Visualizzazione dei post in ordine di data per la query san secondo. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di data per la query san secondo. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post

mercoledì 16 settembre 2026

Alessandria insolita: leggende, pietre e luoghi curiosi

🇬🇧 Read this article in English

Piccola mitologia di Alessandria

Una giornata tra pietre, santi, folletti, draghi e altre storie di una città dimenticata dal turismo

Alessandria, una città da cercare

In un'epoca in cui le grandi città d'arte cercano faticosamente di difendersi dal turismo di massa, ci sono centri che vivono esattamente il problema opposto.

Non è una città di grandi monumenti né una tappa obbligata del turismo italiano e decisamente non si trova in uno dei migliori periodi della sua storia. Proprio per questo conserva una sorprendente quantità di storie, luoghi curiosi, leggende e tracce del passato, nascoste nella città e nei borghi circostanti.

Questa non vuole essere una guida ai monumenti più belli di Alessandria (facilmente recuperabile su altri siti), ma una piccola mitologia urbana: un itinerario fra storia e leggenda, archeologia e folklore, santi, creature fantastiche e luoghi dai poteri misteriosi.

Basterà una giornata per incontrarne alcuni.

Antica rappresentazione della città fortificata di Alessandria

Una città più antica della città

Il territorio alessandrino è abitato almeno dal Neolitico e conserva tracce di una storia molto più antica della città attuale. Prima di Alessandria esistevano villaggi liguri e celtici; in epoca romana sorsero importanti centri e vie di comunicazione, fra cui Forum Fulvii, nell'attuale Villa del Foro, fondata su un preesistente emporio celto-ligure.

Alessandria è invece una città relativamente giovane. Venne fondata nel 1168, durante le lotte fra i comuni della Lega Lombarda e l'Impero, dall'unione di popolazioni provenienti da diversi insediamenti del territorio: Bergoglio (demolito nel 1700 per costruire la Cittadella), Gamondio (oggi Castellazzo), Marengo, Rovereto e altri centri.

Nei secoli successivi divenne una delle città fortificate più importanti dell'area Cisalpina per la sua posizione strategica, passando sotto diverse dominazioni. Nell'Ottocento la ferrovia la trasformò in uno dei principali nodi di comunicazione del Nord Italia, favorendo lo sviluppo di officine, industrie e una vasta rete tranviaria.

Sotto queste città — romana, medievale, fortificata e industriale — ne sopravvivono altre, molto più difficili da vedere.

Sono quelle che andremo a cercare.


1. Santa Maria di Castello — la città prima della città

Nel cuore di Borgo Rovereto si trova la più antica chiesa di Alessandria (Piazza Santa Maria di Castello, 13), sorta su un'area abitata ben prima della fondazione della città. Sotto l'edificio attuale sono ancora visibili i resti di una chiesa preromanica dell'VIII secolo e di una successiva costruzione romanica; la prima sarebbe stata costruita utilizzando le pietre di un misterioso fortilizio che sorgeva un tempo sulle rive del Tanaro.

Anche l'origine del nome Rovereto, il borgo che qui esisteva prima di Alessandria, è avvolta dalla leggenda: si racconta che derivasse da un antico bosco sacro (di querce, appunto) dove i druidi avrebbero continuato a celebrare i loro riti, mentre sull'altra sponda del fiume cresceva il primo insediamento romano di Bergoglio.

Oggi, oltre alle tracce di questa storia antichissima, la chiesa conserva importanti opere d'arte, tra cui dipinti del Moncalvo e una straordinaria Deposizione in terracotta.


2. Gagliaudo e il lupo di San Francesco — due storie in piazza

Nel cuore della città, sulla cattedrale (Piazza Giovanni XXIII), si incontrano due dei personaggi più curiosi della tradizione alessandrina. Gagliaudo Aulari, l'astuto contadino che secondo la leggenda salvò Alessandria durante l'assedio imperiale mostrando al nemico una vacca ben pasciuta, oggi osserva la piazza dall'alto del suo piedistallo. Ma si racconta che di notte scenda dalla sua statua per aggirarsi per la città e combinarne di tutti i colori.


Poco distante, la memoria di San Francesco e del lupo racconta invece di una belva che terrorizzava le campagne intorno ad Alessandria e che il santo sarebbe riuscito ad ammansire.

Due storie molto diverse, ma entrambe legate a una città nella quale, almeno secondo la tradizione, uomini e animali straordinari hanno continuato a vivere fianco a fianco.


3. I draghi di Alessandria — creature di pietra e di memoria

Alle Sale d'Arte sono custoditi, sui capitelli recuperati dal chiostro medievale che sorgeva nella Chiesa del Carmine (Via Guasco, 11), due draghi di pietra che si guardano. Ma non sono gli unici draghi della città: negli anni Novanta, durante gli scavi dell'antico Duomo distrutto in epoca napoleonica, furono ritrovati altri due splendidi draghi scolpiti in un capitello, oggi conservato alle Sale d'Arte (Via Niccolò Machiavelli, 13).

Due capitelli medievali con draghi conservati alle Sale d'Arte di Alessandria

Secondo una suggestiva interpretazione, questi due draghi potrebbero essere all'origine dei due grifoni dello stemma di Alessandria, simbolicamente associati ai due fiumi (Tanaro e Bormida) che circondano e proteggono la città.


4. Le Sale d'Arte — Artù, Lancillotto e una storia medievale dimenticata

Nelle Sale d'Arte di Alessandria (Via Machiavelli, 13) è conservato uno dei tesori più sorprendenti della città: un ciclo di 15 affreschi del tardo Trecento (LINK) con le storie di Artù, Lancillotto e Ginevra.

Affresco medievale del ciclo arturiano di Frugarolo conservato alle Sale d'Arte di Alessandria

Gli affreschi decoravano in origine una grande sala di rappresentanza della torre medievale di Frugarolo, a pochi chilometri da Alessandria. Rimasti nascosti per secoli sotto uno strato di intonaco, furono scoperti nel 1971, staccati dalla torre e, dopo un lungo restauro, finalmente esposti al pubblico nel 1999.

Il ciclo racconta soprattutto le imprese e gli amori di Lancillotto, con scene tratte dalla tradizione del Lancelot du Lac: duelli, castelli incantati, Ginevra, la Dama del Lago e il misterioso principe Galeotto. Le iscrizioni che accompagnano molte scene sono ancora leggibili.

Un luogo da non perdere per chi cerca l'Alessandria più insolita: qui, in una città piemontese, si incontra uno dei rari grandi cicli profani arturiani sopravvissuti dal Medioevo.


5. La Cittadella — l'enorme fortezza e lo stregone

Illustrazione a volo d'uccello della Cittadella di Alessandria

Costruita dai Savoia nel XVIII secolo su progetto di Ignazio Bertola, la Cittadella (Via Pavia, 2) venne edificata proprio nell'area dell'antico borgo di Bergoglio, cancellandone completamente l'abitato. È una delle più importanti fortificazioni europee dell'età moderna: l'unica fortezza di pianura costruita dai Savoia nel Settecento e ancora oggi conservata nel suo contesto ambientale originario.

La sua gigantesca pianta esagonale, con sei bastioni, gallerie, casematte, fossati e terrapieni, occupa circa 20 ettari e conserva ancora leggibile l'impianto settecentesco. Una vera città militare rimasta quasi intatta.

