I nostri antenati consideravano ogni elemento della natura come animato: alberi, monti, fiumi e molto altro. Oggi è difficile immaginare come vedessero il mondo gli uomini prima dell'urbanizzazione, dell'industrializzazione e dell'arrivo del cristianesimo, ma se ci pensiamo bene forse non è impossibile. Magari non è così per tutti, ma quando ad esempio parliamo del Tanaro, del Po o di altri fiumi, proprio quando magari come nella scorsa estate, la sempre più grave mancanza di precipitazioni che li ha resi sempre più miseri o addirittura prosciugati, pensandoci bene possiamo vedere che i nostri sentimenti verso di "loro" possono essere di tipo "personale". Possiamo notare una certa empatia, come se i fiumi si fossero ammalati e stessero soffrendo. A me capita anche con i ghiacciai, non è solo il fatto di constatare che lo stato ecologico del nostro pianeta è pessimo e in peggioramento, ma si tratta proprio di un dispiacere e di una tristezza simile a quella che ho nei confronti di altre persone o esseri senzienti. Detto questo, i nostri avi spesso identificavano i corsi d'acqua come spiriti individuali oppure più recentemente come emanazioni di dei e divinità naturali. Al riguardo rimando al post sugli idronimi e sulle origini dei nomi dei fiumi in Piemonte: LINK
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venerdì 11 novembre 2022
Un tributo al fiume Tanaro: I Tre Martelli e Giovanni Rapetti
Alcuni anni fa i Tre Martelli, gruppo dedito alla ricerca, alla salvaguardia e alla reinterpretazione della musica e della cultura piemontese, ha registrato un fantastico disco con il poeta e scrittore Giovanni Rapetti (Villa del Foro 1922 - Alessandria 2014) detto anche "l'ultimo bardo alessandrino" il quale oltre ad avere scritto i testi fa anche da voce narrante di molti pezzi. Il lavoro si chiama "Cantè 'r paroli" (2012), tutto nel particolare dialetto di Villa del Foro che, come succede spesso da queste parti, differisce già leggermente da quello alessandrino che a sua volta costituisce una delle tantissime varianti di quello Piemontese. In ogni caso, nel disco in questione compaiono due tracce incredibili, per me commoventi, dedicate al fiume Tanaro, visto come prima come Divinità o Spirito naturale (Ra cornamusa an Tani) e poi come vero e proprio parente (U Testamèint D Barba Tani) purtroppo morente.
Testi (tradotti):
Ra cornamusa an Tani (La cornamusa nel Tanaro)
Tanaro è il tempo, divenuto acqua,
la deriva clessidra di gusci, sabbia,
tempo che veniva rotte le catene al gelo
canta vittoria
con le piante e i pesci,
gli uccelli, col sole in gloria.
Tanaro raccontava e racconta a stagli in ascolto
il pane mutino, saracco,
polenta fredda
borbottio divenuto memoria di quelli che tacciono
terre, sudori, carri, le vacche e l'asino.
Tanaro la piva dell'eco,
ripeteva
stagione del cespuglio,
dei richiami lungo la riva
raccontava i tempi,
dell'avvenire, all'aria pura
fagotto dei venti, respiro
della gioventù.
Cantava il vino, i canti
della nostra lotta
per vivere, per campare,
tempi tristi dell'idiota
la fame, il freddo, la paura
la prepotenza
liberare l'anima e i passi,
sorte, che vinca
Slegato il burchiello, giù il remo,
nell'acqua ondeggiante
lasciate alle spalle le case
che ballano la carioca
dalla confluenza del Belbo
in su non sanno più chi eri
là sabbie e piante
raccontano un mondo di misteri.
Storie di Tanaro morto;
di dove passava
al tempo dei tempi
della stella che chiamava le cornacchie bianche,
volpi, lupi, l'Eremita del nuovo
maschere ghigne di Carnevale,
tempo del rinnovo.
Racconta i fondoni del vortice dove tira l'acqua pulita e il pesce
a odorare la frescura
la palla di fuoco del sole,
occhi da morosa
storie dell'acqua santa
diventata bavosa.
