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sabato 11 maggio 2024

L'oppidum ligure di Entremont e i reperti ad Aix en Provence

 

L'ornamento della statua assisa quasi completa ritrovata ad Entremont

IL SITO ARCHEOLOGICO

L'oppidum di Entremont (il nome è stato attribuito nel medioevo) era con molta probabilità il centro principale dei liguri Salluvii (Salii, o Salyes in greco o ancora Salyens in francese) e si trova a circa 3 km dal centro di Aix en Provence. Il sito fu costruito nel 190-180 a.C. e completamente abbandonato nel 90 a.C, circa, qui venne abitato per meno di un secolo. Le stele riutilizzate per la costruzione di alcuni edifici però fanno pensare che il sito fosse già stato occupato fino dall'età del ferro. Questo sito, come quelli vicini di Roquepertuse ad esempio, è notevole per moli motivi: la inusuale quantità di arte scultorea ritrovata, gli altari dedicati al culto celtico delle teste mozzate di cui gli autori classici parlano spesso, la posizione assisa (o yoga diremmo noi) in cui le statue si trovano e per molti altri motivi che vedremo qui sotto.

Il sito archeologico di Entremont.

LE DONNE CELTO-LIGURI

Iniziamo da una caratteristica di questo sito che di solito passa in secondo piano: la forte presenza di statuaria femminile che ci evidenzia alcune caratteristiche importanti delle popolazioni celto-liguri: le donne sicuramente godevano di grande importanza in queste società e vengono rappresentate in posizione seduta con sandali, veste di tessuto a quadri, copricapo e orecchini. Sono state trovate tre teste, due complete e uno solo frammentata. La qualità scultorea è altissima, specialmente se paragonata ad altri reperti scultorei celtici o liguri e denota probabilmente la forte influenza del contatto con le popolazioni greche e mediterranee.

La vetrinetta contenente le teste e parti della statuaria femminile al museo Granet di Aix.

Le teste delle statue femminili ritrovata ad Entremont e i piedi di una delle statue con sandali. Il materiale è conservato al Museo Granet di Aix en Provence, tranne la terza testa che si trova a Grenoble,

Ricostruzione di una delle "signore" di entremont, rimontando i pezzi che si vedono nelle foto sopra.

IL CULTO DELLE TESTE MOZZATE

Come nel sito di Roquepertuse, a pochi chilometri di distanza, quello che è venuto alla luce ha dato riscontro alle testimonianze dei cronisti classici sulle popolazioni celtiche: il culto della testa mozzata del nemico. Sono qui state trovati sia i crani delle vittime, sia steli e architravi con le nicchie in cui le teste venivano mostrate e sia le statue che rappresentano "erori" che tengono queste teste in mano mentre siedeono in posizione assisa (affronteremo il discorso della posizione del paragrafo successivo).

Un frammento di un architrave: nella nicchia di mezzo una testa scolpita, nelle due nicchie laterali vuote venivano posizionati i crani umani, probabilmente dei nemici.

Il gruppo di teste mozzate: sui capelli di quella in alto a destra sono visibili le dita e la mano del personaggio che le mostrava, vedere la ricostruzione più in basso.

Un'altra testa mozzata "trofeo". Nonostante lo stile primitivo è notevola la resa della morte nello sguardo della scultura. Anche in questo caso sui capelli si vede la mano del personaggio che la teneva.

La collezione statuaria da Entremont di teste mozzate esposte al museo Granet di Aix en Provance. Notevole.


La ricostruzione di uno degli "eroi" che si trovavano nell'area sacra di Entremont con le teste.

Il ritrovamento di questi reperti non lascia dubbio sul culto della testa mozzata nella società celtica sul quale, soprattutto nelle isole britanniche ancora si dibatte nel processo di "debarbarizzazione" delle origini. Oltre ad Entremont, questo tipo di macabri (per noi) ritrovamenti sono venuti alla luce nel già nominato sito di Roquepertuse, nelle vicinanze e a 
Tuttavia, però, bisogna pensare che per i Celti (in questo caso Liguri) non fosse un atto di pura barbarie, infatti queste popolazioni conservavano le teste dei nemici nelle quali pensavano dimorassero i loro spiriti, per pacificarsi con loro, non soltanto come dimostrazione di valore in battaglia. Infatti sia le statue i portali in cui venivano conservate le teste, opportunamente imbalsamate, si trovavano in veri e propri santuari. Un atto simile a quello dei cacciatori che una volta ucciso l'animale lo offrivano al Dio collegato per pacificarsi con i loro spiriti. Un processo spirituale e magico difficile da comprendere per noi abituati alle guerre tecnologiche e agli allevamenti intensivi industriali, ma che credo sia molto interessante. 

Appunto: il culto della testa celtico è giunto fino a noi, visivamente, in modo molto più comune di quanto possiamo immaginare, anche se non ce ne rendiamo conto. Basta fare un giro infatti, in alcuni paesi o anche città, nelle aree in cui l'elemento celtico era più presente. Nonostante il periodo classico e romano sulle chiese romaniche di campagna prima e poi su elementi architettonici. Questo è vero anche in Italia del nord: guardare le volte dei vecchi portali in pietra delle case, vedrete che fino a pochi secoli fa (in alcuni casi ancora nel '900) queste teste erano scolpite: ad esempio del tetes coupee in valle Varaita, le Margolfe in Emilia, le pietre di testa delle Cinque Terra o i portali di Acqui Terme per nominarne alcuni.

LE STATUE DEI "GUERRIERI"

Le figure più iconiche di questo museo e degli altri oppidum celto-liguri di questa zona sono sicuramente quelle dei "Guerrieri assisi". Si tratta di figure scolpite in pietra sedute nella classica posizione a gambe incrociate (oggi si direbbe all'orientale, yoga). Prima di tutto bisogna puntualizzare che questi personaggi sono detti "guerrieri" in quanto, come visto sopra, esponevano delle teste mozzate, che si suppone fossero trofei di battaglia. In realtà si potrebbe trattare sia di Guerrieri che di divinità o personaggi religiosi: queste statue infatti, sono state ritrovate all'interno di santuari ed aree sacre e la loro posizione "comunica un senso di pace".

I quattro busti in esposizione.

Le 5 teste delle statue dei "guerrieri"

Il corpo di uno dei "guerrieri" che conserva parte delle gambe.

Su questo sito, quelli vicini (Roquepertuse ad esempio) e su quello che vi è stato scoperto si potrebbe scrivere e discutere per giorni, purtroppo si trova poco, anche in zona perchè la civiltà celtica e in particolare quella ligure sembra non interessi molto il pubblico, qui da noi ancor meno, tra l'altro. In ogni caso, i libri che ho sono in francese e non essendo io un archeologo o uno storico professionista, preferisco limitarmi alle cose base di cui sono a conoscenza, a postare foto sperando di creare interesse e cuoriosità, ma cercando di non alimentare le tonnellate di false informazioni e speculazioni fantasiose che circolano su questo tipo di reperti meravigliosi. Tra l'altro sono meravigliosi, affascinante e anche misteriosi già di per se stessi. 

Decorazioni dei busti trovati ad Entremont

E' davvero notevole quante informazioni possiamo avere da questi ritrovamenti: molte volte si legge di ipotesi fantastiche senza nessuna base storica, oppure veniamo a sapere che non si sappia assolutamente niente delle popolazioni liguri del periodo pre-romano. Ad esempio le decorazioni (foto qui sopra) con motivi astratti o serpentiformi, i torques al collo, l'abbigliamento, i tessuti a quadri (statua femminile). Le statue assise hanno dei forti legami con le rappresentazioni della divinità Cernunnos sempre rappresentato seduto a gambe incrociate, con torque al collo (vedi il lunghissimo post dedicato: LINK) ma anche alle sepolture galliche con inumazione (vedi link dedicato: LINK)

ALTRI REPERTI ESPOSTI:

Nel museo sono esposti anche altri pezzi notevoli: alcune elementi in pietra scolpiti, in modo molto più grezzo, alcuni più antichi della stessa Entremont e riutilizzati: elemento principale continua ad essere la testa.




Sopra si possono vedere alcuni basso rilievi: teste mozzate e un cavaliere.

NOTE FINALI: in questa occasione, più che in altre, si può chiaramente vedere come le popolazioni liguri dall'età del ferro fossero popolazioni celtiche che, a causa dei continui rapporti con greci (e  con etruschi e poi romani in ambito padano) furono pesantemente influenzati dalla cultura classica. In questo caso non ci sono testimonianze scritte ma tutte le evidenze lo confermano. E del resto lo dicono le tesi più recenti supportate dagli studiosi più esperti come Filippo Maria Gambari che negli ultimi anni aveva scritto molto al riguardo.

Bibliografia:
L'oppidum gaulois d'Entemont à Aix en Provence - Association archèologique Entemont.

LINK:


 

lunedì 19 febbraio 2024

Il Santuario celto-ligure di Roquepertuse e l'oppida di Entremont.

ROQUEPERTUSE

Vista generale del santuario di Roquepertuse, aprile 2024.

Abbiamo già parlato del santuario di Roquepertuse in diversi post usciti negli anni, si tratta infatti di uno dei siti archeologici più importanti mai scoperti che abbiano a che fare con la cultura celtica e ligure e presenta dei caratteri davvero notevoli. E' infatti impossibile analizzarlo in poche righe su questo blog, ma come sempre questi post servono ad accendere la curiosità per luoghi e storie troppo poco conosciuti. Questo sito legato all'oppida di Entremont che vedremo più sotto e si trova a Nord di Marsiglia non lontano da Aix en Provence. Entrambi i luoghi vennero abitati dalla tribù del Salluvi.


