerare questo popolo una etnia celtica locale (come lo erano ad esempio i Belgi che avevano caratteristiche molto vicine ai Germani e che furono i più noti colonizzatori della Britannia) o un popolo a se stante con cultura affine a quella celtica. Come dicevamo la lingua parlata in "Liguria" in questo periodo era di tipo celtico come ci dicono gli scrittori classici e alcuni ritrovamenti (l’iscrizione “Mi Nemeties” sicuramente celtica che significa di me, Nemetie, risalente al VI sec. a.c. e ritrovata a Genova in caratteri etruschi), le divinità principali erano le stesse adorate in Gallia transalpina (Belenus, Lug, Bormo, Belisama, Pen...) e anche l'utilizzo di Torques e altri oggetti in stile sicuramente celtico. Sembra però che i Liguri fossero rimasti più arretrati, forse perchè abitavano sui monti e per certi autori classici è proprio questa la grande differenza: i Celti abitavano la pianura mentre i Liguri la montagna. Questo ci viene riportato da Diodoro Siculo che però è chiaramente di parte e presenta alcune contraddizioni palesi dovute alla volontà denigratoria da parte romana nei confronti di avversari che resistettero secoli. D'altra parte è successo lo stesso in altre parti d'Europa: inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli, ecc... continuano, anche se in misura minore, a esaltare quello che la civiltà romana ha lasciato alla loro cultura. Che si vogliano considerare i Liguri di questo periodo propriamente celti o una variante locale, essi vennero celtizzati dai galli d'oltralpe nel periodo subito successivo (del resto i galli francesi vennero a loro volta celtizzati da quelli orientali...) che probabilmente penetrarono in Gallia Cisalpina nel V secolo a.c.. Questo ingresso non fu sempre traumatico, infatti nonostante le battaglie essi si integrarono con le popolazioni locali per via delle somiglianze culturali dando origine a un periodo definito celto-ligure in quelle che oggi sono le regioni della Liguria, del Piemonte e della Lombardia e del sud della Francia. I veneti erano anch'essi affini ai celti ma con una lingua propria e la loro celtizzazione fu molto meno accentuata. Comunque attorno al 474 a.c. le popolazioni galliche sconfissero gli etruschi presso il Ticino riprendendosi tutta la pianura padana, e arrivarono fino a roma, depredandola. Questo periodo durò ancora fino al II secolo avanti cristo, quando dopo molte guerre (...) i romani decisero di sconfiggere definitivamente le pericolose popolazioni dell'Italia settentrionale. Nel 181 a.c. venne fondata la colonia di Aquileia nell'odierno Friuli. Ma ad ovest le popolazioni con maggiori caratteristiche liguri erano ancora da sottomettere. Gli Apuani, o Liguri Montani, che arrivavano ad occupare le terre della toscana settentrionale vennero sconfitti nel 179 a.c. Gli Statielli che occupavano i territori che ora fanno parte delle province di Savona, Cuneo e Alessandria (L'odierna Acqui terme era il centro più importante: Aquae Statiellae) vennero sconfitti nel 173 senza opporre resistenza ma il console Marco Pompilio Renate li ridusse in schiavitù gli e cominciò a organizzare la vendita di schiavi provenienti da questa popolazione che venne fermata un anno dopo dal senato di Roma. Lo storico greco Polibio testimonia che pochi decenni dopo i celti erano ormai confinati in poche zone subalpine o espulsi dalla regione, tuttavia questa affermazione era ancora una volta di parte. I Romani disponevano ormai dei grandi centri e delle vie di comunicazione e oltre a compiere un vero e proprio genocidio delle popolazioni locali portavano migliaia di cittadini romani a colonizzare la regione, ma molti dei territori montagnosi e collinari erano ancora a celti e liguri. I Salassi che occupavano l'attuale zona del Canavese in Piemonte si scontrarono la prima volta nel 141 a.c. con i romani sotto il consolato di Appio Claudio Pulcro, che venne sconfitto subendo gravi perdite, tanto che nel 100 a.c. Roma istituì la colonia di Eporedia (Ivrea) insediando molti coloni. I salassi si rifugiarono sulle montagne fino a quando nel 25 a.c. con la fondazione di Augusta Praetoria, l'attuale Aosta e con la concessione del diritto romano a tutti gli abitanti cessarono le ultime resistenze. In ogni caso non è ben chiaro quando la Gallia Cisalpina divenne Provincia Romana. Nell'89 a.c. Mediolanum (Milano) ricevette la dignità di cologna, nel 49 a.c. cesare concesse la cittadinanza romana agli abitanti della provincia e nel 42 a.c. la regione divenne parte integrante dell'Italia romana. Tuttavia la lingua e molte usanze rimasero ancora influenzate dal passato ligure e celtico per secoli e in parte lo sono ancora oggi. Uno studio di qualche anno fa, effettuato su abitanti che da generazioni abitano il territorio cisalpino ha dimostrato che ancora fino a qualche decennio fa almeno i geni erano quelli celto liguri.

Bibliografia:

"I cacciatori paleolitici" a cura di Santo Tinè, Sagep Editrice, 1990.
"I primi agricoltori" a cura di Santo Tinè, Sagep Editrice, 1983.
"Paesaggio e architettura delle regioni padano-alpine dalle origini alla fine del primo millennio" di Gilberto Oneto, Priuli e Verlucca,2002.
"I Liguri - Un antico popolo europeo tra Alpi e Mediterraneo", Skira, 2004.