L'airone, mangiare il pesce vivo,
vede solo la pesca il merlo dal becco giallo
fischiare la tresca
taciuto l'usignolo c'è il cuculo sotto la luna
raccontare i ragazzi
Ribelli dell'assassina.
Erano dei posti per i giovani sotto le piante?
Guardavamo in alto le stelle che sono tante
la terra gelata o molle,
semenze caine
con l'acqua a raccontare
solo piene e siccità.
Accesi due ramo, ossa di un'albera morta
scaldava le mani e l'anima,
divenuta contorta
interrogare il destino,
l'acqua che è indietro
passi nella sabbia i sogni,
dietro il giro di una sfera.
Quel tempo Tanaro una ruota da arrotino
forbici e coltelli che tagliano il filo della vita
ma c'è una cornamusa,
un cuore, cantiamo l'utero di Caterina
(la Morte) combattiamo
L'impronta dei piedi, della melma,
diavolo della zampa
cantavamo insieme ai morti la nostra lotta
l'amore, l'onore, sudore dell'uomo,
sostanza cuore dell'armonia,
sogno della fratellanza.
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sabato 25 settembre 2021
Il Dialetto Alessandrino, se resta qualcosa.
Questo è un breve post sul dialetto alessandrino, che, come gli alessandrini stessi, è ormai quasi scomparso. In quanti sanno parlare in dialetto in quella città? Oggi quasi nessuno, in pochissimi riescono a capirlo ed è limitato a qualche libro di nicchia e a studiosi ormai in gran parte anziani. Non succede solo nella città piemontese, ma da quelle parti la situazione è particolarmente grave. E' delicato parlare di questo tipo di argomenti che finiscono sempre per richiamare questioni identitarie e campanilistiche della peggior specie, tuttavia penso che lo scomparire di un dialetto sia il sintomo di una cultura che sparisce e, se la cosa è ormai inevitabile, sia giusto almeno cercare di documentarne alcuni caratteri.
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Alessandrino
Lissandren
Parlato in
Italia
Parlato in
Alessandria (eccetto Novese, Ovadese, Casalese e Tortonese)
L'Alessandrino è un dialetto orientale della lingua Piemontese, appartiene al gruppo dei dialetti monferrini ed è influenzato dal Lombardo e dall'Emiliano (che fanno parte della stessa famiglia delle lingue galloromanze dell'Italia settentrionale). Al contrario di quanto si legga ogni tanto, non ha alcuna influenza ligure (lo ha solo nella parte sud della provincia, culturalmente ligure) e, a differenza del dialetto Tortonese e delle parlate dei paesi ad est del capoluogo, l'Alessandrino resta uno dei dialetti della famiglia Piemontese.
Perché parliamo dell'Alessandrino? Perché questo dialetto conserva (o sarebbe meglio dire conservava) alcune caratteristiche che rimandano a periodi ancestrali precedenti alla latinizzazione: ad esempio la pronuncia resta più vicina a quella francese che a quella italiana e questo rende, tra l'altro, la trascrizione delle parole molto difficile. Un suono che contraddistingue la parlata locale ad esempio è quello della "R" che ritroviamo anche in altre zone del Piemonte e del nord Italia ma che non è tipico di tutta la lingua piemontese. In alcuni casi è detta "R" moscia dai connazionali, ma in realtà si tratta della "R francese" in cui il suono viene emesso senza "arrotare". Anche il modo in cui si pronunciano le vocali avvicina la parlata alessandrina a quella francese: La A generalmente viene chiusa come proprio nel caso del nome della città. Se in Piemontese si dice (A)Lissandria, localmente si la "A" centrale si chiude diventado quasi una "O" infatti generalmente si trascrive "Lisondria" con una S sola tra l'altro.
