giovedì 12 aprile 2018

Popolazioni del Piemonte preromano.

Questa lista è in continuo aggiornamento e vorremmo estenderla a tutta l'Italia del Nord (Gallia Cisalpina). Le popolazioni qui elencate riguardano principalmente l'età del ferro, in quanto è impossibile risalire al periodo precedente per mancanza di testimonianze scritte. Se i Romani furono gli artefici della distruzione di molti di questi popoli, essi furono anche gli unici, insieme a qualche documento greco, a tramandarci indizi importanti per una ricostruzione anche minima della situazione a loro antecedente. In oltre sappiamo pochissimo delle popolazioni galliche transalpine che vennero conquistate il secolo successivo ed è quindi ancora più difficile ricostruire la situazione cisalpina. Celti e Liguri (che è molto difficile distinguere e che forse non erano nemmeno due rami distinti visto che adoravano le stesse divinità principali e parlavano lingue dello stesso ceppo) scrivevano molto poco e se lo facevano utilizzavano gli alfabeti greci ed etruschi adattati prima e romani dopo, per lo più incidendo materiali deperibili come il legno. Anche per questo la situazione che conosciamo ci è riportata sempre dai loro nemici e non possiamo nemmeno sapere come queste popolazioni chiamassero o considerassero loro stessi.

NOTA: anzi, nota un pochino polemica. Sappiamo oggi, come sottolineato sopra, che gran parte delle popolazioni alpine dell'età del ferro parlavano lingue celtiche e adoravano divinità celtiche. La cultura di Golasecca stato uno dei centri della cultura gallica alla pari di Hallstatt e di La Tène e anzi probabilmente le precedette. Eppure è difficilissimo che sui libri e sui documenti in italiano se ne faccia menzione. Purtroppo oggi più che mai il fattore identitario gioca un ruolo troppo importante sulle questioni storiche.


Mappa esposta al museo di antichità di Torino con i nomi delle tribù celtiche e liguri preromane in Piemonte.

ANAMARI
Vedi MARICI.

BAGIENNI o VAGIENNI o ancora Vegenni
Come gli Statielli (vedi), i Bagienni appartenevano ad un ceppo ligure che abitava il sud del Piemonte comprendente le attuali province di Alessandria, Asti e Cuneo nel primo millennio a.c. Da questo insieme iniziarono ad emergere verso il V sec. a.c. occupando una grande zona della oggi provincia di Cuneo comprendenti le Langhe, l'alta Valle del Tanaro fino al Po e più in generale in tutto il Piemonte sud-occidentale. Il limite settentrionale del territorio dei Bagienni era costituito dai Caburriates (Forum Vibi Caburrum), dalle sorgenti del Po e dal Monviso ma probabilmente arrivarono come già detto i confini sia territoriali che culturali erano tutt'altro che definiti. Etimologicamente pare prendano il nome dal faggio. La loro capitale era nella zona della città che, ai tempi dei Romani, fu chiamata Julia Augusta Bagiennorum (ora Bene Vagienna) e con l'arrivo dei galli transalpini (probabilmente i Boi - vedi) si spinsero fino alla Val Trebbia dove probabilmente fondarono Bobbio (Pagus Bagennorum). Conosciamo i Bagienni per le notizie che ci ha tramandato Plinio il Vecchio nella sua opera Naturalis historia in cui in un passo corrotto sembrerebbe indicarli come derivati dai Caturigi e quindi Celti (ma come abbiamo visto è impossibile distinguere esattamente le popolazioni Liguri dell'età del ferro dai Celti). Al contrario degli Statielli sembra che i Bagienni si fossero alleati da subito con i Romani e quindi la loro romanizzazione sia stata molto mento traumatica.

Il grande territorio occupato da Bagienni e Statielli, più sopra si vedono anche Magelli e Taurini.

COZI
Il regno dei Cozii comprendeva le valli di Susa, Chisone e Pellice, la Savoia, le Alte Alpi e il Delfinato, raggruppando diverse tribù. e fu uno dei regni celtici più longevi e particolari di tutta Europa, esso durò infatti fino alla morte di Cozio II nel 63 dopo Cristo! Il centro principale era Susa (Segusio), ma forse all'inizio i re vivevano nell'oppidum di Excingomagus (forse Exilles). Un altro centro importante era l'oppida di Ocelum (presso l'attuale Avigliana), punto di frontiera con i territori controllati direttamente dai Romani. Questa popolazione restò indipendente fino a tempi incredibilmente e recenti e per questo sono molti i documenti arrivati a noi. Poco prima dell'impresa della Spagna (61 a.C.), Cesare si accordò con il Re Ligure Donno, garantendosi il transito indisturbato delle proprie truppe. Si creò così un'alleanza che permise ai Cozii di continuare a prosperare. Alla morte di Cesare, l'alleanza con Cesare Augusto venne rinsaldata dal figlio di Donno, Cozio e per l'occasione venne realizzato, in onore di Augusto, un arco di trionfo a Segusio (9-8 a.C.), visibile ancora oggi, su cui son incisi i nomi delle tribù che componevano il regno: Segovii, Segusini, Belaci, Caturigi, Medulli, Tebavii, Adanates, Savincates, Ectini, Veamini, Venisani, Iemerii, Vesubiani e Quarati. In onore di Cozio, le Alpi della regione vennero chiamate Cozie. Alla morte di Cozio, succedette il figlio Donno II, a cui succedette il nipote Cozio II. Quest'ultimo, che regnerà a lungo, aumenterà il territorio amministrato dal nonno, grazie a doni territoriali concessi dall'Imperatore Claudio. Nel IV sec. d.C. la tomba di Cozio era ancora venerata mentre, addirittura nel medioevo, Donno era venerato come un santo.

Pietra con coppelle e canaletti, nei pressi delle Terme Graziane a Susa risalenti all'Età del Ferro sopravvissute fino a noi.

CARMENATI

Altra popolazione ligure di cui però si sa pochissimo e ricordati nel territorio alessandrini. Forse si trattava di una tribù sottotribù affine agli Statielli (vedi) addirittura il nome con cui gli Statielli si definivano appunto. Ipotesi supportata dal fatto che i centri degli Statielli avessero nomi che iniziavano per Car come Caristum (la loro capitale oggi Acqui Terme), Cartosio, il quartiere Cristo (Caristo) di Alessandria, Carrosio, ecc... Il nome potrebbe derivare dal termine indoeuropeo "Carn", Corno, Corna comune anche ad altre popolazioni celtiche come i Carnuti. Le corna infatti erano (non solo per i celti e per i liguri) elemento che identificafa eroi e dei come Cernunnos, il Dio Cornuto appunto da cui deriva anche Cervus, Cervo.