Illustrazione del Mascone tra la vegetazione e le mura della Cittadella di Alessandria

Tra questi bastioni sopravvive anche la memoria del Mascone (Maschilie di Masca, stregone, mago) di Alessandria, una figura del folklore cittadino che, secondo la tradizione, si aggirava fra le antiche mura e i boschetti che un tempo circondavano la città, praticando misteriosi rituali di fisica, cioè di magia. (LINK)


6. La Porta Maricia — sulle tracce dei Marici

Oggi non esiste più, ma nelle antiche mappe di Alessandria compare la Porta Maricia (numero 17 nell'immagine sotto), una delle porte delle mura della città. La sua posizione può essere collocata con buona approssimazione presso l'incrocio fra via Tortona e Spalto Marengo e venne demolita con il resto delle mura della città nel corso del '900.

Panorama dell'antica Alessandria con la Porta Marica indicata con il numero 17

Il nome è particolarmente interessante perché potrebbe conservare la memoria dei Marici, un'antica popolazione gallica ricordata dalle fonti romane e stanziata nell'area fra l'attuale Alessandrino e il Pavese.

Le tracce di questo antico territorio sono ancora visibili nei nomi di alcuni luoghi come Pietra Marazzi, l'antica Petra Mariciorum, mentre Bosco Marengo è collegato al latino Lucus Maricorum, il bosco dei Marici. A Pavia esiste inoltre un'altra Porta Marica.

Così una porta scomparsa diventa una piccola traccia di un popolo vissuto qui più di duemila anni fa.


7. Il folletto di via Vescovado — una creatura nascosta in città

Tra le storie meno conosciute di Alessandria c'è anche quella di una piccola creatura che, secondo la tradizione popolare, avrebbe abitato nei pressi di via Vescovado. Un folletto, o meglio un piccolo coboldo, legato a quelle antiche storie di case, cantine e vicoli in cui il confine fra realtà e superstizione era molto più sottile di oggi.

Illustrazione del folletto di via Vescovado nella città antica di Alessandria

È una storia minuscola, quasi dimenticata, rintracciabile solo su alcune carte disponibili presso l'Archivio di Stato, ma proprio per questo perfetta per questa piccola mitologia: non bisogna cercare un grande monumento, basta sapere dove guardare.


8. Le pietre magiche — Santa Varena e il temporale

Appena fuori dalla città, la mitologia alessandrina continua attraverso alcune pietre alle quali la tradizione ha attribuito poteri particolari.

A Villa del Foro, sulla chiesa di Santa Varena (Via Maestra, 33), è ancora visibile la cosiddetta Pietra di Santa Varena. Secondo la leggenda sarebbe un antico altare pagano (probabilmente un menhir o parte di un dolmen) che la santa avrebbe trasportato sulle proprie spalle e sul quale avrebbe indicato di costruire il nuovo luogo di culto.

La Pietra di Santa Varena e il menhir della Pietra del Temporale presso Alessandria

Dall'altra parte della città, sulle colline di Valle San Bartolomeo (SP79, 87, 15122 Alessandria AL), si trova invece la Pietra del Temporale (LINK), una grande pietra eretta (menhir) alla quale la tradizione popolare attribuiva un rapporto con le masche, le streghe piemontesi, che l'avrebbero utilizzata nei loro rituali per provocare temporali. Sembra che in passato ci fossero più pietre, ma vennero cavate e usate per costruire le case della zona.

Due pietre molto diverse, ma entrambe trasformate dalla memoria popolare in qualcosa di più di semplici pietre.


9. Il Cristo e gli antichi Statielli

C'è un'altra storia che si può leggere direttamente sulla carta della città.

Il grande quartiere meridionale di Alessandria si chiama Cristo, un nome apparentemente moderno ma che, secondo una curiosa interpretazione, potrebbe conservare la deformazione dell'antico Carystum, la città degli Statielli, popolazione ligure-celtica oggi identificata con l'attuale Acqui Terme. Su questa ipotesi è stato realizzato un documentario (LINK) e un'opera teatrale di Claudio Braggio.

È un'ipotesi etimologica che non va presentata come una certezza, ma che aggiunge un'altra suggestione alla nostra ricerca: sotto il nome di un moderno quartiere popolare potrebbe nascondersi, forse, un'eco di un mondo di più di duemila anni fa.


10. La città dei treni e dei tram

L'ultima tappa ci riporta invece a un passato molto più recente.

https://alessandriatram.blogspot.com/

Nell'Ottocento Alessandria divenne uno dei grandi nodi ferroviari d'Italia e la sua posizione fra Torino, Genova, Milano e il porto ligure ne fece un importante centro di collegamento e di sviluppo industriale.

Ma la parte più curiosa è forse quella che oggi è quasi completamente scomparsa: Alessandria possedeva una vasta rete tranviaria urbana ed extraurbana. Le linee collegavano la città con Sale, Casale Monferrato, Marengo, Mandrogne e altri centri della provincia. La rete urbana, l'unica in Piemonte oltre a Torino, elettrificata nel 1912, disponeva di due linee che collegavano il centro al quartiere Cristo e al quartiere Orti.

Fotografia storica di un tram ad Alessandria

Molte informazioni si trovano qui: https://alessandriatram.blogspot.com/

Oggi dei tram rimangono soprattutto fotografie, vecchie mappe e qualche traccia nella toponomastica, ma anche alcune tracce reali: prima di tutto il deposito delle tranvie elettriche (1912), esternamente conservato (oggi Penny Market: Viale Milite Ignoto, 24), e i piloni della linea aerea sul viale della stazione e in via Mazzini.

Anche questa è una parte della città invisibile: una città industriale che per un certo periodo correva su rotaie in mezzo a quella medievale e fortificata.

domenica 15 ottobre 2023

L'enigmatica pieve romanica di San Marziano a Viarigi (AT)

Un'altra pieve romanica, piccolissima ma notevole è quella di San Marziano che si trova a 3 km da Viarigi. Giace purtroppo in stato di semi abbandono e per raggiungerla bisogna percorrere un pezzo di strada sterrata, ma ne vale la pena.


STORIA: La notizia scritta più antica relativa al 1041 quando l’Imperatore Enrico III, nel confermare al Vescovo d’Asti il patrimonio della sua chiesa, include nell’elenco la corte di Viarigi con il castello e la cappella. Viene poi nominata ancora nel 1200 e Nel registro diocesano del 1345 San Marziano appare insieme con San Pietro e un’ altra chiesa che è nei boschi di Viarigi (qui est in boscis de Viarixio) non meglio specificata. Una quarta, infine, San Severio (oggi San Silverio), appartiene al monastero benedettino di Azzano. Fra tutte, San Marziano appare la meno dotata.



DESCRIZIONE: Il piccolo edificio dell’antica pieve è realizzato in blocchi di pietra da cantini locale, molto morbida, ma presenta una facciata in muratura rifatta purtroppo nel XVIII secolo e oggi in stato precario. L’abside è divisa in tre parti da due semicolonne con capitello scolpito. Gli archetti in pietra tioici del romanico locale, sono scolpiti e sono presenti tre monofore sormontate da altre decorazioni


LE DECORAZIONI: sono presenti numerose decorazioni, principalmente zoomorfe e alcune facce umane in stile romanico. Il numero di queste decorazioni è elevato per una chiesetta di queste dimensioni ed è uno dei motivi che la rendono unica. Tra le figure scolpite tra gli archetti ci sono un cane, una scimmia, un bue, un pesce, ci sono poi motivi floreali, astratti e alcune facce. 








LE INCISIONI: oltre alle sopracitate decorazioni scultoree sono presenti anche numerose incisioni superficiali alcune delle quali ricorrenti, ad esempio quello che potrebbe essere un ascia o un aratro:



Uno motivo che io non sono riuscito a decifrare o a riconoscere e del quale non ho trovato informazioni



Una triplice cinta (generalmente collegata addirittura ai druidi) e altri segni difficilmente comprensibili:


Sono presenti anche alcune iscrizioni:


Le incisioni e le decorazioni in queste foto sono solo alcune in quanto la chiesetta risulta davvero piena, se poteste aiutarci nei commenti qui sotto a comprenderle sarebbe vi saremmo riconoscenti!