La stessa cosa succede con la "U" che si chiude e si legge come quella del Francese "Une" o con la "I" che invece sembra ad una E. Ma non essendo io un esperto linguista mi fermo qui e rimando ad approfondire su testi accademici, in ogni caso queste influenze sono antiche e non vanno ricercate nel periodo napoleonico in cui Alessandria, ma anche l'intero Piemonte erano in territorio francese (1800-1815) e in cui addirittura le strade della città avevano nomi francesi, ma nell'origine della lingua, che a differenza per esempio del torinese, ebbe a livello popolare, una minore influenza italiana e conservò questi suoni.
Il piemontese fa parte della famiglia delle lingue galloitaliche (come il Lombardo, l'Emiliano, ecc...) che a loro volta fanno parte della famiglia galloromanza (insieme alle lingue Occitane,
lingue d'oïl, le lingue franco-provenzali e quelle retiche, vedere la mappa sopra). Questa grande famiglia si differenzia dalle altre lingue romanze per il persistere di alcuni caratteri celtici nella parlata latina. E' facile infatti vedere nella mappa di qui sopra un sovrapporsi con i territori occupati dalle Gallie nel periodo romano. La Gallia Transalpina, Narbonense, ecc... in quella che oggi è la Francia, la Gallia Cisalpina in quella che oggi è l'Italia del Nord.
lingue d'oïl, le lingue franco-provenzali e quelle retiche, vedere la mappa sopra). Questa grande famiglia si differenzia dalle altre lingue romanze per il persistere di alcuni caratteri celtici nella parlata latina. E' facile infatti vedere nella mappa di qui sopra un sovrapporsi con i territori occupati dalle Gallie nel periodo romano. La Gallia Transalpina, Narbonense, ecc... in quella che oggi è la Francia, la Gallia Cisalpina in quella che oggi è l'Italia del Nord.
Ma torniamo all'Alessandrino, sono molti i termini in comune con il francese, pensiamo a Sortì per uscire o ai nomi di verdure e frutti, ma ce ne sono alcuni particolarmente significativi e unici che differenziano questo dialetto dal Piemontese e lo rendono unico.
La parolo "Ghin" (si legge Ghèn nasale, italianizzato in Ghino) vuol dire Maiale e si differenzia dal piemontese "Crin". Il termine si ritrova solo in alcuni dialetti locali nella zona germanofona dell'Alsazia e del Baden-Württemberg il che testimonia un'origine precedente al periodo latino e tedesco, ovviamente, e fa risalire il termine ad un'origine celtica o proto-celtica. Un'altro termine è "Mata" che significa ragazza e che troviamo soltanto in altri dialetti dell'area romancia in Svizzera e che anche in questo caso testimoniano un'origine precedente alla latinizzazione.
Vi rimando in oltre alla pagina Wikipedia dedicata: https://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto_alessandrino
che incollo qui sotto:
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Alessandrino
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Tassonomia
Filogenesi Lingue indoeuropee
Romanze
Galloromanze
Galloitaliche
Piemontese
Dialetto alessandrino
Manuale
Il dialetto alessandrino (lissandren) è una varietà della lingua piemontese parlata in parte della provincia di Alessandria.
Indice
1Descrizione
2Brano in alessandrino
3Note
4Bibliografia
5Voci correlate
Descrizione[modifica | modifica wikitesto]
Sul dialetto alessandrino esiste una discreta documentazione storica relativa a poeti e scrittori in vernacolo. Importanti, anche se non numerosi, i personaggi alessandrini che nel corso dei secoli si espressero vernacolo. Alcuni amarono il genere letterario o meglio ancora il dialogo umoristico-satirico fin dal Cinquecento. Altri preferirono esprimersi scrivendo rime e composizioni in versi.
Caratteristica dell'alessandrino, che è un dialetto appartenente al gruppo orientale della lingua piemontese, è di differire in modo notabile dagli altri dialetti del Piemonte, in quanto maggiormente vicino alle varietà lombarde ed emiliane[1] (il continuum dialettale emiliano si estende infatti fino al Tortonese).
Per esempio: signore e signora vengono tradotti indistintamente come sciur e sciura tipici della lingua lombarda o come monsù e madamen tipici della lingua piemontese.