L'area archeologica venne scoperta nel 1860 e durante gli scavi all'inizio del '900 effettuati da Henri de Gérin-Ricard vennero alla luce i resti di quello che doveva essere una zona sacra di grande importanza, una vera e propria acropoli che si sviluppava su di un altipiano di circa mezzo ettaro ma che, si capì subito, non aveva caratteri greco-romani; dalla terra emersero infatti i resti di alcune statue, due delle quali erano in posizione eretta con le gambe incrociate ed erano incredibilmente simili alle rappresentazioni scultoree del Buddha in estremo oriente. Gli scavi che durarono dal 1917 al 1927 permisero di riconoscere in questo luogo un importante centro di culto legato alla tribù ligure dei Salluvi. Il santuario era costituito da un'area pavimentata in pietra (50x22 metri), una scala costituita da grandi lastre e dei terrazzamenti ma probabilmente questa era soltanto una parte del complesso originario. 


Sulla piattaforma principale poi si trovava un portico o un portale, le cui colonne in pietra avevano delle nicchie in cui, con ogni probabilità, si trovavano delle teste umane. Questo sito infatti era indubbiamente legato al culto celtico della testa. Oltre alle due statue in posizione assisa vennero alla luce anche la statua di un uccello (probabilmente un rapace) e una scultura con due teste con la fronte opposta nel classico stile gallico.


L'importanza di questo sito quindi è dovuta sia al fatto che si tratti di una delle più grandi aree sacre scoperte legate alla cultura ligure e celtica, sia perché ci fornisce una prova del "culto delle teste" che le fonti greche e latine attribuiscono alle popolazioni galliche. In oltre le due statue, conosciute come "guerrieri" in posizione assisa o "del loto" sono un altro tassello nella comprensione delle caratteristiche della religione di questi popoli. Seduto in questo modo veniva infatti rappresentato Cernunnos (il dio dalle corna di cervo LINK), venivano sepolti i morti sempre in ambito gallico e ovviamente apre molte domande sui rapporti tra Europa antica e Oriente nell'antichità che abbiamo provato ad elencare in questo lunghissimo post (LINK).

Vista del santuario di Roquepertuse, aprile 2024.

Gli scavi e gli studi più recenti hanno hanno aggiornato e arricchito la storia di questo luogo sacro: la frequentazione risale almeno al V secolo avanti cristo, le decine di stele ritrovate dovrebbero risalire alla fine dell'età del bronzo e all'inizio di quella del ferro. Le statue assise risultano più antiche, i vestiti sono stati datati al 4-500 a.c. potrebbero non essere soltanto armature, infatti presentano decorazioni benauguranti (swastika) ed emanavano un senso di pace: esagerando potremmo fare un confronto con samurai del Giappone che erano allo stesso tempo guerrieri e monaci Zen. Il termine guerrieri con cui sono stati chiamati è probabilmente inesatto, ma non possiamo sapere se fossero personaggi religiosi, eroi o altro. 


Probabilmente il centro venne fortificato in seguito ad almeno un attacco durante il III secolo a.c. fino a diventare fortificato e forse a sviluppare un centro abitato intorno. Roquepertuse fu distrutto dai romani nel 124 a.C. e rimase nascosto fino alla metà del 1800. Oggi il sito è visitabile e le statue e parte del portale, sono visitabili al museo archeologico di Marsiglia.

Vista del santuario dal basso in mezzo ala pineta. Aprile 2024.

Il muretto del terrazzamento su cui sorgeva il portale dei "buddha" di Roquepertuse.

I resti della scalinata con la quale si saliva al portale.

Mappa con i nomi delle popolazioni celto-liguri conosciute: I santuari di Roquepertuse e l'oppida di Entremont appartenevano ai liguri Salluvii. Queste popolazioni di lingua e cultura celtica con forte influenza greca ed etrusca prima e romana dopo si estendevano dal nord della Toscana ad est, alla svizzera a nord fino ai confini con la penisola Iberica ad est. i confini non erano assolutamente netti, gli stessi romani facevano molta fatica a distinguere tra popolazioni celtiche vere e proprie e liguri. Recenti studi sul DNA sulle popolazioni dell'Europa centro-meridionale hanno evidenziato che probabilmente Iberi e Liguri erano strettamente collegati e di entrambe le popolazioni si potrebbe parlare di Celti Mediterranei. 


L'OPPIDA DI ENTREMONT
Dato lo sviluppo di questo post e della sua lunghezza abbiamo separato qui la parte riguardante Entremont e i reperti conservati a Aix: https://leradicideglialberi.blogspot.com/2024/05/loppidum-ligure-di-entremont-e-i.html

*Sono una importanza testimonianza di quello che negli ultmi anni gli studi ufficiali stanno dimostrando: i Liguri dell'età del ferro erano celti che occupavano le gallie meridionali e che a causa dei lori contatti con il mondo classico avevano caratteristiche che li differenziava in parte dalle popolazioni più a nord.

LINKS:



mercoledì 22 novembre 2023

Acqui Terme - "Da Carystum ad Aquae Statiellae" conferenza

Interessantissima conferenza ad Acqui del 2011:
Acqui Terme - "Da Carystum ad Aquae Statiellae" 
Un racconto che parte dai primi insediamenti nel territorio per arrivare fino al fulgore dell' età imperiale., passando per la Battaglia di Caristo e lo scontro tra Liguri e Romani. 
MARICA VENTURINO, archeologa: “Acqui prima di Aquae Statiellae” 
SILVIA GIORCELLI, storica: “Statielli e Romani: scontro di civiltà” 
GERMANO LEPORATI, archeologo: “Aquae Statiellae e la Via Aemilia Scauri”

domenica 30 ottobre 2022

Visita a Cartosio

Visita al bel borgo di Cartosio (AL) durante la fiera "Autunno Fruttuoso" dedicata alla frutticoltura, alle piante da orto e da giardino e ai doni che l’autunno elargisce. 

Il paese si trova a pochi chilometri oltre Acqui Terme salendo la valle Erro e la fiera si rova nella piazza principale. Si tratta di un mercatino piccolo ma bellissimo, i banchi sono tutti locali ed espongono piante, frutti e artigianato raffinato. Questa edizione prevedeva la consueta mostra pomologica con uve antiche piemontesi, frutti esotici coltivati in Sicilia, mele e cachi della Romagna, patate tradizionali coltivate in Valle d’Aosta, davvero molto bello. In oltre un gruppo di musicisti di strada si esibivano in vari punti della piazza con un bellissimo repertorio di musica occitana e piemontese.


Sulla piazza troviamo anche la torre medievale costruta nel XIII secolo probabilmente da maestranze provenienti da Casale Monferrato alla cui sommità però mancano i merli distrutte già nel 1296 dalle milizie astigiane. E' possibile salire in cima alla torre e godere di un grande panorama sul paese e sulla bellissima valle.



Roccaforte celto-ligure degli Statielli ?

Della storia di questo borgo, come di molti altri in zona, si sa poco di quello che sia accaduto dopo l'anno 1000. Tuttavia per anni si è pensato che qui potesse sorgere Carystum (o Caristo), il famoso Oppida capitale dei galli Statielli, in cui nel 173 a.C. si combattè la famosa battaglia omonima (LINK) tra i romani e i liguri. In effetti questo popolo abitava grosso modo l'attuale territorio occupato oggi dalla provincia di Alessandria al di sotto del Tanaro e si ipotizzò che questa località potesse trovarsi anche nella vicina regione Caristia verso Ponzone o addrittura ad Alessandria dove oggi sorge il quartiere Cristo appunto (vedi LINK). Oggi la maggior parte degli studiosi identifica Carystum con l'odierna Acqui Terme.

Sopra: una cartolina dei primi del '900 in cui si vede la piazza principale con la torre medievale e i resti del castello, oggi scomparsi.

LINKS:

https://leradicideglialberi.blogspot.com/2021/03/toponimi-celtici-nel-territorio.html

https://leradicideglialberi.blogspot.com/2019/03/linvasione-romana-della-gallia.html

sabato 20 novembre 2021

La Tavola di Polcevera: testimonianze delle popolazioni liguri.

Penso che questo sia uno dei post più interessanti apparsi su questo blog, parleremo di una delle più notevoli e purtroppo poco conosciute testimonianze sul passato preromano e sulle popolazioni liguri che occupavano l'area dell'entroterra genovese verso il basso Piemonte. Si tratta dell'iscrizione della tavola di Polcevera: una lamina bronzea spessa 0,2 cm, alta 38 cm e larga 48 cm sulla quale è stata incisa una sentenza in lingua latina emessa dal Senato di Roma nel 117 a.C. su una questione di confini tra le popolazioni liguri locali ed è importantissima sia per la storia delle popolazioni locali che per la storia del diritto. Attualmente si trova al Museo Civico di Archeologia Ligure di Pegli (Genova).