CHIESE ISOLATE IN CAMPAGNA: il territorio del monferrato tra astigiano e alessandrino è pieno di chiesette romaniche isolate, cosa che si nota subito dopo averne visitate alcune (vedi SAN SECONDO in CORTAZZONE LINK) il motivo principale come si è già detto in altri post è il fatto che verso la fine del primo millennio queste zone erano ancora scarsissimamente abitate e coperte da selve veramente selvagge (silvae, sterminate foreste naturali) e da boschi (boscha) già soggetti a ceduazione per produrre legname. Con il finire delle incursioni ungare, saracene e normanne un po' in tutta Europa ci fu un miglioramento delle condizioni sociali, un incremento demografico che portò ad un allargarsi delle coltivazioni cerealicole e al pascolo con il formarsi di nuovi villaggi contadini e con l'allargarsi di alcuni di essi in veri e propri paesi. Fu allora che proliferò il sistema delle pievi e dei sentieri sacri che portavano i pellegrini a roma da tutta Europa. Gran parte degli edifici romanici che oggi costellano le colline, i bordi dei campi o si nascondono tra i pochi boschi rimasti nacquero come chiese di villaggio. edifici battesimali, tituli (chiese minori) molti dei quali sono tra l'altro andati perduti. Verso la fine del medioevo con una nuova instabilità politica, ci fu un nuovo calo demografico, una regressione agraria e una nuova espansione delle selve, la famosa crisi del 1300. I contadini abbandonarono villaggi e paesi che, fino a quell'epoca, erano costruiti in legno e malta di fango, materiali facilmete degradabili, di cui non ci è rimasto praticamente niente se non le chiese ed i cimiteri isolati che invece erano costruiti in solida pietra locale e mattoni, e che oggi quindi restano isolate e solitarie.


CHIESE IN CIMA ALLE COLLINE: Un altro caso molto interessante e che probabilmente interessa anche San Marziano è che le piccole chiese sorsero in luoghi dominanti in cima a colli e colline o che in passato avevano accolto le aediculae pagane (nota 1), mucchi di pietre rituali, gli ometti che vediamo sui sentierei di montagna e che ancora oggi in Piemonte vengono chiamati mongioie, da Mons Jovis o Monte di Giove, in quanto generalmente dedicate al dio romano delle alture Giove, con cui i romani avevano identificato molte divinita celtiche preromane come Pen ad esempio, dio delle vette. In questo caso San Marziano potrebbe riferirsi direttamente a un precedente culto dedicato a Marte come accade spesso, ma di questo non ci sono prove reali.

ORIENTAMENTO: La facciata (asse abside - facciata) della chiesa è precisamente orientata verso il tramonto del sole al 10 marzo. Considerando le imperfezioni di questo tipo di architettura e dei mille anni che probabilmente ha questo edificio è facile fare il collegamento con il 6 marzo giorno in cui si celebra San Marziano martire. Le misurazioni sono state effettuate il giorno 18/06/2006 dagli studiosi del Centro Ricerche Archeoastronomia Ligustica (LINK)

NOTE:
1) AEDICULAE: Cumuli di pietre con significato rituale religioso innalzate ai bordi dei sentieri prima dai galli che lo dedicavano a Bel o a Penn e poi dai romani che li dedicavano a Giove (Giove Pennino per l'appunto in area gallo romana) da qui Mont Iovis. Questi mucchi di pietre sopravvivono ancora oggi in maniera un po' superstiziosa e per indicare il sentiero sorgono sui bivi in montagna o in punti in cui è facile perdere di vista la strada. Essi sono molto simili ai muri mani tibetani o agli ovoo mongoli vedi LINK) e come si diceva ancora oggi vengono chiamati mongioie in Piemonte e ometti in Italiano.

LINKS:

giovedì 5 maggio 2022

MASCHE E MASCONI: 4) Frati, preti "masca" e preti maghi.

>>> Vedi l'indice dei post dedicati alle storie di MASCHE E MASCONI!

oppure Leggi tutti gli altri post taggati come: MASCHE E MASCONI

INTRODUZIONE: Vicino alla figura della Masca, c'è un altro personaggio, generalmente maschile, che ricorre molto spesso nel folklore piemontese: il "Prete Masca" o Frate Stregone... o comunque quella di un ecclesiastico che allo stesso tempo, più o meno segretamente, pratica la magia. Ci sono anche alcuni casi di suore o monache dello stesso tipo, meno frequenti e a cui in futuro dedicherò un post a parte per non complicare troppo le cose. Dopo anni di ricerca su questo tipo di argomenti voglio comunque fare una precisazione prima di iniziare: come per le masche o per la stregoneria, si parla di storie che hanno un grande valore antropologico anche se molte volte vengono relegate nel folklore e snobbate, ma allo stesso tempo bisogna trattarli considerando il contesto e considerando tutte le possibili implicazioni. C'erano probabilmente dei veri e proprio mistici, c'erano guaritori di campagna o persone sante legate agli antichi culti rurali che in qualche modo sopravvivevano nelle campagne, che per semplicità, ignoranza o per onestà non avevano problemi a trattare sia all'interno della chiesa che in ambito "popolare". Però c'erano anche moltissimi furbi, gente che come viene fuori da certe storie non aveva problemi ad approfittarsi della "creduloneria" popolare per i propri interessi. C'erano poi quelli che veramente facevano "il male": siamo abituati a pensare che questi personaggi che si muovevano tra le classi più basse e oppresse fossero sempre i buoni, un po' perché, politicamente, per anni sono stati presi ad esempio della lotta contro il potere della chiesa, un po' per le influenze new age che sia nel bene che nel male fanno parte della nostra cultura contemporanea. E poi c'è sempre il contesto, più o meno rurale ma generalmente di grande miseria.


LA COMPLICATA SITUAZIONE PIEMONTESE: come già visto nel post precedente dedicato (leggi: La difficile cristianizzazione del piemonte) l'avvento del cristianesimo non fu un processo semplice, veloce e nemmeno netto. In Piemonte, in particolare, avvenne in diversi momenti e se nelle città sorte in epoca romana sorsero mano a mano importanti chiese durante il medioevo e la nuova religione si sovrappose in modo più o meno totale, nelle campagne il processo fu molto più complesso (valli alpine, Monferrato, Lange, ecc...) con momenti di grande contrasto e l'arrivo di missionari da ogni parte d'Europa che portarono al sorgere di santuari, ma anche con momenti di maggiore confusione e sincretismo in cui però i culti pagani celtici, romani, barbarici e cristiani convivevano più o meno apertamente. E' per questo che è ancora oggi difficile decifrare personaggi e santi alto-medievali della zona come San Baudolino (LINK) la cui figura si perde più nel folklore che nella storia mancante di zone che fino all'anno 1000 e oltre erano completamente selvagge e che anche se sono ricordati come santi, erano strettamente legati alla natura e ai caratteri soprannaturali della religiosità popolare. Ed è anche difficile comprendere anche per noi contemporanei l'arte presente nelle chiese di campagna come quella di San Secondo a Cortazzone (LINK) o il motivo per cui il "cristianizzato" culto di pietre e sorgenti (per dirne due) sia sopravvissuto fino al secolo scorso. 