Brano in alessandrino[modifica | modifica wikitesto]
In òm l'éiva dói fiói.
Er pu giovo ëd sti fiói l'ha dicc a sò pari: “Papà, dami ra part dij ben ch'om toca!”. E lu o j'ha spartì e o j'ha dacc ra soa part.
E da léi a pochi dì, er fió pu giovo l'ha facc su tut e l'è andacc ant in pais lontan, e là l'ha sgarà tut er facc sò a fè der sbauci.
E quand ch'o n'èiva pu nént afacc, i è stacc 'na gran carestia ant col pais, e lu l'ha prinsipià a slantè par vivi.
E l'è andacc e o s'è antrodot an ca 'd jeun dij sitadin 'd col pais ch'o l'ha mandà a ra sò cassinna a fè ra vuardia ai ghén.
E bramava d'ampiss ra panza der giandori ch'i mangiavu ij ghén, e anseun a-j na dava.
Ma quand ch'l'ha vist o sò disingan, l'ha dicc: "O quanta gent 'd servissi an cà 'd mè pari, ch'i han der pan a uffa, e méi acsichì a ma mór dra fam!
L'è mèj ch'a m'àussa, e ch'a vaga da mè pari, e a-j dirò: Papà, méi a i hò mancà còntra o Sé e còntra téi
A 'n mérit gnanca pu d'essi ciamà tò fió. Tratmi 'mè ch'a fissa jeun d'o tò servissi".
E su ch'l'è stacc, l'è andacc da sò pari. Antratant ch'l'era ancora lontan, sò papà o l'ha vist e pijà da ra compassion o j'è cors ancòntra e o n'ha brassà er còl, e ol l'ha basà.
E is fió o j'ha dicc: "Papà, i hò mancà còntra o Sé e còntra 'd téi. A 'm mérit gnanca d'essi ciamà tò fió".
Er pari l'ha dicc ai sò servidor: "Prest, tiré fòra l'avstì pu pressios, e butèjli andòss, e mitij l'anel ant o dij e ij stivalèn ai pè.
E amnè chì er vidèl grass, e massèli, e ch'os mangia e ch'os staga alegrament.
Përché ist mè fió l'era mòrt e l'è risussità, o s'era pers e o s'è trovà". E léi i han prinsipià a fè 'n grand past e stèssni alégher.
Anlora er fió prim a l'era an campagna e quand ch'o tornava, e avzinàndsi a ra ca, l'ha santì ch'i sonavo e ch'i balavo.
E l'ha ciamà jeun dij servidor e ol l'ha interogà su ch'l'era su chì.
E l'àter l'ha rispòst: "L'é tornà a ca tò fradel e tò pari l'ha massà in vidèl grass përché ol l'ha ricuperà san e salv".
E lu l'é andacc an còlra e 'n voriva pu intrè drent; donca l'è surtì fòra er pari, ch'l'ha prinsipià a pregheli.
Ma lu a l'ha rispòst e l'ha dicc al sò pari: "L'è zà tancc ani che méi at serv, e a n'hò maj trasgredì jeun dij tò órdin, e 'n t' m'hai maj dacc in cravèt par ch'a 'm la godissa con ij mè amis.
Ma da dòp ch'o j'è avnì chì is tò fió, ch' l'ha divorà tut er facc sò con der doni 'mè si séja, t'hai massà par lu er videl grass".
Ma er pari o j'ha dicc: "Fió, téi t'èi sémper con méi, e tut col ch'a i hò méi l'é tò.
Ma l'era ben giust da fé in gran past e da fé festa përchè is tò fradel l'era mòrt e l'è risussità; o s'era pers e o s'è trovà".[2]
In questo brano si evidenziano tutte le differenze dell'alessandrino rispetto al piemontese standard (o koiné, dal greco antico, "lingua comune"):
-it e -ti a fine parola vengono pronunciati -cc, fenomeno molto diffuso sia nel piemontese orientale e meridionale che nel lombardo.