Il ritrovamento:
La tavola in questione venne scoperta nel 1506 nel greto del torrente Pernecco a Pedemonte di Serra Riccò da un contadino del luogo, Agostino Pedemonte che la portò a Genova per vendere il metallo e farla fondere. Per grandissima fortuna la notizia del ritrovamento giunse allo storico e vescovo Agostino Giustiniani che la fece acquistare dal Governo della Repubblica di Genova. Lo stesso Giustiniani la tradusse in Italiano e qui di seguito ne forniamo il testo in Italiano (da Wikipedia):

«Quinto e Marco Minucji, figli di Quinto, della famiglia dei Rufi, esaminarono le controversie fra Genuati e Viturii in tale questione e di presenza fra di loro le composero. Stabilirono secondo quale forma dovessero possedere il territorio e secondo quale legge si stabilissero i confini e ordinarono di fissare i confini e che fossero posti i termini. E comandarono che, quando fossero fatte queste cose, venissero di presenza a Roma. A Roma di presenza pronunciarono la sentenza, in base ad un decreto del Senato, alle Idi di Dicembre sotto il consolato di Lucio Cecilio, figlio di Quinto e di Quinto Muzio, figlio di Quinto.In base alla quale sentenza fu giudicato: esiste un agro privato del castello dei Viturij il quale agro possono vendere ed è lecito che sia trasmesso agli eredi. Questo agro non sarà soggetto a canone. I confini dell'agro privato dei Langati: presso il fiume Ede, dove finisce il rivo che nasce dalla fonte in Manicelo, qui sta un termine. Quindi si va su per il fiume Lemuri fino al rivo Comberanea. Di qui su per il rivo Comberanea fino alla Convalle Ceptiema. Qui sono eretti due termini presso la via Postumia. Da questi termini, in direzione retta, al rivo Vindupale. Dal rivo Vindupale al fiume Neviasca. Poi di qui già per il fiume Neviasca fino al fiume Procobera. Quindi già per il Procobera fino al punto ove finisce il rivo Vinelasca; qui vi è un termine. Di qui direttamente su per il rivo Vinelasca; qui è un termine presso la via Postumia e poi un altro termine esiste al di là della via. Dal termine che sta al di là della via Postumia, in linea retta alla fonte in Manicelo. Quindi già per il rivo che nasce dalla fonte in Manicelo sino al termine che sta presso il fiume Ede. Quanto all'agro pubblico posseduto dai Langensi, i confini risultano essere questi. Dove confluiscono l'Ede e la Procobera sta un termine. Di qui per il fiume Ede in su fino ai piedi del monte Lemurino; qui sta un termine. Di qui in su direttamente per il giogo Lemurino; qui sta un termine. Poi su per il giogo Lemurino; qui sta un termine nel monte Procavo. Poi su direttamente per il giogo alla sommità del monte Lemurino; qui sta un termine. Quindi su direttamente per il giogo al castello chiamato Aliano; qui sta un termine. Quindi su direttamente per il giogo al monte Giovenzione; qui sta un termine. Quindi su direttamente per il giogo nel monte apennino che si chiama Boplo; qui sta un termine. Quindi direttamente per il giogo apenninico al monte Tuledone; qui sta un termine. Quindi già direttamente per il giogo al fiume Veraglasca ai piedi del monte Berigiema; qui sta un termine. Quindi su direttamente per il giogo al monte Prenico; qui sta un termine. Quindi già direttamente per il giogo al fiume Tulelasca; qui sta un termine. Quindi su direttamente per il giogo Blustiemelo al monte Claxelo; qui sta un termine. Quindi già alla fonte Lebriemela; qui sta un termine. Quindi direttamente per il rivo Eniseca al fiume Porcobera; qui sta un termine. Quindi già per il fiume Porcobera fin dove confluiscono i fiumi Ede e Porcobera; qui sta un termine. Sembra opportuno che i castellani Langensi Viturii debbano avere il possesso e il godimento di questo agro che giudichiamo essere pubblico. Per questo agro i Viturli Langensi diano, quale contributo, all'erario di Genua ogni anno 400 "vittoriati". Se i Langensi non pagheranno questa somma e nemmeno soddisferanno i Genuati in altro modo, beninteso che i Genuati non siano causa del ritardo a riscuotere, i Langensi saranno tenuti a dare ogni anno all'erario di Genua la ventesima parte del frumento prodotto in quell'agro e la sesta parte di vino. Chiunque Genuate o Viturio entro questi confini possieda dell'agro, chi di essi li possieda, sia mantenuto nel possesso e nel godimento, purché il suo possesso dati almeno dalle calende del mese Sestile del consolato di L. Cecilio Metello e di Quinto Muzio. Coloro che godranno di tali possessi pagheranno ai Langensi un canone in proporzione, così come tutti gli altri Langensi che in quell’agro avranno possessi o godimenti. Oltre a questi possessi nessuno potrà possedere in quell'agro senza l'approvazione della maggioranza dei Viturii Langensi, e a condizione di non introdurvi altri che Genuati o Viturij, per coltivare. Chi non obbedisce al parere della maggioranza dei Langensi Viturii, non avrà ne godrà tale agro. Quanto all'agro che sarà compascuo sarà lecito ai Genuati e Viturii pascervi il gregge come nel rimanente agro genuate destinato a pascolo pubblico; nessuno lo impedisca e nessuno s'opponga con la forza e nessuno impedisca di prendere da quell'agro legna o legname. La prima annata di canone, i Viturii Langensi dovranno pagarla alle calende di gennaio del secondo anno, all'erario di Genua, e di ciò che godettero o godranno prima delle prossime calende di gennaio non saranno tenuti a pagare canone alcuno. Quanto ai prati che durante il consolato di L. Cecilio e Q. Muzio erano maturi al taglio del fieno, siti nell'agro pubblico, sia in quello posseduto dai Viturii Langensi, sia in quello posseduto dagli Odiati, dai Dectunini e dai Cavaturini e dai Mentovini, nessuno vi potrà segare né condurvi bestie al pascolo, né sfruttare in altro modo senza il consenso dei Langensi e degli Odiati, e dei Dectunini e dei Cavaturini e dei Mentovini, per quella parte che ciascuno di essi possederà. Se i Langensi o gli Odiati, o i Dectunini o i Cavaturini o i Mentovini vorranno in quell'agro stabilire nuovi patti, chiuderlo, segarvi il fieno, ciò potranno fare a condizione che non abbiano maggiore estensione di praterie di quel che ebbero e godettero nell'ultima estate, Quanto ai Viturii, che nelle questioni con i Genuensi, furono processati e condannati per ingiurie, se qualcuno è in carcere per tali motivi, i Genuensi dovranno liberarli e proscioglierli prima delle prossime Idi del mese Sestile. Se a qualcuno sembrerà iniquo qualcosa di quanto è contenuto in questa sentenza, si rivolga a noi, ogni giorno primo del mese che siano liberi da cause sulle controversie e sugli affari pubblici.»

Moco Meticanio, figlio di Meticone
Plauco Pelianio, figlio di Pelione

Come si può capire si tratta di un testo straordinariamente importante in quanto, oltre alla testimonianza giuridica, grazie ad esso siamo in grado di conoscere i nomi di diverse tribù liguri della zona, sappiamo che attorno al primo secolo prima di Cristo, nonostante la conquista romana, le genti erano ancora liguri, anche gli stessi Genuati. Possiamo addirittura conoscere gli antichi nomi liguri di monti, fiumi e torrenti anche se non è facile capire a quali corrispondessero oggi.

La contesa e il contesto in breve: 
Nel 113 prima di Cristo i liguri Genuati e i Viturii Langenses della Val Polcevera chiamano ad arbitrare una loro disputa territoriale i senatori romani Quinto e Marco Minucio Rufo, di una importante famiglia patrizia che aveva forti legami con i galli padani in quanto discendenti del console Quinto Minucio Rufo che nel 197 a.C. aveva sconfitto i Boi e varie tribù liguri e ne era divenuto "protettore". Per Roma infatti Genova e la Val Polcevera erano diventate molto importanti con la costruzione del 148 a.C. della via Postumia che collegava la costa alla Gallia Cisalpina.

Quello che bisogna sapere:
Le popolazioni liguri dell'età del ferro occupavano gran parte del territorio che va dalla zona di Marsiglia fino al nord dell'attuale Toscana ma anche l'entroterra a nord di questa costa fino all'attuale Svizzera. Erano di cultura celtica e parlavano una lingua di questa famiglia e non si differenziavano molto dalle altre popolazioni galliche anche se l'inospitalità di queste terre, li rendeva agli occhi dei romani particolarmente "rudi". Vivevano di sussistenza con attività di silvicoltura e pastorizia e abitavano in Capanne di legno e paglia arroccati in oppida o castellari. Se molte di queste popolazioni resistettero e combatterono i romani fino all'ultimo, altri popoli, come i Genuati (che fondarono Genova) iniziarono presto a intrattenere rapporti con i Greci che approdavano li sulla rotta per la colonia di Marsiglia e poi con i Romani con i quali si allearono da subito. Grazie a questo gli antichi genovesi godevano di un tenore di vita molto più alto di quello dei vicini, ma quest'amicizia fece anche si che la città venisse distrutta durante le guerre puniche (mentre le tribù vicine si allearono con i cartaginesi contro Roma). In ogni caso, la città venne ricostruita con l'aiuto di Roma e godeva di molti privilegi, mantenendo una posizione predominante sulle altre tribù dell'entroterra. Quando i romani definitivamente sconfisse queste ultime e costruì nel 148 a.C. la Via Postumia che collegava Genova a Libarna e quindi con la Gallia Cisalpina, ricominciarono i dissidi tra le popolazioni dell'entroterra, in particolare con i Viturii, ai quali i Romani avevano confiscato le terre e poi in parte ridate a Genuati e in parte rimesse in cambio di tributi. L'incremento della popolazione dei Viturii Langenenses li aveva ora spinti ad occupare le terre più in basso per la coltivazione dei campi e così erano aumentate le tensioni, tanto che i Genuati avevano anche imprigionato alcuni vicini. La cosa molto interessante è che con la sentenza i Romani non imposero la loro legge in territorio ligure, ma fecero valere con la loro autorità il rapporto tra Genova, città ancora autonoma e le comunità liguri ad essa soggette con la definizione di confini definiti.

Nomi Liguri:
Attraverso questo testo latino siamo venuti a conoscienza dei primi nomi di persone Liguri di cui si abbia notizia in quanto presenti al processo Moco Meticanio, figlio di Meticone e Plauco Pelianio, figlio di Pelione, probabilmente adattati alla lingua latina ma accurati. Si riconoscono chiaramente i suoni tipici della lingua ligure e celtiche continentali "gl." in Pelianio e Pelione, riscontrabile oggi in Pegli e "gn" in Meticanio e Pelianio che con ogni probabilità indicava "Il figlio di". Entrambi i suoni sono rintracciabili ancora oggi in tanti nomi con particolare incidenza nell'Italia nord occidentale, in Francia e in Spagna (la doppia L di Bastille - Bastiglia). 