CAVATURINI
Popolazione ricordata dalla Tavola di Polcevera (vedi immagine) che probabilmente costituiva una sotto tribù degli Statielli. Il nome oggi è ricordato nel toponimo di Cavatore (AL). vedi: https://leradicideglialberi.blogspot.com/2021/03/toponimi-celtici-nel-territorio.html

DERTONINI o DECTUNINI
Una delle popolazioni della provincia di Alessandria, vengono citati nella Tavola di Polcevera (vedi immagine, come una delle popolazioni liguri che avevano diritto diritto all'Ager Compascuus in alta val Polcevera e Scrivia e che vivevano nel territorio di Tortona (Derthona appunto) e dei colli tortonesi. Furono tra i primi ad allearsi con i Romani ed infatti I loro oppida principali divennere le principali città romane della zona, probabilmente integrandosi per avere diritto alla cittadinanza. L'oppida di Tortona si trovava dove oggi si trovano i resti del castello come dimostra il ritrovamento di diverse ceramiche di tipo Ligure (oggi conservate al Museo di Alessandria). Quello di Libarna si trasformò nella famosa città, in cui però si conservarono alcune usanze fino nei secoli seguenti la nascita di cristo, come dimostrano alcuni oggetti (cinturone, bottoni e fibule) trovati nella sepoltura di un Bambino del II secolo d.C. Altri oppida dectunini erano Cerdicia (identificato con l'attuale Carezzano) e Celli, frazione di Montale Celli, che si dovettero arrendere a Minucio Rufo nel 197 d.C. Vedi il post: https://leradicideglialberi.blogspot.com/2021/03/toponimi-celtici-nel-territorio.html


INGAUNI
Popolazione ligure che occupava l'alta Val Tanaro e il bacino dell'Arroscia fino ad Albenga. Molti solo i manufatti ritrovati che vanno dalle ceramiche alle armille e ai torques oggi conservati in alcuni piccoli musei locali.

INSUBRI
Forse il principale tra i popoli celtici cisalpini. Non si sa bene se appartenessero alla cultura di Golasecca e fossero quindi Celti cisalpini "autoctoni" sviluppati parallelamente alla cultura di Hallstatt o se fossero arrivati nell'area oggi grossomodo occupata dalla Lombardia con le prime migrazioni attorno al VII secolo avanti cristo come dice Tito Livio. Essi, come dimostrano gli scavi, non ebbero una "celtizzazione" improvvisa ma lenta e continua. Avevano caratteri molto simili a quelli delle popolazioni hallstattiane e ai Liguri e man mano incorporarono influenze sia da parte celtica transalpina che dall'Etruria Padana. Fatto sta che quando Belloveso, re della popolazione Biturigi scavalcò le alpi e sconfisse gli Etruschi presso il Ticino, incontrò la popolazione degli Insubri che secondo la leggenda lasciarono lui e il suo popolo stanziarsi nelle loro terre. In seguito Belloveso incontrò una scrofa di cinghiale "semilanuta" con una cresta pelosa sulla schiena, che interpretò come incarnazione della divinità Belisama e li quindi, nel territorio restituito agli Insubri decise di fondare Mediolanon attorno, questo lo stimano gli storici, al 600 a.c.
L'area occupata dagli insubri comprendeva probabilmente la parte più a Nord del Piemonte, della Svizzera italiana, l'attuale provincia di Milano e parte della Lombardia. Come gran parte dei popoli cisalpini si allearono con Annibale contro Roma, ma dopo una serie di battaglie e alleanze temporanee obbligate strinsero definitiva alleanza con i Romani nel 194 a.c. e ottennero la cittadinanza romana nel 49 a.c.

La Scrofa Semilanuta, simbolo della Milano celtica, visibile ancora oggi in Via Mercanti sul Palazzo della Ragione.

LEPONZI o LEPONTI
I Leponzi (anche Leponti o Lepontini) erano una antica popolazione stanziata nelle Alpi centro-occidentali ed erano uno dei popoli originati dalla cultura di Golasecca. Il loro territorio era compreso tra il Canton Ticino, la Lombardia occidentale, la Val d'Ossola e l'alto Vallese. I loro centri principali probabilmente erano Oscela (che i romani ribattezzeranno Oscela lepontorum, e oggi è la città di Domodossola) e Bilitio (l'attuale Bellinzona). Il territorio leponzio faceva parte della provincia romana della Rezia. Lo storico greco Strabone (58 a.C.-25 d.C. circa) descrive i Leponzi come una delle comunità in cui si dividevano i Reti e loda la qualità del loro vino. Essi sono famosi per essere stati forse i primi tra i popoli celtici ad usare un alfabeto proprio, conosciuto come alfabeto di Lugano, una delle cinque principali varietà di alfabeto italico settentrionale. Si trattava dell'alfabeto etrusco (la cui influenza all'epoca si estendeva fino alla pianura padana e a Milano) modificato e utlizzato per scrivere nella loro lingua. Solo successivamente, con l'ampliamento del territorio dell'Italia antica, il territorio venne a far parte della Gallia Transpadana. Vennero definitivamente sconfitti soltanto nel 16-15 a.c.

Stele bilingue Latino-Celtico (alfabeto leponzio) - Museo di Antichità di Torino.


LEVI o LAEVI
I Levi sono conosciuti per essere considerati insieme ai Marici (vedi) i fondatori originari di Pavia. Anche qui la solita confusione tra le testimonianze storiche tra celti e liguri. Polibio li elenca tra i popoli celtici mentre Plinio e Livio li considerano Liguri sempre associati a Marici. Ora noi sappiamo che questa distinzione non è importante La loro posizione attorno a Pavia potrebbe essere la loro ultima roccaforta in seguito alle successive migrazioni di popoli transalpini. Infatti alcuni toponimi come Levo nei pressi di Stresa o il nome stesso dell'alta val Ticino "Val Laventina" (forse dei Leponti?) ne testimonierebbe la presenza lungo tutto il corso del Ticino.

LIBUI o LIBICI 
I Libici sono tra i più antichi abitanti del Piemonte documentati. Nelle fonti storiche sono nominati in una lettera scritta da Bruto a Cicerone, databile al 43 a.C. (Ad Fam. XI-19,2). Bruto è incaricato di reclutare truppe in Cisalpina e, nel suo viaggio, fa tappa a Tortona, Vercelli ed Ivrea. "Ivrea era stata fondata come colonia dai Romani pochi decenni prima (100 a. C.), ma Vercelli esisteva già da molto tempo come città-stato e centro protourbano fondato da popolazioni liguri poco prima che l'etnia celtica, giunta dalla Gallia nel IV secolo, vi si stanziasse sovrapponendosi e mescolandosi alla precedente. "Vercellae Libicorum ex Salluis horte", (NH, III, 24): "Vercelli città dei Libui fondata dai Salluvii", come riporta il noto passo di Plinio. Essi vengono quindi associati ai Salluvii popolazione celto-ligure della Gallia Transalpina che avevano come capitale l'attuale Entremont. Nel 196 a.c. i Boi stanziati in Boemia e fondatori di Bologna) compirono un'incursione nel Territorio occupato dai Libui e dei Levi (vedi) che forse erano addirittura lo stesso popolo.