I PERSONAGGI: Se a livello locale all'inizio dell'era cristiana ricordiamo grandi martiri divenuti santi per la loro resistenza al paganesimo, durante l'alto medioevo appunto incontriamo ancora santi, molte volte con origini e vite che si perdono nella leggenda che come si è visto avevano una posizione non sempre chiarissima o altri santi e madonne che sembrano comparire appositamente per sostituire divinità e spiriti pagani locali legati a località o elementi naturali. Questo in realtà continuerà a lungo nelle campagne con le "Madonne della Neve" e le edicole varie. E' passato troppo tempo e la situazione nelle campagne era molte volte troppo primitiva per consegnarci le storie di personaggi più popolari come quelli di cui parleremo adesso, ma penso che questo lungo cappello introduttivo fosse d'obbligo per chi non ha ben chiaro quale fosse il contesto religioso popolare locale nel corso dei secoli.

IL PARROCO DI OGGEBBIO: Una delle storie più antiche ci giunge dal 1472 dal novarese ed è veramente emblematica della mentalità religiosa dei nostri avi di quel periodo finendo per smascherare la natura stregonesca del curato. Era un anno di terribile siccità e per propiziare la pioggia gli abitanti del villaggio sul Lago Maggiore decisero di organizzare una processione da Oggebbio alla cappella sul Monte Zeda. Per rendere più potente il "pellegrinaggio" tutti i paesani avrebbero dovuto partecipare camminando scalzi e a digiuno. Il parroco, che sembra non fosse molto ben visto dalla popolazione perché non abbastanza forte, arrivati alla cappella celebrò la messa, ma usò si dice, parole di stregoneria. Fatto sta che tornati al paese la pioggia arrivò davvero, ma con un temporale così forte che prese a grandinare rovinando quello che era rimasto del raccolto. Bisognava trovare il colpevole che ovviamente era il curato. Fu così che la popolazione si mise d'accordo per sacrificare la vittima: venne organizzato un gioco alla festa del paese: bisognava prendere con la bocca delle monete d'oro sul fondo di una botte piena d'acqua avendo le mani legate dietro la schiena. Quando fu il turno del prete venne spinto dentro e poi buttato con tutta la botte nel lago. Fatto sta che la vittima riuscì a liberarsi e ad attaccarsi ad una barca con le mani, ma il proprietario di quest'ultima colpì il prete con un remo mozzandogli le dita e facendolo annegare. La leggenda narra però che il Prete-stregone riuscì comunque a vendicarsi e tutti i discendenti del pescatore nacquero senza le falangi delle dita.

Una vista di Oggebbio oggi.

I PRETI "SCIAMANI" DELLA VALLE D'AOSTA: anche le storie che ci vengono dalla Valle su questo argomento sono particolarmente interessanti perché narrano storie straordinarie ma nello stesso tempo ordinarie per i valligiani dell'epoca di Preti maghi che però ricordano da vicino i poteri dei santi sciamani che ancora oggi si trovano nelle valli himalaiane e nelle zone rurali di alcuni paesi asiatici. La prima storia di cui non sono riuscito a trovare molti particolari è quella del prete fantasma di Pracharbon nelle vicinanze di Brusson, il quale riusciva a celebrare messa ai suoi paesani anche quando non era più dotato di un corpo! La storia seguente parla del prete di  Ayas il quale aveva un libro segreto, analogo al famoso libro del comando che molte masche possedevano ma che lui usava solo per opere sovrannaturali benefiche. Bisogna sottolineare come questo sia uno dei pochissimi casi in cui, come successe ad esempio con l'arrivo del buddismo nelle valli tibetane nei confronti dei demoni locali, il cristiano non distrugge le credenze demoniache precedenti ma le piega e converte alla sua volontà. La leggenda poi ci dice che una volta dimenticò per distrazione il libro incustodito in chiesa che venne trovato e aperto da alcuni ragazzi uno dei quali fece in tempo a leggere una delle formule per evocare alcuni spiriti che prontamente si materializzarono facendo un gran baccano. Fortunatamente il prete arrivò e riuscì a mettere a posto la situazione grazie alla sua conoscenza della magia e ad uno stratagemma particolare. Butto a terra dei semi di segale e dei semi frumento e chiese ai diavoli di dividerli secondo il tipo. Mentre gli spiritacci erano impegnati a fare questo lavoro il nostro "mago" trovò le parole giuste per convincerli ad andare a spaccare le montagne armati solo di uno spillo. I più agitati vennero mandati a Sarèza ed è per quello che ancora oggi ogni tando si sente un masso rotolare giù di li. Il terzo racconto è quello del prete mago di Pontey, il quale era noto per le sue capacità di "fare la fisica" qualità ben accettata dai suoi parrocchiani che però nel periodo di fienagione disertavano numerosi la messa. Fu così che decise di trasformarsi in un grosso e feroce lupo e corse tra i campi terrorizzando i contadini che facevano il fieno. Uno di essi però facendosi forza riuscì a colpirlo con forza mozzandogli quasi una zampa e mettendolo in fuga. Il prete comunque era molto ben visto anche dalle autorità e dopo alcuni giorni venne trasferito ad Aosta dove mentre diceva messa, nello sbigottimento generale, perse una mano. Di questa storia ne esiste una versione quasi identica ambientata però ad Oyace. Ci sarebbero tantissime cose da dire su questa storia, ad esempio che sia la capacità di "fare la fisica" che quella di trasformarsi in animali a piacimento erano caratteristiche tipiche delle masche. Un'altra e più notevole è quella che come ci dice Roberto Gremmo nel suo meraviglioso libro Streghe e Magia: "nell'immaginario valdostano la trasgressione magica non viene vista come colpa (e aggiungo io, nemmeno come una cosa negativa), ma come parte integrante, quasi necessaria ed indispensabile, dell'esperienza religiosa".


IL PRETE STREGONE DI MUZZANO: era circa il 1621 quando l'inquisitore Don Velotti, durante le indagini che avevano come oggetto alcune masche di Graglia si imbatté in qualcosa di ancora di più incredibile: un sacerdote che non solo le voci popolari davano come collaboratore delle donne indagate ma che praticava normalmente fatture e diavolerie varie. Si trattava di Don Simone Rondoletto (o del Chioso) cappellano della confraternita del S.Rosario e S.Croce a Muzzano di anni 48. Don Giuseppe Ferraris che si occupò della sua storia in "Magia e superstizione nel biellese del seicento" (1937) lo descrive come un sempliciotto di campagna che praticava la magia popolare non per malvagità ma per via delle sue origini campagnole umili e per ignoranza del canone ecclesiastico. Questa osservazione secondo me da una immagine abbastanza chiara di cosa dovesse essere ancora la religiosità popolare rurale nel 1600! Tuttavia il Gremmo nota come questa descrizione sia troppo semplicistica e probabilmente in effetti bisogna tenere presente che venga da un altro prete che forse voleva minimizzare questo tipo di fenomeni non così inusuali nella chiesa di quei tempi. Comunque interrogato Don Rondoletto da l'idea di essere più vittima di accuse (anonime) dovute al suo essere diverso e legato a un mondo ormai passato. La testimonianza è davvero interessante: egli dice di avere imparato le sue pratiche e le sue formule da un misterioso "padre heremita" che aveva incontrato sul ponte della Dora durante un viaggio a Torino. La descrizione è molto dettagliata: l'eremita, identificato anche come druido nel folklore era un uomo di circa 50 anni, con una lunga barba bianca, i capelli castani che si stavano imbiancati, scalzo, vestito con una tunica di panno grigio con il cappuccio cinto con una corda.
La storia è molto complicata, con testimonianze dirette del prete, accuse del popolino anche anonime, una cosa molto interessante è che tra le sue capacità sovrannaturali c'erano le classiche delle masche, ma sempre dirette al bene, a guarire le malattie, fare medicamenti, fermare le tempeste, ma soprattutto la capacità di portare la pace tra i contendenti di un duello, di disarmare gli aggressori. Considerando la nomea di druido attribuita all'eremita la storia ha ancora più senso visto che ai druidi era attribuita da Cesare proprio la capacità di portare sempre la pace nei duelli e nei campi di battaglia. E' uno di quei casi in cui la testimonianza non manca di dettagli anzi sappiamo anche come il prete fosse in grado con la magia di fermare la febbre nei malati, che anch'egli avesse un libro del comando (in particolare la formula per fermare le tempeste era: "in principio erat verbum" scritto in cerchio), sappiamo anche le ricette di alcuni unguenti medicamentosi fatti di erbe e bava di lumaca, ad un certo punto come sempre iniziano le testimonianze classiche e banali, ma resta il fatto che la quasi totalità delle accuse riguardi sortilegi a fin di bene. Sembra anche che dietro al prete in realtà ci fosse un sarto di Graglia, molto meno onesto di nome Enrico Borrione che era il vero proprietario del libro del comando e che praticava sortilegi e rituali che oggi definiremmo di "magia nera". La storia si complica ulteriormente, si ricollega con altri processi a Masche del luogo ma se volete saperne di più vi consiglio di guardare la bibliografia a fondo pagina. Nelle cronache si vede che pochi anni dopo Don Rondoletto non era più in carica, ma non esistono testimonianze di come sia finito il processo. Probabilmente fu allontanato per non andare a scavare ulteriormente in quello che succedeva nel clero di posti ancora così lontani e vicini alla tradizione popolare. 