Le terre interessate dalla disputa:
Non è facilissimo identificare esattamente la zona di cui parliamo in quanto i nomi di fiumi e monti sono quelli usati dai Liguri più di 2000 anni fa e non coincidono quasi mai con quelli attuali  (vedi paragrafetto sotto). La tesi più accreditata indica la Val Polcevera e i territori oggi occupati dai comuni di  Campomorone, Mignanego, Ceranesi, Fraconalto e il quartiere genovese di Pontedecimo. Due dei cippi posti a seguito della sentenza sono stati identificati: uno (foto sopra) si trova a poca distanza dalla S.P. dei Piani di Praglia e corrisponde al Mons Lemurinus del testo. L'altro è stato sommerso nel lago artificiale della Busalletta.

I luoghi nominati riconoscere i toponimi liguri:
Questa tavola ci permette anche di conoscere i nomi liguri di alcuni fiumi, torrenti e monti che non è facile identificare oggi. Come abbiamo visto sopra il Mons Lemurinus è stato identificato tramite il monolite che ancora oggi si può vedere. Il Monte Boplo sarebbe il Monte Taccone e il Monte Tuledon sarebbe il Monte Leco di oggi. E' notevole poter identificare il villaggio fortificato (castellaro) dei Viturii Langenses che senza dubbio oggi è proprio Langasco con il comunissimo suffisso gallico *asco che indica i paesi che sorgono sui fiumi (VEDI LINK).

Langasco (frazione di Campomorone) un tempo castellaro dei Viturii Langenses.

Tra i fiumi vengono indicati (in ordine di testo):

"Il fiume Ede";
"il rivo che nasce dalla fonte in Manicelo" identificato con il rio Gioventina.
"Il fiume Lemuri" identificato con il torrente Verde.
"il rivo Comberanea" identificato con il rio Rizzolo. ("rivo che porta alla confluenza" (P.S.) (P) (T). Infatti a Isoverde convergono tre corsi d'acqua che all'età della Sentenza formavano il flovio Lemuri.)
"Il fiume Procobera o Porcobera" identificato con il torrente Ricò.
"Il rivo Vindupale" con il rio Riasso.
"il fiume Neviasca" con il rio di Paveto.
"Il rivo Vinelasca" col vallone a Sud di Mignanego.
"Il fiume Veraglasca" identificato con il Torrente Lemme.
"Il fiume Tulelasca" con il Rio Busalletta.
"il rivo Eniseca" identificato con il Rio dei Giovi. (A "rivo Eniseca" è attribuito il significato di "rivo che incide la montagna").


Il Monte Leco (Monte Tuledon), facilmente riconoscibile per le numerose antenne.

Tra i monti vengono indicati (sempre in ordine di testo):

"Il Monte Lemurino" identificato con il Monte Lavergo.
"Il Monte Procavo" identificato con il Monte Pesucco.
"Il Monte Giovenzione" identificato con il Quota 1005 m
"Il Monte appennino che si chiama Boplo" oggi identificato con il Taccone, si parla già di "appennino" riferibile ovviamente a "penn" (picco, altura, sommità o anche "alpeggio" in lingua celtica o riferibile alla divinità delle alture Penn).
"Il Monte Tuledone" oggi identificato con il Leco. (A "monte Tuledone" è dato il significato di "cima tondeggiante" (P.S.), che ben si addice al profilo del monte Lecco, visto sia dalla cresta di confine che sale al monte Taccone, sia dalla media Valpolcevera (Rivarolo, Bolzaneto).
"Il Monte Berigiema"
"Il Monte Claxelo" (Mons Claxrelus) identificato con il Monte Ranfreo.
"Il Monte Prenico" con il Ventoporto.

Altri luoghi:

"La convalle Ceptiena" (Alla "Comvalis Caeptiema" è attribuito il significato di "convalle": "avvallamento che mette in comunicazione due valli", (P.S.). U sito dove oggi sorge Pietralavezzara è un avvallamento che mette in comunicazione le valli di Isoverde e Mignanego.)
"Il Giogo Lemurino"
"Il Giogo Blustiemelo"
"La fonte Lebriemela" (Fons Lebriemelus) identificata con la Fonte a Ovest del Ranfreo.
"La fonte in Manicelo" identificata con la sorgente a occidente di Madonna delle Vigne.
"Il Castello Aliano" identificato con il Bric di Guana.
"La Confluenza Ede-Porcobera" identificata con la Confluenza Verde-Ricò.

*Giogo: sommità allungata di una montagna.

Le popolazioni nominate:

I Genuati: la popolazione che fondò Genova.
I Viturii Langenses (o Viturii o Langensi): la tribù in contesa che aveva centro a Langasco (frazione di Campomorone, GE)
Gli Odiati.
I Dectunini (o Dertonini): altra tribù celto-ligure che fondò il primo nucleo di Tortona (AL) in Piemonte su cui i Romani fondarono appunto Dertona.
I Cavaturini: la popolazione che aveva il suo castellaro nel luogo in cui oggi sarge appunto Cavatore (AL) in Piemonte.
I Mentovini.

Come dicevamo all'inizio è incredibile quante informazioni ci giungano attraverso questo testo su popolazioni di cui generalmente si pensa di non sapere assolutamente niente e delle quali, se non fosse per ritrovamenti rarissimi di questo tipo, non conosceremmo nemmeno i nomi. 


LINKS:
pagina dedicata molto completa su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Tavola_bronzea_di_Polcevera


*************ricopio qui il testo della pagina http://www.altavallepolcevera.com/index.php/storia-valpolcevera/slideshow oggi sparita dalla rete:************


Origine della controversia

Nella seconda metà del II sec. a.C., Genova era città federata a Roma e la comunità rurale dei Langensi era sotto la sua giurisdizione ed amministrazione. Nel contesto socio-economico del tempo le terre arabili, i prati, i pascoli, i boschi erano più di oggi essenziali per la vita delle popolazioni rurali. I Langensi rivendicavano vari confini di tali terreni e una diversa normativa d'uso che i Genuati, forti della loro preponderanza, non erano disposti a riconoscere. In particolare, con lo sviluppo dei traffici marittimi e terrestri, delle costruzioni navali, i Genuati tendevano a privilegiare lo sfruttamento dei boschi. Per contro i Langati avevano interesse a sviluppare le culture prative che la vicinanza della via Postumia rendeva proficue per lo smercio del fieno.

La contesa raggiunse una fase acuta; contrasti e disordini divennero pericolosi per la sicurezza pubblica, tanto che i fatti vennero deferiti al supremo tribunale di Roma. La delicata posizione geo-politica del territorio langense, attraversato dalla via Postuinia, arteria di preminente valore strategico, richiedeva vigilanza di popolazioni in pace fra loro. Ciò indusse i Consoli ed il Senato romani ad intervenire.

La controversia verteva attorno ai limiti fra i terreni privati e quelli pubblici, nonché sulle norme d'uso degli stessi da parte dei Genuati e dei Langati. Tali tipi di problemi, ancor oggi, si risolvono solo sul posto. Così nell'anno 637 di Roma (117 a.C.) giunsero a Langasco due noti magistrati romani: Quinto e Marco Minucio Rufo, con i loro tecnici e assieme ai legati genuate e langense: Moco Meticanio e Plauco Pelanio fecero una minuziosa ispezione del territorio, composero la controversia e impartirono le disposizioni per la sistemazione dei termini confinari.

Tornati a Roma i magistrati dettarono la sentenza che fu resa per decreto del Senato il 13 dicembre dell'anno 637 di Roma, alla presenza dei legati delle due parti. Il testo fu inciso su lastra di bronzo la cui matrice rimase presso il Senato nel Tabularium o sanctuarium Caesaris, mentre due copie furono consegnate ai contendenti. Una di tali copie è quella rinvenuta ad Isola di Pedemonte in Valpocevera nell'anno 1506.

I confini

Il contenuto della Sentenza, scritta in lingua latina, oltre alle norme sulla proprietà, possesso ed uso dei terreni di cui diremo più oltre, stabilisce i confini del territorio controverso. Proprio la parte del testo riservata ai confini è la più difficile da interpretare, tanto che i numerosi tentativi di identificazione compiuti dagli studiosi non coincidono. Leggendo il testo della Sentenza si apprende che i confini seguono corsi d'acqua, dorsali e contrafforti montuosi, inoltre, i termini sono fissati in punti caratteristici come cime, fonti, confluenze e attraversamenti di corsi d'acqua. Perciò una ricostruzione topografica attendibile deve tener conto principalmente degli elementi di oro-idrografia insiti nel testo della Sentenza, confrontati col territorio dell'epoca, ricostruito retrospettivamente sulla scorta delle fonti scritte e paleoambientali.

Ciò non è ancora sufficiente se si trascurano le normative dei compilatori: gli Agrimensori romani. Questi usavano una terminologia latina ben precisa, descritta nei loro codici, il cui corpus è riportato in scritti di più autori antichi.

Tenendo conto di quanto sopra è possibile ricostruire, partendo da dati non arbitrari e prescindendo da analisi linguistiche, i confini del territorio oggetto della Sentenza.

L 'agro privato

E' conveniente iniziare dall'agro privato perché per esso si hanno subito disponibili dati sicuri. La particolare forma di quest'agro, ricavabile dal testo della Sentenza, è limitata da corsi d'acqua appartenenti ad un solo bacino idrografico, inoltre il territorio è posto "a cavallo" della via Postumia. Ciò, a confronto col terreno, non lascia dubbi sulla precisa identificazione del centro dei Langensi con l'attuale territorio di Langasco. Si ottengono così le seguenti corrispondenze.