NOTA: Cosa ancora una volta bizzarra è che mentre i Salluvii fossero considerati Liguri, i Libui venivano considerati celti, anche se di origini cisalpine. In oltre per quanto riguarda i Salluvii che non nominiamo in questa lista in quanto transalpini, occupavano da tempi molto antichi il territorio attorno a Marsiglia (Massalia). Ci viene in mente che il termine greco Keltoi, da cui proviene il termine Celti (sinonimo di Galli usato dai romani) venne per la prima volta utilizzato per indicare le popolazioni che i greci incontrarono nel territorio di Marsiglia e ci fa pensare che quindi Celti e Liguri fossero effettivamente parte dello stesso gruppo culturale.

http://www.archeovercelli.it/didattica.html

Fibula celtica golasecchiana a forma di drago. Da Castelnuovo Scrivia - 460 a.c.  

MARICI, MARICHI o ANAMARI
Popolo affine ai Levi (vedi) assieme ai quali sono noti per essere nominati da Plinio come i fondatori Pavia e occupavano le attuali province di Pavia, di Alessandria e forse di Piacenza. di Nessun'altra fonte storica nomina questo popolo e questo ha fatto pensare agli storici che si tratti dello stesso popolo conosciuto come Anamari. Polibio nomina questi ultimi come i primi abitanti dell'appenino a sud del Po (oltrepo pavese) e della zona dell'oppida di Casteggio appunto. In effetti Polibio non nomina i Marici e Plinio non nomina gli Anamari e questo ci fa pensare appunto che si trattasse dello stesso popolo. Di nuovi ci troviamo davanti al solito problema di attribuzione in quanto Polibio li considera Celti e Livio Liguri. Molti sono però i toponimi legati a questa popolazione: Castrum Mariciorum presso Sannazzaro de Burgondi, Petra Maricorum (oggi Pietra Marazzi) Presso Alessandria, Vicomaricus (oggi Vicomarito) presso Varzi, Lucus Maricorum (oggi Bosco Marengo) di nuovo vicino ad Alessandria. In oltre entrambe le città di Pavia e Alessandria avevano una Porta Marica nelle antiche mura difensive, documentate in varie mappe e incisioni (vedi la rappresentazione di Alessandria qui sotto) e nel caso di Pavia ricordata dalla via di Porta Marica. Interessante il fatto che le due porte fossero diretta una verso l'altra. Questo ci fa pensare che il territorio dei Marici si estendesse grosso modo tra Pavia, Alessandria e Varzi.

Vista di Alessandria in cui tra le varie cose è indicata la Porta Marica con il n.17 ultima a destra.

SALASSI
I Salassi occupavano la regione subalpina della Dora Riparia, il Canavese ed arrivavano fino nel Biellese come testimoniano alcuni toponimi (Salussola ad esempio). I confini dei territori occupati da queste popolazioni comunque non erano mai ben definiti, cambiarono nel tempo e non dobbiamo immaginarci queste zone come degli stati moderni. Forse fondarono il villaggio originario di Ivrea (Eporedia) Plinio il Vecchio afferma che questa città venne fondata dal popolo romano per ordine dei Libri Sibillini, ma aggiunge che il suo nome deriva dalla voce gallica eporedii (domatori di cavalli), questo dato ci permette di supporre che la sua origine sia in realtà preromana. Ipotesi che viene avvalorata da Vallejo, il quale sostiene che il primo centro fortificato sia stato edificato dai Bagienni, appartenenti alla confederazione transpadana dominata dagli Insubri (Plinio, Naturalis Historia, III, 123). Famose furono le miniere d'oro dei Salassi, ancora visitabili, conquistate poi dai romani.

STATIELLI
Gli Statielli appartenevano ad un ceppo ligure che abitava in sud del Piemonte comprendente le attuali province di Alessandria, Asti e Cuneo nel primo millennio a.c. ed erano uno dei principali popoli del Piemonte preromano. E' solo dal IV sec. a.c. che si può riconoscere l'Ethnos di questo popolo che occupava gran parte dell'attuale provincia di Alessandria e Asti a Sud del Tanaro, mentre ad Ovest nell'attuale provincia di Cuneo si svilupparono i Bagienni (vedi). Gli Statielli sono oggi abbastanza documentati, considerando la scarsità di evidenze che abbiamo per quanto riguarda le popolazioni pre-romane dell'Italia settentrionale, per alcuni ritrovamenti nella zona della loro capitale Carystum (oggi Acqui terme) e da altri siti archeologici. Sono anche conosciuti perchè opposero grande resistenza all'invasore romano e per questo subirono uno dei più gravi genocidi e successiva deportazione di gran parte della popolazione in schiavitù da parte del console romano Marco Popilio Renate (LINK). Di una loro esistenza come gruppo etnico non romanizzato abbiamo prova fino a metà del I sec. a.c. Il loro nome deriva dalla radice indoeuropea "stat" Stare, che quindi  venissero identificati come "gli indigeni" già all'epoca. Probabilmente appartenenti alla stessa popolazione erano gli abitanti di Tortona che chiamiamo Dertonini (vedi). Non sappiamo invece molto dei Carmenati (vedi) che abitavano le stesse terre, forse una "sotto-tribù" forse il nome con cui gli Statielli chiamavano loro stessi visti toponimi dei loro centri: Carystum (Acqui), Cartosio, probabilmente il quartiere Cristo (Caristo) di Alessandria, Carrosio, ecc... Nome che forse li collegava alla radice indoeurope "car", corna, elemento che identificava eroi e dei.