Alcune a del piemontese standard vengono pronunciate [ɔ] (scritte <o>) es.: Lissandria>Lissondria
L'articolo indeterminativo piemontese standard "ën" viene pronunciato [in]
Gli articoli determinativi singolari "ël" e "la" vengono pronunciati [er] e [ra] (tipico monferrino), oppure [ʊ] e [a] (influenza ligure).
La preposizione "për" viene pronunciata [par]
Le particelle che si assemblano in coda ai modi indefiniti dei verbi, che in koiné hanno varie finali (o,e), vengono pronunciate con la finale in "-i".
La seconda coniugazione e molte parole che nella koiné si scrivono terminanti per "-e" in alessandrino sono pronunciati terminanti per "-i".
mi (io) diventa [mɛj]; "ti" (tu) diventa [tɛi], "chiel" e "chila" diventano "lu" [ly] e "la", come in vercellese.
"lì" e sì" (lì e qui) del piemontese standard in alessandrino sono "lèi" [lɛj] (influenza emiliana) e "chì" [ki] (influenza lombarda).
I pronomi personali clitici del piemontese standard sono "i, it, a, i, i, a", nell'alessandrino diventano rispettivamente "a, it, o, -, -, i"
Il pronome personale clitico viene spesso eliso fra il che e il verbo che segue, come avviene anche in astigiano. (che a l'é > ch'a l'é > ch'l'é)
"già" diventa "zà" per un'influenza emiliana.
"pì" (più) diventa "pù", per un'influenza lombarda (pussee).
"un" [yŋ] del piemontese standard ("uno" inteso come numero e non come articolo indeterminativo) si pronuncia "jeun" [jøŋ].
La "n" faucale piemontese nelle parole femminili, viene sovente rimpiazzata da una doppia "nn". cassin-a>cassinna
Come in monferrino le finali in "-in" si aprono fino a diventare "-èn" (stivalin>stivalèn). bin [biŋ] (bene) viene pronunciato [bɛŋ].
Nel piemontese standard si dice "rëspondù", "vëddù", "corù", "perdù", "antrodovù" (regolari), mentre in alessandrino si usano (anche, ma non solo) gli irregolari "rëspòst", "vist", "cors", "pers", "antrodot". Questa caratteristica non è ammessa nella koiné.
L'aggettivo indefinito "ës" [әs] (questo) viene pronunciato [is].
Lessico tipico alessandrino:
ghèn: maiali; koiné: crin.
fió: figlio; koiné: fieul.
cincanta: cinquanta; koiné: sinquanta.
Tutte le variazioni diatopiche alessandrine elencate fino ad ora sono state circoscritte a pronuncia e lessico. La grammatica alessandrina ha due sole varianti rispetto a quella del piemontese standard, che non sono ammesse nella koiné:
La negazione può essere posta anche davanti al verbo come una 'n (es.: A 'n mérit gnanca pù d'essi ciamà tò fió, non mi merito neanche più di essere chiamato figlio tuo), ed è concesso il raddoppiamento della negazione ('n... gnanca), cosa che in koiné la annullerebbe di significato.
In koiné, quando si deve esprimere particelle dative, accusative, genitive o locative con i tempi composti di qualsiasi verbo, queste particelle vengono assemblate al participio passato. In alessandrino invece vengono assemblate al pronome personale clitico. Questa forma compare talvolta anche negli scritti in koiné. Non è scorretta, però è rara e ha un suono insolito, aulico o torbido a seconda del contesto.
Filogenesi Lingue indoeuropee
Romanze
Galloromanze
Galloitaliche
Piemontese
Dialetto alessandrino
Manuale
Il dialetto alessandrino (lissandren) è una varietà della lingua piemontese parlata in parte della provincia di Alessandria.
Indice
1Descrizione
2Brano in alessandrino
3Note
4Bibliografia
5Voci correlate
Descrizione[modifica | modifica wikitesto]
Sul dialetto alessandrino esiste una discreta documentazione storica relativa a poeti e scrittori in vernacolo. Importanti, anche se non numerosi, i personaggi alessandrini che nel corso dei secoli si espressero vernacolo. Alcuni amarono il genere letterario o meglio ancora il dialogo umoristico-satirico fin dal Cinquecento. Altri preferirono esprimersi scrivendo rime e composizioni in versi.