Flovio Porcobera col torrente Ricò;
Flovio Lemuri con l'alto corso del torrente Verde;
rivo Comberanea col rio Rizzolo;
rivo Vindupale col rio Riasso;
rivo Neviasca col rio di Paveto;
rivo qui oritur ab fonte in Mannicelo col rio Gioventina;
fonte in Mannicelo con la sorgente a occidente di Madonna delle Vigne;
rivo Vinelasca col vallone a Sud di Mignanego.

I confini dei terreni riconosciuti privati sono perciò i seguenti. Dalla fonte situata a 150 m. ad Ovest della cappella della Madonna delle Vigne, il confine scende lungo il rio affluente del rio Gioventina e per lo stesso scende fino al torrente Verde, in un punto oggi riconoscibile perché è di fronte alla sede del Comune di Ceranesi. Qui era posto il primo termine. Poi il confine risale il Verde ed il rio Rizzolo fino a Pietralavezzara. Qui erano posti due termini a cavallo della via Postumia. Da Pietralavezzara il confine scende direttamente nel rio Riasso e per esso va nel rio di Paveto che segue fino al torrente Ricò. Quindi il confine scende il Ricò fino ad incontrare, a destra, il rio che proviene da Madonna delleVigne. Qui era posto un termine. Poi il confine risale il rio fino alla cappella del valico dove erano posti due termini a cavallo della via Postumia. Infine scende fino alla fonte dove era partito. Il territorio entro tali confini include: la conca di Langasco, la località Campora, parte di Campomorone, parte di Pietralavezzara e Mignanego. Questi terreni furono riconosciuti di proprietà delle famiglie della comunità, esenti da canone, vendibili e trasmissibili agli eredi.

L 'agro pubblico

Disponendo di dati sicuri sul circuito di confine dell'agro privato è stato possibile ricostruire anche l'estensione dell'agro pubblico. A differenza dell'agro privato, i cui confini sono segnati quasi esclusivamente da corsi d'acqua, per l'agro pubblico sono i crinali montuosi a prevalere, particolarmente nella parte centrale del circuito. Solo il tratto iniziale e i due tratti finali seguono l'idrografia.

Anche per l'agro pubblico è stato possibile individuare una particolare forma fisica che a confronto col terreno ha dato una sola possibilità di identificazione.

Conseguentemente si sono stabilite le seguenti corrispondenze:
- Confluenza Ede-Porcobera Confluenza Verde-Ricò
Mons Lemurinus infumus Località Pontasso
Mons Lemurinus Monte Lavergo
Mons Pocavus Monte Pesucco
Mons Lemunnus summus Poggio "il Termine"
Castelus Alianus Bric di Guana
Mons Joventio Quota 1005 m
Mons Apenninus Boplo Monte Taccone
Mons Tuledo Monte Lecco
Flovio Veraglasca Torrente Lemme
Mons Prenicus Ventoporto
Flovio Tulelasca Rio Busalletta
Mons Claxrelus Monte Ranfreo
Fons Lebriemelus Fonte a O. del Ranfreo
Rivo Eniseca Rio dei Giovi
Flovio Porcobera Torrente Ricò

Pertanto, il confine di tale agro, partendo da Pontedecimo, segue il torrente Verde fino al Pontasso, risale il contrafforte a sinistra, toccando il monte Larvego, il monte Pesucco, sino al poggio detto "il Termine", sullo spartiacque Polcevera Gorzente. Quindi piega a destra per detto spartiacque toccando il Bric Roncasci, il Bric di Guana, la quota 1005 m e il monte Taccone sullo spartiacque dei Giovi, che poi segue sino al monte Lecco. Da questo punto scende la costa a Nord sino al letto del torrente Lemme, lo attraversa, per poi guadagnare in salita la quota 815 m sopra Ventoporto. Da questa cima pianeggiante, il confine scende per la costiera di case Freccie fino al rio Busalletta. Attraversato il rio Busalletta, il confine sale il contrafforte a Sud sino al monte Ranfreo sullo spartiacque dei Giovi.

Dal monte Ranfreo scende direttamente alla sorgente ove parte l'attuale acquedotto di Fumeri e per il rio dei Giovi giunge alla confluenza del torrente Ricò a Ponterosso. Infine per il Ricò raggiunge Pontedecimo.

Lungo il circuito erano posti 15 termini come mostrato dalla carta il territorio include:

Larvego, Caffarella, Isoverde, Gallaneto, Cravasco, Paveto, Fumeri, Costagiutta, Cesino e parte di Pontedecimo. Questi terreni erano aperti all'uso precario tanto dei Langensi quanto dei Genuati per concessione dell'Assemblea langense. I terreni pubblici, a differenza di quelli privati, erano soggetti alla corresponsione di un canone stabilito.

Corrispondenze tra individuazioni topografiche e analisi linguistiche

Una acquisizione apportata alla ricostruzione topografica, riguarda la più precisa corrispondenza tra le nostre individuazioni e le analisi linguistiche compiute dagli specialisti sui toponimi della Sentenza.

I luoghi individuati lungo i confini, associati ai relativi toponimi della Sentenza, hanno ciascuno caratteristiche geomorfologiche diverse. In alcuni casi, tali caratteristiche, mostrano sensibili corrispondenze, anche se, sul significato di quel toponimo non sempre vi è accordo tra gli studiosi. Vediamo alcune corrispondenze significative.

Al "monte Procavo" e stato attribuito il significato di "monte che si affaccia sulla cavità" (P.S.). Ciò corrisponde perfettamente alle caratteristiche del monte Pesucco luogo del IV termine confinario dell'agro pubblico.

Ad "apenninum" si da il significato di "cresta sommitale" (T), oppure di "alpeggio" (P.S.).

La prima versione corrisponde perfettamente alle caratteristiche del tratto di cresta fra il monte Taccone ed il monte Lecco (tratto più elevato dell'intero circuito dell'agro pubblico), posto tra l'88 ed il 98 termine confinario.

A "mons Boplo" è attribuito il significato di "altura" (D. e P.S.), il che corrisponde alle caratteristiche del monte Taccone, il quale oltre ad emergere vistosamente dalla cresta, è anche il monte più alto della Valpolcevera e di tutto il sistema orografico descritto dalla Sentenza.

A "monte Tuledone" è dato il significato di "cima tondeggiante" (P.S.), che ben si addice al profilo del monte Lecco, visto sia dalla cresta di confine che sale al monte Taccone, sia dalla media Valpolcevera (Rivarolo, Bolzaneto).

A "rivo Eniseca" è attribuito il significato di "rivo che incide la montagna" (T., P.S., P.) ed in realtà il rio dei Giovi, da noi identificato con l'Eniseca, ha attualmente profili trasversali più profondi rispetto agli altri corsi d'acqua richiamati dalla Sentenza. Non vi è ragione di pensare a cambiamenti vistosi di tali profili dall'epoca della Sentenza ad oggi. La maggior incisione dell'alveo è tale anche a confronto con corsi d'acqua vicini scorrenti in termini di analoga composizione litologica. Si può quindi pensare che il letto profondo del rio dei Giovi, derivi dall'antica impostazione morfologica unita all'erosione superficiale successiva dovuta all'abbondanza non solo della "fons Lebriemela", ma anche delle sorgenti circostanti.

A Ponterosso è localizzato il toponimo Ricò. Ricò deriva da "rivi caput" cioè, "punto d'origine di un corso d'acqua". Fu introdotto dagli Agrimensori romani per indicare il punto di confine (P.S.). Infatti a Ponterosso è posto il 150 termine dell'agro pubblico secondo la nostra ricostruzione.

Alla "Comvalis Caeptiema" è attribuito il significato di "convalle": "avvallamento che mette in comunicazione due valli", (P.S.). U sito dove oggi sorge Pietralavezzara è un avvallamento che mette in comunicazione le valli di Isoverde e Mignanego.

Al "rivo Comberanea", attuale rio Rizzolo, è dato il significato di "rivo che porta alla confluenza" (P.S.) (P) (T). Infatti a Isoverde convergono tre corsi d'acqua che all'età della Sentenza formavano il flovio Lemuri.

Caratteristiche del territorio

La ricostruzione sopra delineata porta nuove acquisizioni anche per la conoscenza del territorio e delle risorse disponibili. Anzitutto l'estensione. Esso misura complessivamente 4100 ettari di cui 700 per i terreni privati. Inoltre, contrariamente a quanto si è sempre creduto, i terreni non superano, ad oriente, la linea del torrente Ricò e a Nord invece scavalcano lo spartiacque dei Giovi, includendo un'ampia area a vocazione forestale.

Ancora: il Castelus Alianus non risulta situato sullo spartiacque dei Giovi presso la via Postumia, come è sempre stato sostenuto, ma sorgeva sul Bric di Guana, sullo spartiacque occidentale, nei pressi del valico per Marcarolo. Ciò può far pensare che già nell'epoca della Sentenza erano importanti non una ma due direttrici viarie: quella per Libarna-Tortona e quella per Marcarolo-Asti.

Come è facile capire dalle descrizioni precedenti il territorio è esclusivamente montano con dorsali e contrafforti dai versanti a pendenze variabili, con ripiani a mezza costa non numerosi e di superficie contenuta. Tuttavia, la apparente carenza di aree pianeggianti è compensata dalla morfologia dolce delle aree alle quote intermedie dove in realtà si è sviluppato l'insediamento.

Se si confronta il territorio definito dalla ricostruzione topografica con una carta geologica si ricava che i terreni dell'agro privato sono concentrati in un area a substrato argilloscistoso-filladico, caratteristico per lo sviluppo di suolo profondo e fertile che, nelle esposizioni favorevoli, è indicato per attività agricole di buon rendimento. Inoltre il tipo di roccia poco permeabile consente la presenza di un rilevante numero di sorgenti.