IL PRETE MASCA DI BUSANO: questa volta ci troviamo nel canavese del 1603 dove il prete Giuseppe di Busano era conosciuto anche come mascone perché, si diceva, praticava la stregoneria, la fisica e le arti negromantiche. In una lettera, il curato, scrisse al signorotto locale, tale conte Ludovici di Rivara, discolpandosi e lamentandosi di essere calunniato dai popolani e che non era stata sua la colpa della grandine che quell'anno aveva distrutto i raccolti, ma "dell'iniquità degli uomini" per cui erano stati castigati dal Cielo. 


IL PRETE MASCA DI MONDOVI' E LA SUA DRUIDA: di questo abbiamo già sbrigativamente parlato per quanto riguarda la "Druida" nel post sulle druidesse (LINK). Si tratta di una strana vicenda avvenuta nella prima metà del 1600 che aveva come protagonisti principali tre personaggi: il governatore di Mondovì Carlo Operti, la famosa Druida che viveva con lui e che lo serviva eliminando chiunque gli si mettesse contro usando le arti diaboliche più terrificanti e il prete masca Giovanni Gandolfo che viveva nel monastero di Vicoforte e con la Druida aveva uno strano rapporto. Anche in questo caso per quanto riguarda la donna detta la "Druida" si parla di veleni ottenuti dal sangue di giovani chiusi in sacchi pieni di vipere, bambole di cera per malefici, neonati e gatti neri squartati, tutte le classiche imputazioni usate per condannare le streghe e che se volete conoscere nei particolari troverete nel bellissimo libro del Gremmo (Streghe e magia). Quello che è veramente interessante di questa storia è che il termine druida venisse popolarmente usato nel Piemonte di inizio '600 e che quindi, probabilmente trasformata in qualcosa di simile ad una strega, la figura dei druidi e delle druidesse (interessante anche il fatto che in molti casi si tratti di figure femminili) fosse ancora vivo nell'immaginario popolare di quell'epoca anche da queste parti, prima del revival in terra britannica. Comunque, per tornare in tema, l'altra figura interessante di questa storia è il prete Giovanni Gandolfo. Sappiamo che non si faceva troppi problemi a praticare i suoi studi di astronomia e astrologia, la divinazione e, si dice, la stregoneria. In molti infatti lo consideravano un mascone ed è interessante vedere come figure di questo genere fossero abbastanza "normali" anche all'interno del clero. Il prete era così a suo agio che addirittura nel 1648 pubblicò un almanacco astrologico con le sue predizioni in cui incautamente vedeva unfuturo infausto Carlo Emanuele II e per la Madama Reale. Il '600 non era di certo il periodo giusto per una cosa del genere anche se il Piemonte era una zona particolarmente tollerante rispetto ad altre zone d'Italia e d'Europa, infatti tali predizioni vennero interpretate come una possibile congiura e poi, in seguito alla scoperta della sua amicizia con la Druida, anche come un attacco occulto dalla Duchessa e alla famiglia reale. Il prete tentò la fuga, ma venne preso e rinchiuso a Torino dove venne probabilmente strangolato prima di essere giustiziato in seguito ad un processo che resta avvolto nel mistero. 


Bibliografia essenziale:

"Streghe e Magia" di Roberto Gremmo (edizioni ELF Biella)

"Sui sentieri della leggenda" di Massimo Centini (l'arciere)

Articolo di Roberto Gremmo in cui si parla anche del Prete di Muzzano: https://www.newsbiella.it/2017/08/06/leggi-notizia/argomenti/biellese-magico-e-misterioso/articolo/il-biellese-magico-e-misterioso-le-feste-paganeggianti-di-campra-le-streghe-di-muzzano-e-il-ro.html

martedì 1 marzo 2022

La difficile cristianizzazione del PIemonte.


IL PIEMONTE E LA DIFFICILE CRISTIANIZZAZIONE: abbiamo visto in diversi post come il Piemonte sia stato praticamente fino al '700 un'area di passaggio con caratteri particolari e dal grande valore militare ma alla fine sempre un po' marginale rispetto al resto della penisola italica o alla Francia. Le città romane nacquero qui con grande ritardo rispetto al resto del paese e quando i alcuni centri divennero importanti città, le campagne restarono in molti casi luoghi molto selvaggi, per lo più ricoperti da montagne, boschi e paludi. Quando i primi santi arrivarono per evangelizzare la popolazioni non trovarono un computo facile (leggi: Sant'Eusebio e la cristianizzazione del Piemonte) e quando i primi "barbari" giunsero in zona all'inizio del medioevo, in un epoca di grande confusione, si trovarono nelle campagne a che fare con una situazione rurale difficile in alcuni casi ferma al periodo precedente alla conquista romana. Fu così che con l'arrivo di San Colombano a Bobbio partì un periodo di evangelizzazione Irlandese nelle zone che vanno dal Monferrato alla Valle d'Aosta, non privo di scontri e momenti bizzarri (leggi: Meroveo e la persistenza del paganesimo...) e caratterizzato da una grande repressione dei culti e persistenze pagane da parte della chiesa. Tuttavia le campagne continuavano ad essere troppo isolate e selvagge e l'adorazione di pietre e sorgenti, rituali rurali vari, impossibili da eliminare vennero mano a mano accettate e cristianizzate. Questo da il via ad un periodo di quasi accettazione, molto diverso da quella che è la nostra normale idea di medioevo, in cui nelle città la nuova religione è ormai ufficiale anche se non libera di influenze precedenti, nelle campagne si assiste ad una coesistenza più o meno pacifica tra culti ufficiali e popolari oggi molto difficile da comprendere. Di alcuni santi popolari, in particolare alpini e piemontesi, conosciamo in realtà solo la parte folklorica, non ci è giunto niente di scritto ed è sempre difficile capire quanto fossero beati e quanto fossero santoni o guaritori di campagna (leggi: San Baudolino...) Verso l'anno mille l'Europa sembra rinascere, anzi l'Europa che conosciamo oggi forse nasce proprio in grazie ai secoli precedenti e nel romanico l'influenza "barbarica" evidente si affina sempre più con il riemergere delle culture pre-romane e anche preistoriche del vecchio continente. Se dal punto di vista artistico il picco è raggiunto dalle cattedrali nei centri urbani, nelle piccole chiese di campagna "sacro e profano" si fondono in modo ancora più diretto in modo, delle volte, difficile da accettare e comprendere anche per noi contemporanei (leggi: San Secondo a Cortazzone).