Vedi anche:
http://leradicideglialberi.blogspot.com/2019/03/linvasione-romana-della-gallia.html
https://leradicideglialberi.blogspot.com/2019/06/le-ceneri-degli-statielli-la-necropoli.html

TAURINI
La Treccani li descrive molto bene: "popolo che abitava per vasto tratto la regione subalpina a nord e a sud della Dora Riparia. Appare ramo dei Taurisci (vedi), gente diffusa in varie regioni alpine. Il nome, nell'una o nell'altra forma, sembra derivi dalla divinità proto celtica Taranis o derivato da radice preromana che significava appunto "monte" (di questo manca la fonte). Polibio narra che i Taurisci l'anno 225 a. C. furono disfatti, insieme con altre genti galliche, dai Romani a Talamone (v. taurisci). La forma Taurini appare primamente nel passo in cui Polibio stesso narra dell'espugnazione della loro capitale Taurasia (Torino) per opera di Annibale appena disceso dalle Alpi, ed è la sola che ritroviamo in seguito costantemente per questi subalpini occidentali. I quali erano, secondo Plinio e Strabone, di antica stirpe ligure. Solitamente tuttavia nelle fonti stesse i Taurisci erano detti Galli. Si trattava con ogni verosimiglianza di popolazioni fruenti dappertutto, più o meno, di uguale cultura e vita e per certo alquanto mescolate". Per fortuna qui è la Treccani a sottolineare il fatto che Liguri e Celti fossero popolazioni quasi identiche. A differenza di gran parte delle altre popolazioni cisalpine si allearono con Roma durante la seconda guerra punica e la loro capitale Taurasia venne rasa al suolo da Annibale nel 2019 a.c. Difficile esserne certi ma probabilmente essa sorgeva dove i Romani fontarono Augusta Taurinorum, Torino. Per quanto riguarda il nome, come già detto, è probabile che, come per i Taurisci, derivasse dalla divinità Taranis (legata ai fulmini, alle montagne e alle precipitazioni e assimilabile ad altre divinità indoeuropee quali Zeus, Giove, Thor, Indra, ecc...) il cui animale sacro era il Toro appunto. Da qui la connessione tra il Toro e Torino.


TAURISCI
I Taurisci comprendevano il complesso di razze galliche diffuse in varie regioni alpine che nel II sec a.c. formavano il nucleo delle genti bellicose popolanti il Norico. E' tuttavia difficile stabilire quale potesse essere il territorio occupato da essi. Polibio afferma che ai suoi tempi (210-128 a.c.) i Taurisci abitavano i due versanti delle Alpi occidentali ed il Norico identificandoli con i Taurini (vedi), che fondarono Taurasia (Torino). Probabilmente si trattava di un ramo della stessa popolazione distaccato nei secoli precendent durante le migrazioni. Essi vennero sconfitti dai Romani nel 225 a.c., nel 129 a.c. e debellati nel 115 a.c.  di queste genti erano i Taurini (vedi). Il loro nome probabilmente derivava per la divinità Taranis.

VERTAMOCORI
I Vertamocori erano una popolo celtico stanziato nella Gallia cisalpina attorno a Novara, nel Piemonte orientale. Sono ricordati da Plinio il Vecchio nel III libro della Naturalis Historia, dove sono indicati come i fondatori della città di Novara. Plinio ci dice anche che appartenessero alla stessa stirpe dei Voconzi, popolazione stabilita nella Gallia Narbonense fra il Rodano e i bassi corsi dei fiumi Isère e Durance.

domenica 7 gennaio 2018

La casetta dei libri, biblioteca di strada ad Alessandria.

"Questa è una piccola biblioteca di tutti! In questa casetta puoi lasciare un libro e prenderne un altro! Libri, libretti, film, belle riviste! Porta qui qualcosa di bello che vuoi condividere!"



Dall'estate scorsa su di uno dei troppo tronchi di alberi tagliati e non sostituiti dei viali di Alessandria è apparsa una piccola casetta, una mini biblioteca di strada. Chi ha dei libri da regalare, o vuole scambiarli, può portarli qui. A seconda dei giorni è piena o a volte vuota (ci sono persone un pò ingorde di cultura!). Io ho portato alcuni vecchi libri che volevo donare alla città, speriamo siano finiti in buone mani. Che una cosa del genere stia funzionando e dopo mesi la casetta sia ancora li è un piccolo segnale in una città che negli ultimi anni è sprofondata in una situazione un pò oscura, in cui i livelli di civiltà sono sempre più bassi e la cultura sembra essere stata messa da parte. Comunque speriamo che sia l'inizio di un nuovo periodo in cui i cittadini si riprendono cura dello spazio pubblico e della propria città.


Le street library in giro per il mondo
Non è un caso isolato, anche se in Italia se ne vedono poche, in Europa se ne vedono altre, una delle più belle è la "foresta dei libri" in Kollwitzstrasse a Berlino, realizzata con i tronchi di un albero abbattuto, mentre negli USA e in Australia sono più una cosa che si mette di fronte alla propria casa in giardino.

Una piccola libreria di quartiere.

La foresta dei libri Bücherwald a Berlino.

LINKS:
http://www.bookcrossing-italy.com/
https://en.wikipedia.org/wiki/Book_swapping
https://streetlibrary.org.au/
https://withberlinlove.com/2016/06/10/bucherwald-the-book-forest-of-berlin/

domenica 31 dicembre 2017

La chiesa di San Secondo a Cortazzone, il romanico barbarico in Piemonte e l'altra cristianizzazione del Piemonte.

Prima o poi dovevamo farlo, un post dedicato a questa incredibile e misteriosa chiesa persa tra i colli astigiani. San Secondo è un monumento unico, per vari motivi e per questo è stato dichiarato Monumento Nazionale. Questa zona del Piemonte è disseminata da piccole chiese solitarie che un tempo erano le chiese degli innumerevoli villaggi che sorgevano tra i boschi e le paludi che coprivano il territorio piemontese. Le popolazioni di origine celtica (o celto ligure se ci tenete) che abitavano fuori dai centri più importanti che si erano costituiti in epoca romana continuavano a vivere in modo molto primitivo, la fede cristiana era praticata superficialmente, insieme ai culti pagani di pietre, alberi, fiumi, ecc... che continuavano a svolgersi nelle campagne nonostante le missioni di evangelizzazione di Sant'Eusebio. Fu per questo che intorno all'anno mille il vescovo di Piacenza inviò dei monaci per insegnare l'agricoltura e per evangelizzare queste popolazioni ancora che vivevano "nell'ignoranza e nella superstizione". Ed è per questo che in questi luoghi lo stile romanico ricco di peculiarità, a volte detto barbarico. E' questo il periodo in cui poco distante da qui è anche nato e cresciuto San Baudolino di cui abbiamo parlato (LINK) per capire il contesto. Anche se si cerca di dimenticarlo e soprattutto si cercava fino a qualche decennio fa, il paganesimo era difficile da estirpare completamente. Si è trattato più che altro di nasconderlo. Così mano a mano che Giove e Taranis diventavano Dio, il Sole diventava suo fglio il Cristo e le sue caratteristiche più terrene venivano trasferite a San Giovanni, le matrone e le dee femminili dopo tanti tentativi restavano impossibili da eliminare e si trasformavano nelle varie madonne, molti altri dei e spiriti locali si trasformavano a loro volta in santi, altri culti come quello delle pietre erano veramente impossibili da cristianizzare, anche per il loro carattere rurale ancora più ai limiti. Fu così che ci si limitò a incidere croci sulla roccia o ad associare un santo o una madonna a questi luoghi. Sui monti si costruirono santuari e così via.