Nei terreni dell'agro pubblico predominano ad Ovest le serpentiniti, poco favorevoli allo sviluppo di vegetazione arborea, ma idonee all'instaurazione di formazioni erbacee utili per il pascolo. Anche nell'area di monte Carlo e del rio d'Iso, dove predominano rocce carbonatiche, aride per la circolazione carsica e povere di suolo, può svilupparsi il pascolo magro.

Nell'area attorno al monte Lecco, dominano i metagabbri, i quali pur essendo poco erodibili, producono suolo sufficiente per lo sviluppo di coperture boschive. Infine ad oriente, dove predominano i flyshs cretacei, i suoli sono adatti per tutte le culture.

Occorre inoltre ricordare la presenza di ricchi corsi d'acqua interni e di confine come il Verde, il Lemme, il Busalletta, il Ricò, sfruttabili per l'esercizio della pesca.

Queste sono le risorse ambientali disponibili. Dalla Sentenza possiamo ricavare le risorse economiche che la comunità ha saputo produrre con le tecniche e le attrezzature che possedeva.

Attività e tecniche agricole

La Sentenza ci documenta alcuni prodotti che attestano l'utilizzazione di tutte le risorse disponibili. Anche se il riferimento è solo per l'agro pubblico ciò non esclude che cereali e vite fossero coltivati anche nell'agro privato. Anzi è proprio nell'agro privato che si sono attuate le prime coltivazioni.

Si può pensare che il podere famigliare si costituiva in prossimità dell'abitato con orti, frutteti, vigneti, seminativi e prati e col tempo andava espandendosi utilizzando i terreni più adatti, tanto da occupare aree relativamente distanti dall'abitato come documentato dalla Sentenza.

Tale sviluppo era dovuto al fatto che da tempo le tecniche agricole avevano beneficiato dell'introduzione degli attrezzi in ferro (zappa, vanga, aratro, falce fienaia), tanto che ciò ha reso possibile non solo la produzione per la sussistenza, ma anche la formazione di un sovraprodotto per la corresponsione del canone ai Genuati.

E' implicito nei campi l'impiego delle rotazioni biennali (un anno a cereali, un anno a riposo lavorato), diffuso da tempo in tutta Italia. E' noto che la rotazione ha lo scopo di ripristinare la fertilità del terreno e di riutilizzare il campo l'anno successivo al riposo. Questo non si può ottenere con la tecnica del debbio. Circa i cereali coltivati, è sicuro, l'abbandono dei cereali locali (miglio e farro) a favore di quelli orientali come il frumento. Ce lo documenta la Sentenza.

Non sappiamo se nell'anno del riposo lavorato si impiegassero piante rigeneratrici come le leguminose, note per il loro potere fissatore dell'azoto nel terreno, però l'archeologia documenta, per la Liguria di Levante, culture di favino e pisello in età preromana.

Anche lo sviluppo dei prati, così esteso da impegnare l'agro pubblico, è favorito dall'avvento degli attrezzi in ferro. La falce fienaia è praticamente nata con l'introduzione del ferro. Essa ha prodotto un notevole incremento della foraggiatura.

I prodotti dell'agricoltura erano integrati dall'allevamento ovi-caprino sui terreni compascqui (pascoli comuni). L'agro compascuo, comprendeva oltre ai pascoli anche i boschi dai quali sia i Genuati sia i Langensi potevano trarre legna da ardere e da costruzione. Alle aree compascuali appartenevano anche i corsi d'acqua nei quali si poteva esercitare il diritto di pesca. L'indronimo ligure Porcobera, secondo i linguisti, significa "fiume portatore di trote".

L'esercizio della caccia non è documentato, ma dalla preistoria ad oggi l'uomo non ha mai cessato di cacciare. Nel territorio, al tempo della Sentenza, non mancavano cinghiali, cervi, daini, caprioli, lepri, pernici rosse, starne, per citare solo le specie più comuni.

Cenno al contesto socio-economico

Che la produzione fosse ben al di sopra della sussistenza ci é documentato dalla Sentenza dove si afferma che la corresponsione di un canone in natura (1/20 di frumento e 1/6 di vino), oppure in denaro (400 vittoriati). Perchè una comunità possa permettersi una corresponsione del canone in denaro, è necessario che abbia sviluppato da tempo forme di commercio ben consolidate e un ente centrale di coordinamento per la riscossione di canoni singoli.

Si delinea allora, fra i membri della comunità, una diversificazione di compiti rispetto a quelli propri della produzione e la necessità di una organizzazione del lavoro. Accanto agli agricoltori operavano i commercianti, gli addetti ai trasporti, i coordinatori. L'organizzazione produttiva, non solo doveva essere in grado di accumulare il sovraprodotto destinato allo scambio ed al commercio, ma reciprocamente doveva garantire la ridistribuzione di quanto ricevuto dallo scambio alla popolazione e la corresponsione all'erario di parte dei ricavati del commercio.

In queste condizioni siamo di fronte ad una vera e propria gestione e mobilizzazione delle risorse. Si può allora parlare non di sussistenza ma di economia. Inoltre ciò implica nell'organizzazione una qualche forma di leader-ship permanente. Ecco allora il delinearsi di un tipo di società non più egualitaria come per una comunità tribale, ma una comunità in evoluzione verso una forma di organizzazione superiore. Ad attestarlo è la stessa Sentenza quando afferma che gli occupanti dell'agro pubblico sono chiamati a corrispondere alla comunità un canone pro portione (linea 29). Tale incipiente differenziazione sociale all'interno della comunità rappresenta il primo passo verso una differenziazione di poteri fra individui. Poteri che non hanno ancora efficacia sulle decisioni della comunità perché in essa permane l'istituto politico supremo dell'Assemblea Popolare dove si delibera de maiore parte (linea 30), cioè a maggioranza di suffragi.

Le comunità nominate nella Sentenza erano legate all'oppido Genuate da rapporti particolari di subordinazione, sviluppati da tempo in virtù della posizione preminente di Genova come "emporio dei liguri". (20) Ciò è attestato dalle fonti scritte e dalle fonti archeologiche. Nella Sentenza la subordinazione è palese per più ragioni. Anzitutto l'imposizione del canone, che sancisce possesso e uso dell'agro da parte dei Langensi, ma dominio da parte dei Genuati. Inoltre, mentre i Genuati possono occupare appezzameriti dell'agro pubblico da parte dei Langensi, nessun cenno appare, nella Sentenza, di analogo reciproco diritto dei Langensi sull'agro pubblico di Genova. Genova appare in posizione egemonica nei confronti delle comunità circostanti. Infine, la Sentenza ci attesta che i Genuati, nel corso della controversia coi Langensi, hanno "giudicati, condannati ed imprigionati" alcuni membri di quest'ultima comunità (linea 43). Tale fatto testimonia anche dell'esistenza in Genova di un apparato repressivo, inesistente presso le comunità circostanti. La presenza di una forza pubblica è l'elemento principale che distingue l'organizzazione sociale statale dall'organizzazione sociale primitiva delle tribù gentilizie e delle tribù territoriali. Presenza che diventa necessaria quando la società è spiccatamente differenziata, costituita da classi diverse, inevitabilmente in lotta tra loro.

Anche a Genova l'intensificazione dei traffici, dei commerci e dell'artigianato ha contribuito allo sviluppo della comunità verso una forma di società più complessa, che all'epoca della Sentenza ci appare, anche se in modo embrionale, avviata verso forme di tipo statale.

Con la Sentenza il rapporto di subordinazione dei "castellani" Langensi nei confronti degli "oppidani" Genuati è confermato, se non consolidato, dal Senato romano.

Conclusioni

Concludendo si può affermare che la Tavola di Polcevera ci documenta una Genova che, verso la fine del II sec. a.C. ci appare in piena evoluzione. Essa è in grado di controllare le vie di comunicazione necessarie ai suoi commerci, tenendo in rispetto le popolazioni interne, con energia, ma senza soffocarne la particolare e privata autonomia. Non è nel suo interesse, né nel temperamento dei Liguri. La Tavola ci documenta altresì un Genovesato in lenta evoluzione, con economia non solo agro - silvo - pastorale ma, con commerci, tuttavia conservativo di antichi ordinamenti, che non tollerano usurpazioni dell'agro pubblico da parte dei più ricchi o dei più potenti. Ciascun individuo doveva pagare alla comunità il proprio canone come tutti gli altri, indipendentemente dallo status personale, come sancito dall'Assemblea Popolare, supremo istituto politico ancora integralmente conservato ed ereditato dall'antica Organizzazione gentilizia.


sabato 6 marzo 2021

Toponimi celtici nel territorio Alessandrino.

 INTRODUZIONE: Con questa lista cerchiamo di fare un po' di luce sulle origini tanto bistrattate degli alessandrini, in particolare ai nostri avi più antichi quelli che stavano qui prima dei Romani e dei Longobardi e di cui nessuno si ricorda ma a cui dobbiamo alla fine molto.

Nota: abbiamo deciso di non specificare ogni volta l'origine dei nomi come LIGURE o CELTICA, ormai è appurato che i Liguri dell'età del ferro appartenevano alla cultura proto-celtica e celtica continentale, parlavano lingue celtiche, adoravano le stesse divinità principali e avevano simili usanze.

FIUMI - idronimi celtici

Di questo argomento abbiamo già parlato in passato per esempio per quanto riguarda gli idronimi in Piemonte in questo (VEDI POST), che riportiamo qui brevemente. Iniziando dai due fiumi principali della zona, tra i quali è sorta Alessandria e prima di lei Forum Fulvii e prima ancora il centro celto ligure nello stesso punto che, dalle testimonianze archeologiche era abitato fin dal paleolitico.

* Il TANARO è uno dei fiumi più importanti d'Italia e il suo nome, già noto in antichità deriverebbe da TARANUS, variante locale di TARANIS dio celtico delle tempeste e dei fulmini affine allo Zeus/Giove classico, al Thor germanico e a Indra del panteon induista che con le sue piogge lo riempiva di acque donando sia la vita che le inondazioni disastrose. Altra possibile origine del nome sarebbe dall'unione dei due termini celtici  TAN, falesia e AR fiume, ma questa spiegazione risulta meno probabile.