Caratteristica dell'alessandrino, che è un dialetto appartenente al gruppo orientale della lingua piemontese, è di differire in modo notabile dagli altri dialetti del Piemonte, in quanto maggiormente vicino alle varietà lombarde ed emiliane[1] (il continuum dialettale emiliano si estende infatti fino al Tortonese).
Per esempio: signore e signora vengono tradotti indistintamente come sciur e sciura tipici della lingua lombarda o come monsù e madamen tipici della lingua piemontese.
Brano in alessandrino[modifica | modifica wikitesto]
In òm l'éiva dói fiói.
Er pu giovo ëd sti fiói l'ha dicc a sò pari: “Papà, dami ra part dij ben ch'om toca!”. E lu o j'ha spartì e o j'ha dacc ra soa part.
E da léi a pochi dì, er fió pu giovo l'ha facc su tut e l'è andacc ant in pais lontan, e là l'ha sgarà tut er facc sò a fè der sbauci.
E quand ch'o n'èiva pu nént afacc, i è stacc 'na gran carestia ant col pais, e lu l'ha prinsipià a slantè par vivi.
E l'è andacc e o s'è antrodot an ca 'd jeun dij sitadin 'd col pais ch'o l'ha mandà a ra sò cassinna a fè ra vuardia ai ghén.
E bramava d'ampiss ra panza der giandori ch'i mangiavu ij ghén, e anseun a-j na dava.
Ma quand ch'l'ha vist o sò disingan, l'ha dicc: "O quanta gent 'd servissi an cà 'd mè pari, ch'i han der pan a uffa, e méi acsichì a ma mór dra fam!
L'è mèj ch'a m'àussa, e ch'a vaga da mè pari, e a-j dirò: Papà, méi a i hò mancà còntra o Sé e còntra téi
A 'n mérit gnanca pu d'essi ciamà tò fió. Tratmi 'mè ch'a fissa jeun d'o tò servissi".
E su ch'l'è stacc, l'è andacc da sò pari. Antratant ch'l'era ancora lontan, sò papà o l'ha vist e pijà da ra compassion o j'è cors ancòntra e o n'ha brassà er còl, e ol l'ha basà.
E is fió o j'ha dicc: "Papà, i hò mancà còntra o Sé e còntra 'd téi. A 'm mérit gnanca d'essi ciamà tò fió".
Er pari l'ha dicc ai sò servidor: "Prest, tiré fòra l'avstì pu pressios, e butèjli andòss, e mitij l'anel ant o dij e ij stivalèn ai pè.
E amnè chì er vidèl grass, e massèli, e ch'os mangia e ch'os staga alegrament.
Përché ist mè fió l'era mòrt e l'è risussità, o s'era pers e o s'è trovà". E léi i han prinsipià a fè 'n grand past e stèssni alégher.
Anlora er fió prim a l'era an campagna e quand ch'o tornava, e avzinàndsi a ra ca, l'ha santì ch'i sonavo e ch'i balavo.
E l'ha ciamà jeun dij servidor e ol l'ha interogà su ch'l'era su chì.
E l'àter l'ha rispòst: "L'é tornà a ca tò fradel e tò pari l'ha massà in vidèl grass përché ol l'ha ricuperà san e salv".
E lu l'é andacc an còlra e 'n voriva pu intrè drent; donca l'è surtì fòra er pari, ch'l'ha prinsipià a pregheli.
Ma lu a l'ha rispòst e l'ha dicc al sò pari: "L'è zà tancc ani che méi at serv, e a n'hò maj trasgredì jeun dij tò órdin, e 'n t' m'hai maj dacc in cravèt par ch'a 'm la godissa con ij mè amis.
Ma da dòp ch'o j'è avnì chì is tò fió, ch' l'ha divorà tut er facc sò con der doni 'mè si séja, t'hai massà par lu er videl grass".