Ma torniamo a cercare di capire perché questo territorio sia pieno di chiesette romaniche isolate: come si diceva poco più in alto verso la fine del primo millennio queste zone erano ancora coperte da selve realmente selvagge (silvae, sterminate foreste naturali) e da boschi (boscha) già soggetti a ceduazione per produrre legname. Con il finire delle incursioni ungare, saracene e normanne un po' in tutta Europa ci fu un miglioramento delle condizioni sociali, un incremento demografico che portò ad un allargarsi delle coltivazioni cerealicole e al pascolo con il formarsi di nuovi villaggi contadini e con l'allargarsi dei ancuni di essi in veri e propri paesi. Fu allora che proliferò il sistema delle pievi e dei sentieri sacri che portavano i pellegrini a roma da tutta Europa. Gran parte degli edifici romanici che oggi costellano le colline, i bordi dei campi o si nascondono tra i pochi boschi rimasti nacquero come chiese di villaggio. Edifici battesimali, tituli (chiese minori) molti dei quali sono tra l'altro andati perduti. Verso la fine del medioevo con una nuova instabilità politica, ci fu un nuovo calo demografico, una regressione agraria e una nuova espansione delle selve, la famosa crisi del 1300. I contadini abbandonarono villaggi e paesi che erano costruiti in legno e malta di fango e di cui non ci è rimasto praticamente niente se non le chiese ed i cimiteri isolati che infatti erano costruiti in solida pietra locale e mattoni, oggi isolate e solitarie.
Un altro caso molto interessante e che probabilmente interessa San Secondo è che le piccole chiese sorsero in luoghi dominanti in cima a colli e colline o che in passato avevano accolto le aediculae pagane (nota 1), mucchi di pietre rituali, gli ometti che ancora oggi in Piemonte vengono chiamati mongioie e guarda caso il colle su cui sorge si chiama proprio Mongiglietto dal latino Mons Iovis, Monte di giove. Il Giove in questione generalmente poteva essere una divinità associata in epoca romana, come ad esempio il Giove Pennino, romanizzazione di Penn, divinità celtica e ligure delle alture da cui appunto deriva il nome delle Alpi Pennine, dei tanti monti Penna e Pennino e appunto degli Appennini.


L'edificio: la pianta principale è suddivisa in tre navate orientate verso il sorgere del sole che terminano in altrettante absidi circolari. La chiesa è prevalentemente costruita in pietra arenaria locale con inserimenti in mattoni e misura 19,50 metri di lunghezza per 8,60 di larghezza, mentre il colmo del tetto arriva a 8,25 metri. La facciata anch'essa principalmente in pietra è sovrastata da un campaniletto di mattoni aggiunto nel 1600 per richiamare i fedeli. Sopra al doppio arco di pietra si vede una cornice di conchiglie che indicherebbe il luogo di sosta sulla via dei grandi pellegrinaggi e sotto gli archetti si vedono le prime sculture zoomorfe molto consumate. Il lato nord è piuttosto disadorno mentre le absidi sono riccamente decorate con semicolonne e capitelli floreali. Nodi e altri motivi floreali decorano le mensole su cui appoggiano gli archetti. Sotto uno di essi c'è una figura umana che si aggrappa (abside centrale) vicino ad un nodo di Salomone e sotto ad un'altro (abside sud) vengono raffigurati due seni, forse simboli di fertilità che ritroviamo anche del lato sud. Potrebbero anche essere simbolo della vergine che allatta (Iside) cara a Bernardo di Chiaravalle e, si dice, ai Templari.




Ma è la facciata sud quella che merita più attenzione. Le decorazioni a "scacchiera continuano sulla fascia bassa e nella parte alta della navata centrale vediamo nodi, intrecci, fogliami, copitelli scolpiti, gli stili cambiano di continuo anche nella stessa monofora indicando probabilmente diversi autori o forse diversi tempi di realizzazione. Le teste umane semplificate sono in tipico stile celtico primitivo, tanto da rimandare alla scultura preistorica e al culto celtico della testa. Sotto uno degli archetti ritroviamo i due seni ma la scultura più enigmatica è rappresentata dai due corpi, ancora una volta in stile più primitivo, rispetto agli altri rilievi romanici, che si accoppiano. Il soggetto sicuramente non comune in una chiesa, ma non così raro in epoca medievale al contrario di quanto si pensi. E' comunque probabilmente sopravvissuto alla sessuofobia e alla censure dei secoli successivi grazie all'intonaco che lo ha coperto per molto tempo ed è reso ancora più particolare dalla chiara rappresentazione dei genitali maschili e femminili.

L'accoppiamento sulla chiesa di San Secondo di Cortazzone (1000 circa)

Questa scultura è un mistero. Sulla guida ufficiale di San Secondo edita dalla omonima Parrocchia, Giovanna Gandolfo Fex cerca una spiegazione nelle tradizioni preistoriche locali che in quel periodo dovevano essere ancora molto presenti e che insieme ai seni dovessero propiziare il concepimento e il parto dei figli in epoche in cui la mortalità era altissima. L'unica corrsipondenza diretta si trova su di un capitello sulla cattedrale di Notre Dame du Peyrou a Clermont-l'Hérault nel sud della Francia (ancora una volta a testimoniare lo stretto rapporto tra i due territori) anche se è datata tre secoli dopo ed è molto più dettagliata. Nonostante la differenza di dettaglio e di stile, una somiglianza del genere fa pensare a qualche modello comune che doveva circolare in qualche modo.

L'accoppiamento a Notre Dame du Peyrou a Clermont-l'Hérault (1300 circa)

Le interpretazioni più comuni rimandano ai culti celtici della fertilità, ancora molto vivi nelle campagne di epoca medievale, altri a cosmogonie telluriche preistoriche. Altre due particolarità di questa chiesa e del romanico astigiano sono le fasce a "dente di lupo" che ritroviamo anche nelle chiese di Montafia, di Montechiaro d'Asti, a Trinità da Lungi a Castellazzo Bormida, ecc... e che sono ottenute con triangoli in cotto e in pietra e i nodi e intrecci di cui abbiamo parlato sopra.


In questo caso le decorazioni che normalmente definiamo "celtiche" si discostano più marcatamente dall'influenza bizantina e gli intrecci floreali presenti su alcuni capitelli, tipici dell'arte romanica, diventano più astratti e primitivi diventando davvero unici. Possiamo trovare qualcosa di simile in altri edifici della zona e in generale in decorazioni di epoca longobarda come sui resti del vecchio duomo di Torino, ma qui sono meno geometrici e irrazionali. Da un punto di vista artistico sono incredibili, troviamo una stratificazione del gusto gallico, germanico e cristiano e in un certo modo ci fa notare come l'influenza classica fosse passata in Europa intorno all'anno 1000 e in particolare da queste parti.