Al riguardo Virgilio Gilardoni scrive:

"L'antica Europa romana, sconvolta dalle ondate delle migrazioni e delle incursioni barbariche si rinnova, nel Medioevo, per i profondi moti di assestamento demografico che lacerano lo strato sottile della sua civiltà latina. Tornano a pullulare ovunque le antiche e mal represse culture preistoriche e protostoriche, italiche, celtiche, germaniche, iberiche, liberare e fecondate dal nuovo lievito barbarico di Franchi, Alamanni, Sassoni, Visigoti, Svevi, Alani, Vandali, Eruli, Burgundi, Ostrogoti, Longobardi."
"...la vita spirituale delle popolazioni assume aspetti di patologia collettiva; le superstizioni si accavallano, si sviluppano e si fondono in un caos in cui a stento si discernono le componenti giudaiche, celtiche, germaniche, romane e cristiano popolari. I rapporti dell'uomo con la natura divetano morbosi: ogni cosa sembra nascondere l'insidia di forze malefiche e di demoni; ogni avvenimento è segno di eventi ultraterreni, di minacce, di pericoli, di punizioni che si tentano di domare con forme popolari di scongiuro e di esorcismo. Talvolta vere manifestazioni di pazzia collettiva esplodono fra le masse; basta la figura d'un falso profeta o d'un pazzo a scatenare rivolte persino oscene, in cui si liberano antichi bisogni erotici conculcati e altrettanto antiche aspirazioni di ribellione delle plebi, trascinando, nel turbine della follia, preti, vescovi, chierici e popolo. Prodigi e miracoli sono nell'ordine delle cose, fatti normali, ormai di tutte le cronache..."

Da "Il Romanico" Biblioteca Moderna Mondadori 1963

sabato 6 marzo 2021

Toponimi celtici nel territorio Alessandrino.

 INTRODUZIONE: Con questa lista cerchiamo di fare un po' di luce sulle origini tanto bistrattate degli alessandrini, in particolare ai nostri avi più antichi quelli che stavano qui prima dei Romani e dei Longobardi e di cui nessuno si ricorda ma a cui dobbiamo alla fine molto.

Nota: abbiamo deciso di non specificare ogni volta l'origine dei nomi come LIGURE o CELTICA, ormai è appurato che i Liguri dell'età del ferro appartenevano alla cultura proto-celtica e celtica continentale, parlavano lingue celtiche, adoravano le stesse divinità principali e avevano simili usanze.

FIUMI - idronimi celtici

Di questo argomento abbiamo già parlato in passato per esempio per quanto riguarda gli idronimi in Piemonte in questo (VEDI POST), che riportiamo qui brevemente. Iniziando dai due fiumi principali della zona, tra i quali è sorta Alessandria e prima di lei Forum Fulvii e prima ancora il centro celto ligure nello stesso punto che, dalle testimonianze archeologiche era abitato fin dal paleolitico.

* Il TANARO è uno dei fiumi più importanti d'Italia e il suo nome, già noto in antichità deriverebbe da TARANUS, variante locale di TARANIS dio celtico delle tempeste e dei fulmini affine allo Zeus/Giove classico, al Thor germanico e a Indra del panteon induista che con le sue piogge lo riempiva di acque donando sia la vita che le inondazioni disastrose. Altra possibile origine del nome sarebbe dall'unione dei due termini celtici  TAN, falesia e AR fiume, ma questa spiegazione risulta meno probabile.

* Il BELBO torrente che scorre nella valle omonima il cui nome è probabilmente legato alla radice *BEL- scintillante, luminoso, probabilmente riferibile alle sue acque e legato a molte divinità celtiche e liguri come Belenus (identificabile con l'Apollo romano), con numerosi riscontri anche in epoca romana in territorio padano, e Belisama. Anche questa valle era popolata, in epoca preromana, dalla tribù degli Statielli il cui Oppida capoluogo era Carystum (Vedi sotto) identificato oggi con Acqui Terme.

* Il BORMIDA o LA Bormida, conosciuto anche con il nome dialettale di Burmia o Bormia deriva dal termine celtico BOR che indica l'acqua che gorgoglia ed è strettamente al dio delle fonti BORMŌ conosciuto cn varianti locali come Borvo, Bormānus, Borbanus, ecc... "il gorgogliante"). Egli era legato alla salute delle acque sorgive e alle fonti termali. Se avete dei dubbi al riguardo pensate alla località termale di Bormio, a Bourbon Les Bains (fonti termali) in alta Marna e varie altre località in francia, ma soprattutto ad altri fiumi nella nostra zona. La valle era popolata, in epoca preromana, dalla tribù degli Statielli il cui Oppida capoluogo era Carystum (Vedi sotto) identificato oggi con Acqui Terme.

* Il BORBERA, che da il nome alla omonima valle in provincia di Alessandria (vedi Bormida) affluente dello Scrivia.

* Il BORBORE, affluente del Tanaro che scorre nelle province di Cuneo e di Asti ma che lo segnaliamo comunque per la vicinanza e l'affinità con i fiumi di qui sopra.

PAESI, BORGHI, LOCALITA'

* AQUAE STATIELLAE (ACQUI TERME)  deve il suo nome alle terme che i romani costruirono utilizzando le acque termali che tutti conosciamo. Il nome originario invece deriva dal nome delle popolazioni Gallo-liguri che qui avevano la loro capitale prima della conquista da parte romana (Vedi il post sul genocidio degli statielli: LINK) chiamata Carystum o Caryscum (vedi Carystum). Gli stessi Statielli, il cui nome gli era forse stato attribuito dai Romani e che voleva dire "gli abitanti originari" gli "stanziali" appunto. Il loro centri generalmente avevano nomi che iniziavano per Car* (forse per via del simbolo sacro delle corna come per i Carni e i Carnuti e del dio Cernunnos) ed è per questo che alcuni pensano che si trattassero dello stesso popolo o di una sotto tribù dei "Carmenati" che occupava grosso modo il territorio che oggi occupa la provincia di Alessandria e di cui si sa poco o nulla. Vedi il POST: "Popolazioni del Piemonte preromano". 

* BERGOGLIO antico abitato che si trovava sulla sponda sinistra del Tanaro, demolito ad inizio '700 per fare spazio alla Cittadella di Alessandria. Dell'antico borgo si sa molto poco, ma ci rimangono alcune mappe d'epoca in cui si può notare l'impianto ortogonale che fa pensare si sia sviluppato in epoca medievale su di un accampamento militare romano. Il nome porta la radice indoeuropea Berg, che nelle lingue celtiche significa proprio borgo/villaggio e in quelle germaniche monte/altura. La stessa origine la troviamo anche in Bergamo e in zona in Bergamasco, sempre però con origine incerta. Il nome potrebbe anche rimandare alla divinità Bolgolio, noto solo per una stele gallo-romana scoperta in provincia di Brescia, di cui però non si sa nulla.

Vista di Alessandria in epoca medievale: il ponte di legno sul Tanaro, a sinistra le mura della città, a destra le mura di Bergoglio.

* BOSCO MARENGO nome latino antico: Lucus Maricorum, ossia Bosco (Lucus) dei Marici (Maricorum), come per Pietra Marazzi (vedi) l'altra popolazione gallica che popolava la provincia di Alessandria (e di Pavia). Il nome si è deformato passando tramite latinizzazione, parlata longobarda e volgare trasformandosi in Marengo e in Marazzi. Probabilmente si tratta dello stesso popolo celtico degli Anamari Vedi il POST: "Popolazioni del Piemonte preromano".