Ma er pari o j'ha dicc: "Fió, téi t'èi sémper con méi, e tut col ch'a i hò méi l'é tò.
Ma l'era ben giust da fé in gran past e da fé festa përchè is tò fradel l'era mòrt e l'è risussità; o s'era pers e o s'è trovà".[2]
In questo brano si evidenziano tutte le differenze dell'alessandrino rispetto al piemontese standard (o koiné, dal greco antico, "lingua comune"):
-it e -ti a fine parola vengono pronunciati -cc, fenomeno molto diffuso sia nel piemontese orientale e meridionale che nel lombardo.
Alcune a del piemontese standard vengono pronunciate [ɔ] (scritte <o>) es.: Lissandria>Lissondria
L'articolo indeterminativo piemontese standard "ën" viene pronunciato [in]
Gli articoli determinativi singolari "ël" e "la" vengono pronunciati [er] e [ra] (tipico monferrino), oppure [ʊ] e [a] (influenza ligure).
La preposizione "për" viene pronunciata [par]
Le particelle che si assemblano in coda ai modi indefiniti dei verbi, che in koiné hanno varie finali (o,e), vengono pronunciate con la finale in "-i".
La seconda coniugazione e molte parole che nella koiné si scrivono terminanti per "-e" in alessandrino sono pronunciati terminanti per "-i".
mi (io) diventa [mɛj]; "ti" (tu) diventa [tɛi], "chiel" e "chila" diventano "lu" [ly] e "la", come in vercellese.
"lì" e sì" (lì e qui) del piemontese standard in alessandrino sono "lèi" [lɛj] (influenza emiliana) e "chì" [ki] (influenza lombarda).
I pronomi personali clitici del piemontese standard sono "i, it, a, i, i, a", nell'alessandrino diventano rispettivamente "a, it, o, -, -, i"
Il pronome personale clitico viene spesso eliso fra il che e il verbo che segue, come avviene anche in astigiano. (che a l'é > ch'a l'é > ch'l'é)
"già" diventa "zà" per un'influenza emiliana.
"pì" (più) diventa "pù", per un'influenza lombarda (pussee).
"un" [yŋ] del piemontese standard ("uno" inteso come numero e non come articolo indeterminativo) si pronuncia "jeun" [jøŋ].
La "n" faucale piemontese nelle parole femminili, viene sovente rimpiazzata da una doppia "nn". cassin-a>cassinna
Come in monferrino le finali in "-in" si aprono fino a diventare "-èn" (stivalin>stivalèn). bin [biŋ] (bene) viene pronunciato [bɛŋ].
Nel piemontese standard si dice "rëspondù", "vëddù", "corù", "perdù", "antrodovù" (regolari), mentre in alessandrino si usano (anche, ma non solo) gli irregolari "rëspòst", "vist", "cors", "pers", "antrodot". Questa caratteristica non è ammessa nella koiné.
L'aggettivo indefinito "ës" [әs] (questo) viene pronunciato [is].
Lessico tipico alessandrino:
ghèn: maiali; koiné: crin.
fió: figlio; koiné: fieul.
cincanta: cinquanta; koiné: sinquanta.
Tutte le variazioni diatopiche alessandrine elencate fino ad ora sono state circoscritte a pronuncia e lessico. La grammatica alessandrina ha due sole varianti rispetto a quella del piemontese standard, che non sono ammesse nella koiné:
La negazione può essere posta anche davanti al verbo come una 'n (es.: A 'n mérit gnanca pù d'essi ciamà tò fió, non mi merito neanche più di essere chiamato figlio tuo), ed è concesso il raddoppiamento della negazione ('n... gnanca), cosa che in koiné la annullerebbe di significato.
In koiné, quando si deve esprimere particelle dative, accusative, genitive o locative con i tempi composti di qualsiasi verbo, queste particelle vengono assemblate al participio passato. In alessandrino invece vengono assemblate al pronome personale clitico. Questa forma compare talvolta anche negli scritti in koiné. Non è scorretta, però è rara e ha un suono insolito, aulico o torbido a seconda del contesto.
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