Altri elementi notevoli che di solito passano più inosservati, presenti sullo stesso lato della chiesa, sono un "serpente sacro" intrecciato tra i classici nodi che però, come l'accoppiamento, è realizzato con uno stile più primitivo rispetto agli altri motivi geometrici, probabilmente, come dicevano sopra, da artisti diversi. 


All'interno (chiedo scusa per le foto, durante l'ultima visita la chiesa era chiusa e non trovo le foto fatte in precedenza) troviamo una volta ricostruita nel '700, probabilmente quella originale doveva essere a botte, classici motivi romanici, con sirene, melusine, animali fantastici e chimere varie che dovevano popolare l'immaginario medievale in Europa e che, come all'esterno, si differenziano molto come stile e finiture. In oltre si trovano anche i resti di un affresco.




Nelle sirene ritroviamo la figura di Melusina (di cui abbiamo parlato in precedenza LINK) della mitologia medievale e gli espliciti riferimenti sessuali femminili. Ci sono riferimenti astronomici e la navata è rivolta al sorgere del sole con i fedeli rivolti ad est.

NOTE:
1) AEDICULAUE: Cumuli di pietre con significato rituale religioso innalzate ai bordi dei sentieri prima dai galli che lo dedicavano a Bel o a Penn e poi dai romani che li dedicavano a Giove (Giove Pennino per l'appunto in area gallo romana) da qui Mont Iovis. Questi mucchi di pietre sopravvivono ancora oggi in maniera un po' superstiziosa e per indicare il sentiero sorgono sui bivi in montagna o in punti in cui è facile perdere di vista la strada. Essi sono molto simili ai muri mani tibetani o agli ovoo mongoli vedi LINK) e come si diceva ancora oggi vengono chiamati mongioie in Piemonte e ometti in Italiano. 

LINKS:
https://www.avvenire.it/agora/pagine/ometti-cuore-pietra
http://www.ruditoffetti.it/articoli/cortazzone.html

BIBLIOGRAFIA:
Alla scoperta del romanica astigiano - Franco Correggia, edizioni del Capriolo.
San Secondo in Cortazzone, Guida alla visita - edizione a cura della Parrocchia di San Secondo
Dalla pieve alla cattedrale nel territorio di Alessandria - Cassa di risparmio di Alessandria





venerdì 29 dicembre 2017

I fiumi Tanaro, Bormida e altri idronimi celtici e preromani in Piemonte.

VEDERE il più ampio post sui toponimi celtici e preromani in provincia di Alessandria: http://leradicideglialberi.blogspot.com/2021/03/toponimi-celtici-nel-territorio.html
Pur essendo uno dei primi affluenti del Po, il Tanaro è uno dei fiumi più importanti d'Italia. Sesto per lunghezza e quarto per ampiezza del bacino idrografico. Inoltre alla confluenza con il Po il Tanaro risulta essere più lungo, 276/290 contro i 230 del Po. Questo ha causato alcune discussioni tra gli studiosi. Comunque il fiume con le sue caratteristiche acque limacciose si forma nel Piemonte sud occidentale nel territorio comunale di Ormea dall'incontro tra il torrente Tanarello con il Negrone. Anche per queste ragioni mitologicamente potrebbe essere addirittura identificato con il famoso Eridano. Visto che non possiamo dilungarci troppo e che esiste Wikipedia passiamo a dire che il Tanaro prosegue come spumeggiante fiume alpino ingrandendosi man mano che raccoglie le acque dei suoi affluenti arrivando in Pianura alla confluenza con il Po, attraversando le province di Imperia, Cuneo, Asti e Alessandria.

Il Tanaro alle porte di Alessandria

Quello che però ci interessa ora è l'origine del nome, che precisamente deriverebbe del gallico Taranus (variante di Taranis) temporale, tuono, e quindi dal nome del dio del tuono e del temporale "Toranus" Tonarus affine al Thor germanico e allo Zeus greco, venne poi in epoca Romana assimilato dal Giove romano; Un altra possibilità è che derivi dall'unione dal celto ligure Tan (Falesia) e Ar (Fiume). Si potrebbe dire in effetti lo stesso del fiume francese Tarn, non troppo lontano.

Altro fiume che ci interessa del basso Piemonte è il Bormida anzi più esattamente La Bormida che confluisce nel Tanaro alla periferia di Alessandria, poco prima che quest'ultimo si immetta nel Po. Il suo nome antico piemontese-ligure è Burmia o Bormia e anch'esso nasce sulle Alpi Marittime, nel primo tratto chiamato Bormida di Millesimo. Complessivamente è lungo 180 km ha un bacino molto esteso (la Val Bormida) ed è famoso per i gravissimi problemi di inquinamento dovuti agli scarichi dell'ACNA di Cengio che lo resero uno dei più inquinati dell'Italia del Nord fino al 1994.

La Bormida passa sotto il ponte antico di Monastero Bormida.

Anche in questo caso però quello che ci interessa è l'origine del nome e bisogna bisogna andare indietro in epoca preromana al periodo celto-ligure (e pensare che ancora oggi i liguri dell'età del ferro vengano tenuti separati dalla cultura celtica per ragioni nazionalistiche). I vari nomi assunti dalla Bormida (risalendo alle fonti troviamo ben quattro fiumi con questo nome) risalgono così alla parola gallica pre-romana "bormo" (sorgente calda o che gorgoglia), legata anche al dio delle sorgenti Bormō (conosciuto con molte varianti Borvo, Bormānus, Borbanus, ecc... "il gorgogliante"). Egli era legato alla salute delle acque sorgive e alle fonti termali. Forse dato il carattere femminile potrebbe essere legato alla sua consorte Bormana (stessa radice) simile a Sequana. Ricordiamo che il fiume attraversa Acqui Terme, "Aquae Statiellae" in latino, centro principale dei liguri Statielli famoso in epoca romana e contemporanea per le sue acque calde termali. A questo punto bisogna per forza ricollegarci ad un altro corso d'acqua della zona ligure piemontere il Borbera che scorre nella omonima valle in provincia di Alessandria derivante dalla stessa radice e il torrente Bòrbore. Con la stessa orgine e forse legati alle stesse divinità troviamo molti toponimi specialmente in Italia del nord ovest e nella Francia centro orientale che hanno a che fare con sorgenti termali: la città di Bormio in cui i romani costruirono le terme come Bourbonnes Les Bains, Bourbon Lancy, Bourbon-l'Archambault.


Il torrente Borbera attraversa l'omonima valle.