* CAMUGNO paese nelle vicinanze di Cartosio (vedi) che si lega a diversi toponimi delle Alpi occidentali legati alla popolazione dei Cammuntii (attestata epigraficamente - Rubat Borei 2019, p.89) come Chiomonte (conosciuta come Camundis nel 739) e vicino a quello dei Camunni della Val Camonica. Il toponimo rimanda alla base indoeuropea Kam- cervide a corna corte, giovane cervide o cerva: il celtico  Cam-ox, "camoscio", lo spagnolo Gamo "daino" l'aggettivo italiano "camuso" (Filippo Maria Gambari)

* CARENTINO paese nei dintorni di Alessandria che si ipotizza anch'esso possa essere stato un villaggio preromano degli Statielli. Vedi * AQUAE STATIELLAE

* CAREZZANO probabilmente si tratta dell'Oppida dei Dectunini di Cerdicia, uno dei 15 oppida, tra Oltrepò e Tortonese, costretti alla resa da Minucio Rufo nel 197 a.C.. Il nome dialettale del paese è Carzou ed è probabile che derivi da Cardicianum appunto, come Monza deriva da Modicia (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020). Anche in questo caso notiamo la radice CAR di molti altri centri di origine celto-ligure della zona.

* CARROSIO altro probabile oppida dagli Statielli nella Val Lemme, con radice in CAR - Vedi * AQUAE STATIELLAE.

* CARTOSIO Centro fondato dagli Statielli non lontano da Acqui. Per anni si è pensato che si trattasse della Carystum originaria , ma la descrizione dell'assedio e della battaglia hanno fatto pensare invece che l'Oppida si trovasse nella zona in cui sorge Acqui. (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020) Vedi * AQUAE STATIELLAE

* CARYSTUM - CARUSCUM - Il famoso oppida degli Statielli identificato con l'odierna Acqui Terme (Vedi * AQUAE STATIELLAE) e talvolta con Cartosio (vedi). Anche se distrutto nel II secolo a.C. è importante segnalarlo qui nella lista anche perchè in teoria il centro abitato è arrivato fino a noi come Acqui. Il termine più frequente è Carystum con la Y derivante da una fonte greca andata perduta e probabilemente derivante da un CARUSCUM originario incerto con un'aggettivazione in -uscum di origine greco-latina. Il toponimo originario è sicuramente a base celtica CAR-CARU (Delamarre 2003 - Lambert 1997, pp. 126-127) "Cervo" rintracciabile anche in Carrù (CN) e forse in Chieri (To) che però deriva del preromano "Carreum" e potrebbe anche quindi essere legato al celtico "carro" che significa appunto carro. Per anni è stato identificato con Cartosio per via nel nome, ma l'analisi della fonte Liviana originaria ci parla di Caruscum sia come il capoluogo degli Statielli, sia come di un oppida fortificato in posizione appena elevata davanti ad una pianura in cui è possibile articolare una battaglia che coinvolge fino a 30.000 contendenti. In oltre il luogo era facilmente raggiungibile dalle armate romane senza doversi addentrare in piccole valli e diventare oggetto di imboscate da parte dei guerrieri galli. Questo fa pensare che il centro si trovasse dove oggi sorge Acqui appunto. Caruscum era si un oppida fortificato, ma più di un semplice castellaro. In esso, dice Tito Livio probabilmente esagerando, che aveva delle grandi mura con due porte e che poteva contenere più di 20.000 guerrieri in assetto difensivo. Calcolando che oggi la città di Acqui Terme con tutta la sua espansione arriva a quasi 20.000 abitanti, la descrizione ci da l'idea dell'importanza che questo Oppida doveva avere in quell'epoca.

* CAVATORE è oggi un piccolo paese di circa 300 abitanti (arrivava a più di 1000 all'inizio del '900) e che si trova poco più in su rispetto ad Acqui in direzione Savona. Il toponimo è notevole perchè conserva nel nome stesso la memoria del popolo dei Cavaturini (Petracco Sicardi - Caprini 1981 p. 43) uno dei popoli nemici di Roma a i quali però sconfitti era concesso l'Ager Compascuus e quindi ricordati nella Tavola di Polcevera nel 117 a.C. insieme ai Dectunini di Tortona e ad altri gruppi dell'entrterra ligure che probabilmente praticavano la transumanza da una parte all'altra dell'Appennino.

La Tavola di Polcevera del 117 a.C. in cui sono ricordate alcune tribù liguri tra cui i Cavaturini e i Dectunini (Dertonini) LINK: https://leradicideglialberi.blogspot.com/2021/11/la-tavola-di-polcevera-testimonianze.html

* CELLI (frazione di Montale Celli) oppida dei Dectunini costretto alla resa da Minucio Rufo nel 197 a.C. (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020)

* IL CRISTO quartiere di Alessandria. Anche se in molti pensano che il nome di questo quartiere derivi da una pittura murale ottocentesca su di una casa del quartiere si ha notizia della località come paese ancora distaccato dal capoluogo già diversi secoli prima della costruzione dell'edificio. Nel suo documentario " Caristo, la città rubata" Claudio Braggio ipotizza che i sopravvissuti della Carystum originaria (Acqui Terme) si siano trasferiti qui per sfuggire alla conquista romana. E' però ipotizzabile che fosse già un centro ligure in precedenza. Vedi * AQUAE STATIELLAE

* LU è molto difficile, senza testimonianze scritte attribuire un origine certa allo strano nome di questo paese monferrino. L'interpretazione più classica è quella simile ad altri paesi con nomi che iniziano per Lugo-Luco e che derivi da Lucus, termine latino con cui i Romani chiamavano genericamente i boschi sacri alle divinità, che spesso racchiudevano un tempietto-sacrario dedicato agli dèi. Tuttavia nei primi documenti storici, per fare riferimento alla collina su cui sorgeva l'attuale Lu si fa riferimento a nomi come Lugo, Castrum Lugi, Luh, Luco, senza essere associato ad un contesto locale (Lucus Maricorum per Bosco Marengo ad esempio) e che il luogo sorge in cima ad un colle e non in un luogo piano e u tempo boscoso un'altra possibile origine potrebbe essere quella che il toponimo derivi dalla divinità gallica Lúg. E' anche molto difficile che i romani avessero attribuito la sacralità ad un luogo senza che esso fosse già sacro alle tribù locali e in effetti Lugh si legge proprio Lu. Al Dio venivano consacrati generalmente i colli come testimonia ad esempio la collina del Fourvière a Lugdunum, l'odierna Lione il cui nome significava appunto "collina di Lug" ed è comune a diversi centri diffusi in Spagna, Francia e Italia settentrionale (vedi ad esempio Lugo in Romagna e in Spagna).

* MARENGO villaggio alle porte di Alessandria sviluppatosi nell'odierna frazione Spinetta Marengo, famosa per la Battaglia napoleonica. Come per Bosco Marengo il nome deriva dalla popolazione gallica che abitava queste terre, i Marici Vedi il POST: "Popolazioni del Piemonte preromano".

* MONTABONE luogo in cui è stata fatta forse la più grande scoperta della zona per quanto riguarda il periodo gallico pre-romano: La necropoli degli Statielli (vedi il post: http://leradicideglialberi.blogspot.com/2019/06/le-ceneri-degli-statielli-la-necropoli.html) in cui un gruppo di liguri continuò a vivere secondo i costumi gallici locali fino al I secolo a.C. dopo la distruzione di Carystum a poco distanza ed in maniera quasi indipendente dalla crescente romanizzazione. Il nome è generalmente attribuito al germanico medievale "Abbo" (uomo, maschio, capofamiglia) e famoso per l'Abone che fonda l'Abbazia della Novalesa. E' curioso però che il nome carolingio risultasse già deformato in Montebono nel 1100. La base celtica Abona - Abu è invece ben presente in area ligure e celtica con il significato di "Fiume" e avrebbe senso con i meandri della Bormida (idronimo anch'esso celtico) su cui sorge Montabone o con il torrente Bogliona a pochi metri dalla necropoli. C'è anche l'antroponimo celtico Abonio, latinizzato in Abonius, che può riferirsi ad un personaggio locale come ad esempio Abonion nelle Asturie a picco sull'affluente Nalòn e quindi Mons-Abonius.