* Il BELBO torrente che scorre nella valle omonima il cui nome è probabilmente legato alla radice *BEL- scintillante, luminoso, probabilmente riferibile alle sue acque e legato a molte divinità celtiche e liguri come Belenus (identificabile con l'Apollo romano), con numerosi riscontri anche in epoca romana in territorio padano, e Belisama. Anche questa valle era popolata, in epoca preromana, dalla tribù degli Statielli il cui Oppida capoluogo era Carystum (Vedi sotto) identificato oggi con Acqui Terme.

* Il BORMIDA o LA Bormida, conosciuto anche con il nome dialettale di Burmia o Bormia deriva dal termine celtico BOR che indica l'acqua che gorgoglia ed è strettamente al dio delle fonti BORMŌ conosciuto cn varianti locali come Borvo, Bormānus, Borbanus, ecc... "il gorgogliante"). Egli era legato alla salute delle acque sorgive e alle fonti termali. Se avete dei dubbi al riguardo pensate alla località termale di Bormio, a Bourbon Les Bains (fonti termali) in alta Marna e varie altre località in francia, ma soprattutto ad altri fiumi nella nostra zona. La valle era popolata, in epoca preromana, dalla tribù degli Statielli il cui Oppida capoluogo era Carystum (Vedi sotto) identificato oggi con Acqui Terme.

* Il BORBERA, che da il nome alla omonima valle in provincia di Alessandria (vedi Bormida) affluente dello Scrivia.

* Il BORBORE, affluente del Tanaro che scorre nelle province di Cuneo e di Asti ma che lo segnaliamo comunque per la vicinanza e l'affinità con i fiumi di qui sopra.

PAESI, BORGHI, LOCALITA'

* AQUAE STATIELLAE (ACQUI TERME)  deve il suo nome alle terme che i romani costruirono utilizzando le acque termali che tutti conosciamo. Il nome originario invece deriva dal nome delle popolazioni Gallo-liguri che qui avevano la loro capitale prima della conquista da parte romana (Vedi il post sul genocidio degli statielli: LINK) chiamata Carystum o Caryscum (vedi Carystum). Gli stessi Statielli, il cui nome gli era forse stato attribuito dai Romani e che voleva dire "gli abitanti originari" gli "stanziali" appunto. Il loro centri generalmente avevano nomi che iniziavano per Car* (forse per via del simbolo sacro delle corna come per i Carni e i Carnuti e del dio Cernunnos) ed è per questo che alcuni pensano che si trattassero dello stesso popolo o di una sotto tribù dei "Carmenati" che occupava grosso modo il territorio che oggi occupa la provincia di Alessandria e di cui si sa poco o nulla. Vedi il POST: "Popolazioni del Piemonte preromano"

* BERGOGLIO antico abitato che si trovava sulla sponda sinistra del Tanaro, demolito ad inizio '700 per fare spazio alla Cittadella di Alessandria. Dell'antico borgo si sa molto poco, ma ci rimangono alcune mappe d'epoca in cui si può notare l'impianto ortogonale che fa pensare si sia sviluppato in epoca medievale su di un accampamento militare romano. Il nome porta la radice indoeuropea Berg, che nelle lingue celtiche significa proprio borgo/villaggio e in quelle germaniche monte/altura. La stessa origine la troviamo anche in Bergamo e in zona in Bergamasco, sempre però con origine incerta. Il nome potrebbe anche rimandare alla divinità Bolgolio, noto solo per una stele gallo-romana scoperta in provincia di Brescia, di cui però non si sa nulla.

Vista di Alessandria in epoca medievale: il ponte di legno sul Tanaro, a sinistra le mura della città, a destra le mura di Bergoglio.

* BOSCO MARENGO nome latino antico: Lucus Maricorum, ossia Bosco (Lucus) dei Marici (Maricorum), come per Pietra Marazzi (vedi) l'altra popolazione gallica che popolava la provincia di Alessandria (e di Pavia). Il nome si è deformato passando tramite latinizzazione, parlata longobarda e volgare trasformandosi in Marengo e in Marazzi. Probabilmente si tratta dello stesso popolo celtico degli Anamari Vedi il POST: "Popolazioni del Piemonte preromano".

* CAMUGNO paese nelle vicinanze di Cartosio (vedi) che si lega a diversi toponimi delle Alpi occidentali legati alla popolazione dei Cammuntii (attestata epigraficamente - Rubat Borei 2019, p.89) come Chiomonte (conosciuta come Camundis nel 739) e vicino a quello dei Camunni della Val Camonica. Il toponimo rimanda alla base indoeuropea Kam- cervide a corna corte, giovane cervide o cerva: il celtico  Cam-ox, "camoscio", lo spagnolo Gamo "daino" l'aggettivo italiano "camuso" (Filippo Maria Gambari)

* CARENTINO paese nei dintorni di Alessandria che si ipotizza anch'esso possa essere stato un villaggio preromano degli Statielli. Vedi * AQUAE STATIELLAE

* CAREZZANO probabilmente si tratta dell'Oppida dei Dectunini di Cerdicia, uno dei 15 oppida, tra Oltrepò e Tortonese, costretti alla resa da Minucio Rufo nel 197 a.C.. Il nome dialettale del paese è Carzou ed è probabile che derivi da Cardicianum appunto, come Monza deriva da Modicia (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020). Anche in questo caso notiamo la radice CAR di molti altri centri di origine celto-ligure della zona.

* CARROSIO altro probabile oppida dagli Statielli nella Val Lemme, con radice in CAR - Vedi * AQUAE STATIELLAE.

* CARTOSIO Centro fondato dagli Statielli non lontano da Acqui. Per anni si è pensato che si trattasse della Carystum originaria , ma la descrizione dell'assedio e della battaglia hanno fatto pensare invece che l'Oppida si trovasse nella zona in cui sorge Acqui. (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020) Vedi * AQUAE STATIELLAE

* CARYSTUM - CARUSCUM - Il famoso oppida degli Statielli identificato con l'odierna Acqui Terme (Vedi * AQUAE STATIELLAE) e talvolta con Cartosio (vedi). Anche se distrutto nel II secolo a.C. è importante segnalarlo qui nella lista anche perchè in teoria il centro abitato è arrivato fino a noi come Acqui. Il termine più frequente è Carystum con la Y derivante da una fonte greca andata perduta e probabilemente derivante da un CARUSCUM originario incerto con un'aggettivazione in -uscum di origine greco-latina. Il toponimo originario è sicuramente a base celtica CAR-CARU (Delamarre 2003 - Lambert 1997, pp. 126-127) "Cervo" rintracciabile anche in Carrù (CN) e forse in Chieri (To) che però deriva del preromano "Carreum" e potrebbe anche quindi essere legato al celtico "carro" che significa appunto carro. Per anni è stato identificato con Cartosio per via nel nome, ma l'analisi della fonte Liviana originaria ci parla di Caruscum sia come il capoluogo degli Statielli, sia come di un oppida fortificato in posizione appena elevata davanti ad una pianura in cui è possibile articolare una battaglia che coinvolge fino a 30.000 contendenti. In oltre il luogo era facilmente raggiungibile dalle armate romane senza doversi addentrare in piccole valli e diventare oggetto di imboscate da parte dei guerrieri galli. Questo fa pensare che il centro si trovasse dove oggi sorge Acqui appunto. Caruscum era si un oppida fortificato, ma più di un semplice castellaro. In esso, dice Tito Livio probabilmente esagerando, che aveva delle grandi mura con due porte e che poteva contenere più di 20.000 guerrieri in assetto difensivo. Calcolando che oggi la città di Acqui Terme con tutta la sua espansione arriva a quasi 20.000 abitanti, la descrizione ci da l'idea dell'importanza che questo Oppida doveva avere in quell'epoca.

* CAVATORE è oggi un piccolo paese di circa 300 abitanti (arrivava a più di 1000 all'inizio del '900) e che si trova poco più in su rispetto ad Acqui in direzione Savona. Il toponimo è notevole perchè conserva nel nome stesso la memoria del popolo dei Cavaturini (Petracco Sicardi - Caprini 1981 p. 43) uno dei popoli nemici di Roma a i quali però sconfitti era concesso l'Ager Compascuus e quindi ricordati nella Tavola di Polcevera nel 117 a.C. insieme ai Dectunini di Tortona e ad altri gruppi dell'entrterra ligure che probabilmente praticavano la transumanza da una parte all'altra dell'Appennino.