Per finire, restando sempre nel basso Piemonte passiamo alla frazione Saquana di Cartosio (AL) zona famosa in antichità per le fonti e per la presenza di popolazioni celto liguri (gli Statielli, vedi appunto i toponimi Cartosio, Camugno, ecc... link: http://leradicideglialberi.blogspot.com/2021/03/toponimi-celtici-nel-territorio.html)  Il nome potrebbe derivare semplicemente da acqua, ma il fatto che uno dei corsi d'acqua che da li hanno origine si chiami "Rio della Madonna" ci fa pensare un collegamento diretto con la dea Sequana, protettrice delle acque che da il nome niente di meno che alla Senna. Curiosità: l'altro rio è detto Taravorno, sempre per tornare alla radice celtica Tar. Spostandoci un poco più su, troviamo poi il torrente Soana, affluente dell'Orco che da il nome alla Val Soana e da cui prende il nome il paese Valprato Soana. Il nome sarebbe omofono della Senna e probabilmente deriva dalla stessa radice.

mercoledì 8 novembre 2017

MASCHE E MASCONI: 1) chi è la masca?

>>> Vedi l'indice dei post dedicati alle storie di MASCHE E MASCONI!

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Masca è un termine ancora in uso in territorio piemontese e che, grossolanamente identifica la Strega, con alcune importanti peculiarità però. Questo termine è di uso comunque soprattutto in camapgna dalle alpi Biellesi fino alle Langhe al confine con la Liguria e al Monferrato astigiano e alessandrino, mentre si perde nel Novarese e nel vercellese man mano che l'influenza Lombarda diventa più forte.  Si possono rintracciare storie nel folklore, nella mitologia locale e a volte anche nomi di luoghi (Bric d'le masche, Mascatagliata, ecc...).  Esistono le Masche ma anche i Masconi (In piemontese Mascon), ovvero gli individui di sesso maschile. Prima di passare ad approfondire questa figura in particolare vorrei analizzare il termine, con cui nei vari paesi e regioni, venivano chiamate le Streghe. E' fatto veramente interessante e curioso pensare che in ogni lingua, esiste un termine diverso, il più delle volte senza nessuna origine comune per indicare questa figura che non esiste solo in Europa, ma praticamente in un tutte le culture del mondo. Witch in inglese, Sorcière in francese, Bruja in Spagna, Hexe in tedesco, Carovnica in molte lingue slave, ma basti vedere soltanto le differenze nel territorio italiano dove il nome Strega che deriva dal latino Stryx (uccello notturno, barbagianni) trova differenti sinonimi regionali: oltre alla variante Stria rintracciabile in gran parte del nord, abbiamo Masca appunto, in Piemonte, Basura in Liguria, Janara in Irpinia e poi Magara, Magga ecc... (derivante da Mago) nel sud, per nominare solo i più conosciuti. Questo è un punto su cui anche gli antropologi si interrogano. Non esiste per esempio un comune termine originario per questa figura nelle lingue Indoeuropee, sembra che ogni zona abbia le sue particolari streghe legate a quel territorio in particolare, fin dai periodi più antichi, legati alle tribù e all'epoca pre-indoeuropea.

"The wilder man" in Francia - Charles Fréger 

Il termine MASCA ha un'origine incerta, probabilmente longobarda, le teorie più accreditate lo accostano al termine "maschera" per quanto riguarda l'origine. La prima volta di cui ne abbiamo notizia è nell'editto di Rotari del 643 d.c. in cui leggiamo: "Si quis eam strigam, quod est Masca, clamaverit" col significato di strega appunto. Un termine usato dai longobardi quindi per indicare le "fattucchiere" ma anche gli spiriti di diverse origini, purtroppo però non sappiamo se fosse arrivato con loro dalle aree germaniche o se fosse già esistente prima in zona, in quanto Liguri e Celti non ci hanno lasciato documenti scritti. Nell'antico provenzale "Mascar" vorrebbe dire borbottare, nel senso di sussurrare incantesimi. In ogni caso questo termine in epoca medievale in alcuni scritti tardo latini del nord ovest, diventa sinonimo di "Larvae" e quindi di fantasma, anima dei morti, spirito oscuro. Possiamo vedere questo termine come tipico dell'area piemontese, una parola che si perde nelle origini liguri, galliche, latine e germaniche delle sue genti. Non mi dilungherei oltre sull'origine del termine visto che sia in rete che su carta è stato scritto molto sull'argomento.

Torniamo ora alla figura della Masca (e del Mascone). Gran parte delle storie non cambierebbero se usassimo il termine "strega"; donne vecchie e dall'aspetto sgradevole che vivono ai limiti della società, che facevano malefici, provocavano tempeste e si trasformavano in animali. Questo è vero  specialmente quando si legge qualche libro di quelli che sono spuntati come funghi sui banchetti negli ultimi anni con la riscoperta della masca e il suo sfruttamente da parte del turismo enogastronomico, specialmente langarolo, in cui a volte vengono scritte storie scritte puramente inventate o addirittura adattate da altre zone per motivi prettamente commerciali (io sono uno di quelli che a prescindere dalla qualità del libro non riesce a trattenersi dal comprare quasi tutto per poi restare molte volte deluso). 

A parte questo, si vede subito che nei racconti di Masche c'è un rapporto più forte con gli elementi della natura: 

i casi in cui queste ricorrono alla "rugiada" per guarire, sono legate agli alberi, provocano gli agenti atmosferici per creare problemi ai paesani sono più numerosi di quelli che si riscontrano negli altri racconti di streghe. Anche le trasformazioni in animali, principalmente gatti, volpi, bisce e rospi (ma non solo) sono frequentissime, ma restiamo comunque nello stereotipo classico di un certo tipo di strega. C'è una caratteristica chiave però di questa figura che affascina lo studioso della storia della stregoneria e che affascina gli antropologi: 

I richiami all'animismo precristiano, allo sciamanesimo sono molto più chiari: 

La Masca non è sempre cattiva, anzi molte volte si tratta di un personaggio, femminile o maschile, a cui la gente del villaggio o della valle si appella per farsi guarire. Addirittura questi personaggi sono così frequenti e popolari che quando vengono denunciati e processati vengono puniti con penitenze davvero leggere, come recitare preghiere o stare sulla soglia della chiesa per tempi variabili. Alcune zone del Piemonte come certe vallate alpine, le Langhe e il Monferrato sono fino all'anno 1000 ancora coperte da fitte foreste in cui la gente lontana dai pochi e piccoli centri urbani vive in villaggi costituiti da case di legno e che in parte pratica ancora forme religiose arcaiche che non sono cambiate per migliaia di anni. Per farsene un'idea basta pensare alle piccole pievi romaniche, dei secoli XI-XIII dai tratti rozzi e barbari che si ergono solitarie in mezzo a campi o boschi ancora oggi perchè i piccoli villaggi di legno che le circondavano sono spariti a causa dei materiali deperibili. Un'esempio lampante è la chiesa di San Secondo a Cortazzone (Asti), costruita  attorno all'anno 1000 da monaci provenienti dal Piacentino, mandati a cristianizzare le popolazioni di queste terre. Su queste piccole chiese sono chiare le simbologie pagane, i riti della fertilità che i missionari cercavano di unire al culto di Cristo per avvicinare queste popolazioni alla "vera fede" ancora oltre un millennio dopo la nascita di Cristo.