* PIETRA MARAZZI nome latino antico: Petra Mariciorum, ossia Rocca dei Marici, come per Bosco Marengo, l'altra popolazione gallica che popolava la provincia di Alessandria. Di questo popolo si conservava il nome anche ad Alessandria fino al secolo scorso in una delle Porte delle mura della città (i bastioni) oggi demolita: La porta Maricia ancora visibile in alcune stampe. I Marici, ci dice Plinio, furono i fondatori di Pavia e popolavano oltre alla nostra provincia, quella pavese e in parte quella di Piacenza. A piacenza esiste ancora la Via della Porta Maricia. Probabilmente si tratta dello stesso popolo celtico degli Anamari Vedi il POST: "Popolazioni del Piemonte preromano". Anche il nome Marazzi deriverrebbe proprio direttamente dai Marici.

Vista di Alessandria in cui tra le varie cose è indicata la Porta Marica con il n.17 ultima a destra.


* ROCCAVERANO (Asti)
di origine incerta, fu centro abitato in epoca preistorica e preromana da gruppi celtici locali che, pare, inventarono la famosa robiola. Il nome deriverebbe da Rocca di Verano, sinonimo locale di Belanu/Belenus divinità del Sole e della Luce assimilato ad Apollo in epoca romana come Apollo Belenus. Il borgo che si trova in cima ad un monte a circa 800 metri di altitudine era l'ultimo luogo da cui si vedeva tramontare il sole nel giorno più corto dell'anno dietro alle Alpi. Nel punto più alto del paese, dove in epoca medievale è stato eretto il castello, si riunivano le genti delle vallate circostanti per il Solstizio d'Inverno, invocando il dio Sole nel suo momento più debole con falò e celebrazioni pregandolo di rinascere nei giorni seguenti. Le celebrazioni del solstizio d'estate invece si tenevano più in basso dove è stata eretta poi la chiesa di San Giovanni (il santo che in epoca cristiana ha sostituito le divinità solari in Europa). Ancora oggi è possibile ammirare sulla facciata della chiesa parrocchiale attribuita al Bramante e orientata verso il sole al tramonto solstiziale un bassorilievo che raffigura Dio con numerosi simbolismi solari e astrali. Sia all'interno che all'esterno, ma anche in altri punti del paese come su una pozzo e su una cappelletta è onnipresente il sole a otto raggi, simbolo della famiglia dei Bruno che conservava l'insegna di Belenus.

Particolare della facciata della Chiesa della Santa Maria Annunziata di Roccaverano

* ROCCHETTA PALAFEA la parte interessante è PALAFEA che potrebbe derivare da un originario *Palavea/*Palevae da un ligure antico del tipo Palaua (Rio) delle lastre come ricostruito da Peracco Sicardi - Caprini nel 1981 per quanto riguarda Paglione nel territorio di Nizza (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020). Da questa località ci è giunta anche un'epigrafe del periodo romano che ci ricorda M. Cominius M.f. Secundus della tribù Camilia (e quindi cittadino di Alba Pompeia) che indicherebbe un secondo cognomen, forse l'onomastico originario di un indigeno che assume poi nel I secolo d.C. il gentilizio e l'onomastico romani. Commelius è infatti interpretato come un composto celto-ligure Com+Meli (G. Rocca 2012).

* SAQUANA di sicura origine preromana, potrebbe avere a che fare con la dea Sequana, protettrice delle acque che da il alla Senna e ad esempio al torrente Soana, affluente dell'Orco che da il nome alla Val Soana e da cui prende il nome il paese Valprato Soana. La zona intorno al paese è nota per la presenza di numerosi corsi d'acqua tra i quali il "Rio della Madonna" che ci fa pensare appunto ad una tipica trasformazione di un culto pagano preesistente in un culto legato ai santi e alla madonna in epoca cristiana. Altra possibilità è l'accostamento del nome a Sapana "primula rossa" (Delamarre 2003) con la consueta labializzazione della labiovelare ligure e protoceltica locale e celtica continentale dopo il V secolo a.C. (Filippo Maria Gambari).

* TORTONA la cittadina conserva ancora oggi nel suo nome quello del popolo che la abitava in periodo pre romano. Era infatti probabilmente il centro principale della tribù dei Dectunini o Dertonini, da cui Derthona e poi Tortona. Questo popolo ligure decise di allearsi con i Genovesi e quindi con Roma e per questo sembra che i centri non siano stati distrutti ma integrati. Tortona è stata probabilmente la prima colonia romana della zona (della tribù romana Pomptina). Altro oppida conosciuto dei dectunini era Libarna (che infatti divenne città romana) mentre Celeia (Montale Celli) e Cerdicia (Carezzano) sembra avessero opposto resistenza e sono tra i 15 oppida che si dovettero arrendere a Minucio Rufo nel 197 a.C. tra Oltrepò e Tortonese. (da - Filippo Maria Gambari - Le ceneri degli Statielli 2020)

*** Toponimi in ASSI, ASCO, ASCA Sono innumerevoli i paesi dai tipici nomi che finiscono in questo modo con particolare frequenza nella Val Curone e nella zona delle "quattro province": Garadassi, Gregassi, Morigliassi, Brentassi, Bognassi (PV) per dirne alcuni veramente particolari e che hanno anche un ricorrente uso delle R. e i simili e più comuni: Gremiasco, Casasco, Godiasco, Casasco, ecc... concentrati nel Piemonte meridionale, nella lombradia meridionale, in Liguria, in Emilia fino a Parma e in Corsica sono di origine celto-"Ligure". Il suffisso che probabilmente in origine suonava come ASS-ASC è poi stato italianizzato con una vocale finale a seconda della parlata locale e significa semplicemente Villaggio, ma si pensa che in particolare indicassi i villaggi che sorgono su un corso d'Acqua (pensate anche a Bogliasco o Borzonasca in Liguria) L'equivalente del suffisso Ago-Aco generalmente concentrato in Lombardia settentrionale. Una curiosità: alcuni decenni orsono fecero alcuni esami sul DNA degli abitanti dell'alta valle Borbera e Curone, in quanto erano tra le popolazioni che fino agli anni 70-80 avevano avuto meno interazioni con il resto d'Italia.  Altri suffissi di probabile origine gallica sono quelli che finiscono in GNI/GNA/GNO (Bregni, Garbagna, Cegni, Garbagna, ecc...) ma non è chiaro il significato. In generale si considerano di origine celtica le parole con i suoni GN e GL (scritto con la doppia L in francese e spagnolo) molto comuni in Italia Nord-occidentale, in Francia e in Spagna settentrionale.

*** Toponimi in MAGO, MAGUS in celtico "Campo" ossia il Foro romano, dove si incontravano i commercianti per i mercati del bestiame (foro boario latino) e i guerrieri (campo di Marte latino). Di difficile interpretazione nei toponimi odierni in quanto generalmente completamente storpiati come nel caso di Excingomagus diventato Exilles (Delamarre 2003) in alta Val Susa o come nel caso di Camulomagus, il Campo di Marte Camulos (divinità celtica della battaglia assimilata a Marte in epoca romana) ai piedi di Broni storpiato in Camillomagus nel territorio degli Anamares/Anamari.  

LISTA IN AGGIORNAMENTO