La Tavola di Polcevera del 117 a.C. in cui sono ricordate alcune tribù liguri tra cui i Cavaturini e i Dectunini (Dertonini) LINK: https://leradicideglialberi.blogspot.com/2021/11/la-tavola-di-polcevera-testimonianze.html

* CELLI (frazione di Montale Celli) oppida dei Dectunini costretto alla resa da Minucio Rufo nel 197 a.C. (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020)

* IL CRISTO quartiere di Alessandria. Anche se in molti pensano che il nome di questo quartiere derivi da una pittura murale ottocentesca su di una casa del quartiere si ha notizia della località come paese ancora distaccato dal capoluogo già diversi secoli prima della costruzione dell'edificio. Nel suo documentario " Caristo, la città rubata" Claudio Braggio ipotizza che i sopravvissuti della Carystum originaria (Acqui Terme) si siano trasferiti qui per sfuggire alla conquista romana. E' però ipotizzabile che fosse già un centro ligure in precedenza. Vedi * AQUAE STATIELLAE

* LU è molto difficile, senza testimonianze scritte attribuire un origine certa allo strano nome di questo paese monferrino. L'interpretazione più classica è quella simile ad altri paesi con nomi che iniziano per Lugo-Luco e che derivi da Lucus, termine latino con cui i Romani chiamavano genericamente i boschi sacri alle divinità, che spesso racchiudevano un tempietto-sacrario dedicato agli dèi. Tuttavia nei primi documenti storici, per fare riferimento alla collina su cui sorgeva l'attuale Lu si fa riferimento a nomi come Lugo, Castrum Lugi, Luh, Luco, senza essere associato ad un contesto locale (Lucus Maricorum per Bosco Marengo ad esempio) e che il luogo sorge in cima ad un colle e non in un luogo piano e u tempo boscoso un'altra possibile origine potrebbe essere quella che il toponimo derivi dalla divinità gallica Lúg. E' anche molto difficile che i romani avessero attribuito la sacralità ad un luogo senza che esso fosse già sacro alle tribù locali e in effetti Lugh si legge proprio Lu. Al Dio venivano consacrati generalmente i colli come testimonia ad esempio la collina del Fourvière a Lugdunum, l'odierna Lione il cui nome significava appunto "collina di Lug" ed è comune a diversi centri diffusi in Spagna, Francia e Italia settentrionale (vedi ad esempio Lugo in Romagna e in Spagna).

MARENGO villaggio alle porte di Alessandria sviluppatosi nell'odierna frazione Spinetta Marengo, famosa per la Battaglia napoleonica. Come per Bosco Marengo il nome deriva dalla popolazione gallica che abitava queste terre, i Marici Vedi il POST: "Popolazioni del Piemonte preromano".

* MONTABONE luogo in cui è stata fatta forse la più grande scoperta della zona per quanto riguarda il periodo gallico pre-romano: La necropoli degli Statielli (vedi il post: http://leradicideglialberi.blogspot.com/2019/06/le-ceneri-degli-statielli-la-necropoli.html) in cui un gruppo di liguri continuò a vivere secondo i costumi gallici locali fino al I secolo a.C. dopo la distruzione di Carystum a poco distanza ed in maniera quasi indipendente dalla crescente romanizzazione. Il nome è generalmente attribuito al germanico medievale "Abbo" (uomo, maschio, capofamiglia) e famoso per l'Abone che fonda l'Abbazia della Novalesa. E' curioso però che il nome carolingio risultasse già deformato in Montebono nel 1100. La base celtica Abona - Abu è invece ben presente in area ligure e celtica con il significato di "Fiume" e avrebbe senso con i meandri della Bormida (idronimo anch'esso celtico) su cui sorge Montabone o con il torrente Bogliona a pochi metri dalla necropoli. C'è anche l'antroponimo celtico Abonio, latinizzato in Abonius, che può riferirsi ad un personaggio locale come ad esempio Abonion nelle Asturie a picco sull'affluente Nalòn e quindi Mons-Abonius.

* PIETRA MARAZZI nome latino antico: Petra Mariciorum, ossia Rocca dei Marici, come per Bosco Marengo, l'altra popolazione gallica che popolava la provincia di Alessandria. Di questo popolo si conservava il nome anche ad Alessandria fino al secolo scorso in una delle Porte delle mura della città (i bastioni) oggi demolita: La porta Maricia ancora visibile in alcune stampe. I Marici, ci dice Plinio, furono i fondatori di Pavia e popolavano oltre alla nostra provincia, quella pavese e in parte quella di Piacenza. A piacenza esiste ancora la Via della Porta Maricia. Probabilmente si tratta dello stesso popolo celtico degli Anamari Vedi il POST: "Popolazioni del Piemonte preromano". Anche il nome Marazzi deriverrebbe proprio direttamente dai Marici.

Vista di Alessandria in cui tra le varie cose è indicata la Porta Marica con il n.17 ultima a destra.


* ROCCAVERANO (Asti)
di origine incerta, fu centro abitato in epoca preistorica e preromana da gruppi celtici locali che, pare, inventarono la famosa robiola. Il nome deriverebbe da Rocca di Verano, sinonimo locale di Belanu/Belenus divinità del Sole e della Luce assimilato ad Apollo in epoca romana come Apollo Belenus. Il borgo che si trova in cima ad un monte a circa 800 metri di altitudine era l'ultimo luogo da cui si vedeva tramontare il sole nel giorno più corto dell'anno dietro alle Alpi. Nel punto più alto del paese, dove in epoca medievale è stato eretto il castello, si riunivano le genti delle vallate circostanti per il Solstizio d'Inverno, invocando il dio Sole nel suo momento più debole con falò e celebrazioni pregandolo di rinascere nei giorni seguenti. Le celebrazioni del solstizio d'estate invece si tenevano più in basso dove è stata eretta poi la chiesa di San Giovanni (il santo che in epoca cristiana ha sostituito le divinità solari in Europa). Ancora oggi è possibile ammirare sulla facciata della chiesa parrocchiale attribuita al Bramante e orientata verso il sole al tramonto solstiziale un bassorilievo che raffigura Dio con numerosi simbolismi solari e astrali. Sia all'interno che all'esterno, ma anche in altri punti del paese come su una pozzo e su una cappelletta è onnipresente il sole a otto raggi, simbolo della famiglia dei Bruno che conservava l'insegna di Belenus.

Particolare della facciata della Chiesa della Santa Maria Annunziata di Roccaverano

* ROCCHETTA PALAFEA la parte interessante è PALAFEA che potrebbe derivare da un originario *Palavea/*Palevae da un ligure antico del tipo Palaua (Rio) delle lastre come ricostruito da Peracco Sicardi - Caprini nel 1981 per quanto riguarda Paglione nel territorio di Nizza (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020). Da questa località ci è giunta anche un'epigrafe del periodo romano che ci ricorda M. Cominius M.f. Secundus della tribù Camilia (e quindi cittadino di Alba Pompeia) che indicherebbe un secondo cognomen, forse l'onomastico originario di un indigeno che assume poi nel I secolo d.C. il gentilizio e l'onomastico romani. Commelius è infatti interpretato come un composto celto-ligure Com+Meli (G. Rocca 2012).

* SAQUANA di sicura origine preromana, potrebbe avere a che fare con la dea Sequana, protettrice delle acque che da il alla Senna e ad esempio al torrente Soana, affluente dell'Orco che da il nome alla Val Soana e da cui prende il nome il paese Valprato Soana. La zona intorno al paese è nota per la presenza di numerosi corsi d'acqua tra i quali il "Rio della Madonna" che ci fa pensare appunto ad una tipica trasformazione di un culto pagano preesistente in un culto legato ai santi e alla madonna in epoca cristiana. Altra possibilità è l'accostamento del nome a Sapana "primula rossa" (Delamarre 2003) con la consueta labializzazione della labiovelare ligure e protoceltica locale e celtica continentale dopo il V secolo a.C. (Filippo Maria Gambari).

* TORTONA la cittadina conserva ancora oggi nel suo nome quello del popolo che la abitava in periodo pre romano. Era infatti probabilmente il centro principale della tribù dei Dectunini o Dertonini, da cui Derthona e poi Tortona. Questo popolo ligure decise di allearsi con i Genovesi e quindi con Roma e per questo sembra che i centri non siano stati distrutti ma integrati. Tortona è stata probabilmente la prima colonia romana della zona (della tribù romana Pomptina). Altro oppida conosciuto dei dectunini era Libarna (che infatti divenne città romana) mentre Celeia (Montale Celli) e Cerdicia (Carezzano) sembra avessero opposto resistenza e sono tra i 15 oppida che si dovettero arrendere a Minucio Rufo nel 197 a.C. tra Oltrepò e Tortonese. (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020)

*** Toponimi in ASSI, ASCO, ASCA Sono innumerevoli i paesi dai tipici nomi che finiscono in questo modo con particolare frequenza nella Val Curone e nella zona delle "quattro province": Garadassi, Gregassi, Morigliassi, Brentassi, Bognassi (PV) per dirne alcuni veramente particolari e che hanno anche un ricorrente uso delle R. e i simili e più comuni: Gremiasco, Casasco, Godiasco, Casasco, ecc... concentrati nel Piemonte meridionale, nella lombradia meridionale, in Liguria, in Emilia fino a Parma e in Corsica sono di origine celto-"Ligure". Il suffisso che probabilmente in origine suonava come ASS-ASC è poi stato italianizzato con una vocale finale a seconda della parlata locale e significa semplicemente Villaggio, ma si pensa che in particolare indicassi i villaggi che sorgono su un corso d'Acqua (pensate anche a Bogliasco o Borzonasca in Liguria) L'equivalente del suffisso Ago-Aco generalmente concentrato in Lombardia settentrionale. Una curiosità: alcuni decenni orsono fecero alcuni esami sul DNA degli abitanti dell'alta valle Borbera e Curone, in quanto erano tra le popolazioni che fino agli anni 70-80 avevano avuto meno interazioni con il resto d'Italia.  Altri suffissi di probabile origine gallica sono quelli che finiscono in GNI/GNA/GNO (Bregni, Garbagna, Cegni, Garbagna, ecc...) ma non è chiaro il significato. In generale si considerano di origine celtica le parole con i suoni GN e GL (scritto con la doppia L in francese e spagnolo) molto comuni in Italia Nord-occidentale, in Francia e in Spagna settentrionale.

*** Toponimi in MAGO, MAGUS in celtico "Campo" ossia il Foro romano, dove si incontravano i commercianti per i mercati del bestiame (foro boario latino) e i guerrieri (campo di Marte latino). Di difficile interpretazione nei toponimi odierni in quanto generalmente completamente storpiati come nel caso di Excingomagus diventato Exilles (Delamarre 2003) in alta Val Susa o come nel caso di Camulomagus, il Campo di Marte Camulos (divinità celtica della battaglia assimilata a Marte in epoca romana) ai piedi di Broni storpiato in Camillomagus nel territorio degli Anamares/Anamari.  

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