Accoppiamento raffigurato sulla chiesa di San Secondo a Cortazzone

IL CONTESTO SOCIALE, IL PIEMONTE RURALE

Tutto questo discorso mi viene necessario per dare l'idea di quale fosse la situazione in molte aree del Piemonte medievale in cui vivevano i nostri avi, ben diverso da quell'Italia classica e cristiana a cui pensiamo normalmente, simile solo ad altre zone appenniniche e alpine particolarmente isolate.  Probabilmente questa tipo di società rurale primitiva sparì con molta difficoltà dall'anno mille in poi e alcuni frammenti erano ancora vivi nel folclore e nella religiosità popolare fino al secolo scorso. E' qui che possiamo inserire le molte "Pietre delle Masche" e come le molte "Pietre Guaritrici" rintracciabili in tutto il Piemonte che con qualche croce aggiunta e qualche esorcismo sono arrivate fino a noi. E possiamo anche inserire la figura dei vari "Frate masca" o "Prete masca" sicuramente più accettabili rispetto alle "suore o monache" masca che a causa del sesso erano più a rischio. Non solo nel folklore, ma anche nelle storie di paese è infatti facile imbattersi in queste figure, frati o preti cristiani che però si intendevano anche di magia, o meglio facevano o battevano "la fisica" e che probabilmente andavano a sostituire i vecchi "guaritori" e "guaritrici", druidi e druidesse (LINK), maghi e sciamane che probabilmente davano alle popolazioni rurali quello che i rappresentanti della nuova fede non erano in grado di dare: un aiuto pratico contro malattie, siccità, e cose del genere. Di questo tipo di racconti è pieno il territorio piemontese e sono pieni i documenti processuali dei tribunali dell'inquisizione locale e man mano vedremo di riportare i più significativi e interessanti su queste pagine.

L'apparizione di una Masca in una faggeta, interpretazione artistica contemporanea.

La Masca poi in molti casi non è solo strega, intesa come maga o fattucchiera umana, ma è uno spirito della natura. 

Non solo può trasformarsi in un gatto, in cane o in altri animali (con alcuni problemi come vedremo nelle storie singole, ad esempio conservare la coda o i piedi animali anche nella forma umana) ma anche in alberi e altri vegetali o addirittura in agenti atmosferici come la Nebbia (la famosa Masca Nebbiassa) o la neve. Questo non può che non farci pensare all'animismo in cui credevano i nostri avi e che esiste ancora oggi in società primitive ma anche molto meno primitive come il modernissimo Giappone! A volte si tratta chiaramente della sopravvivenza di divinità pagane soppiantate dal cristianesimo ma mai del tutto sparite, come la Masca dell'Inverno

COME SI DIVENTA MASCA?
Quando comunque parliamo di "Masche umane", ed è la maggior parte delle volte, c'è un'altra peculiarità da ricordare: la Masca è generalmente masca per ereditarietà familiare (di solito però sono le figlie a ricevere i poteri) oppure in altri modi curiosi. Ad esempio il "dono" può essere passato ad un'altra persona, ma anche a gatti, rospi ecc... in punto di morte. E' in questo modo che nascono i Masconi, ed è per questo che non bisogna mai toccare o guardare negli occhi una Masca! Di questo parleremo meglio in un post apposito comunque. In moltissimi casi però la Masca è soltanto uno spirito naturale, come dicevamo più in alto, che sembra più ad una divinità popolare dei boschi che nessuno ha iniziato: è così da sempre e basta, come un Kami giapponese. Altra caratteristica comune però a molte testimonianze dei Sabba e delle "feste" stregoniche è l'utilizzo di pomate e soprattutto del tamburo per provocare la trance e i viaggi ultra-corporei, caratteristiche chiave della pratica sciamanica. E se chi legge pensa che qui stiamo esagerando, consiglio di dare un'occhiata a due dei testi più seri e interessanti mai scritti sull'argomento: "I Benandanti" e "Storia notturna" di Carlo Ginzburg.
Le ultime due caratteristiche peculiari su cui vorrei tornare proprie delle Masche penso siano la presenza più frequente di individui maschili, ossia i "Masconi" rispetto alle altre storie di streghe, che molte volte hanno anche caratteristiche a parte e soprattutto che non erano sempre votate al maligno. Negli ultimi decenni ci siamo abituati a vedere la Strega anche in modo positivo. Sia per la rivalutazione e la politicizzazione di questa figura in ambito femminista, sia per la perdita di potere che il cristianesimo ha avuto sull'immaginario collettivo contemporaneo ma anche per le caratteristiche "ecologiste" di questa figura legata al mondo naturale. Tuttavia, fino al secolo scorso, le fattucchiere venivano viste con paura ad esse erano attribuiti i più orribili misfatti e le più terribili capacità malefiche, poche volte una sfortunata guaritrice veniva confusa con una strega. Masche e Masconi invece, venivano chiamati in soccorso dal popolo in quanto tali e il termine in alcuni casi era addirittura sinonimo di settimino o guaritore, ovviamente cercando di non farlo sapere ai preti (sempre che non si trattasse di masconi guaritori a loro volta!)

Bibliografia selezionata:

"MASCHE" di Donato Bosca e Bruno Murialdo

"Streghe in Piemonte" di Massimo Centini

"I Benandanti" e "Storia notturna" di Carlo Ginzburg

(da finire)

LINK interessanti:

https://axismundi.blog/2018/10/28/frammenti-di-uno-sciamanesimo-dimenticato-le-masche-piemontesi

https://centrostudiomisteritaliani.com/2019/11/06/la-masca-e-il-mascone-approfondimento-sulla-strega-piemontese/

http://www.margutte.com/?p=29395

domenica 2 luglio 2017

Viaggio a Stonehenge per il Solstizio d'Estate 2017.

Era da quando ero piccolo che sognavo di andarci. Oggi è sicuramente la celebrazione solstiziale più conosciuta e probabilmente più commerciale, ma una volta nella vita volevo partecipare e soprattutto volevo toccare le pietre con le mie mani (la notte tra il 20 e il 21 di giugno è l'unico giorno all'anno con il solstizio d'inverno in cui si possa entrare all'interno del cerchio). E' stato comunque un bel viaggio e un'esperienza indimenticabile condivisa con il Gruppo Druidico di Alessandria.