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mercoledì 16 settembre 2026

Alessandria insolita: leggende, pietre e luoghi curiosi

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Piccola mitologia di Alessandria

Una giornata tra pietre, santi, folletti, draghi e altre storie di una città dimenticata dal turismo

Alessandria, una città da cercare

In un'epoca in cui le grandi città d'arte cercano faticosamente di difendersi dal turismo di massa, ci sono centri che vivono esattamente il problema opposto.

Non è una città di grandi monumenti né una tappa obbligata del turismo italiano e decisamente non si trova in uno dei migliori periodi della sua storia. Proprio per questo conserva una sorprendente quantità di storie, luoghi curiosi, leggende e tracce del passato, nascoste nella città e nei borghi circostanti.

Questa non vuole essere una guida ai monumenti più belli di Alessandria (facilmente recuperabile su altri siti), ma una piccola mitologia urbana: un itinerario fra storia e leggenda, archeologia e folklore, santi, creature fantastiche e luoghi dai poteri misteriosi.

Basterà una giornata per incontrarne alcuni.

Antica rappresentazione della città fortificata di Alessandria

Una città più antica della città

Il territorio alessandrino è abitato almeno dal Neolitico e conserva tracce di una storia molto più antica della città attuale. Prima di Alessandria esistevano villaggi liguri e celtici; in epoca romana sorsero importanti centri e vie di comunicazione, fra cui Forum Fulvii, nell'attuale Villa del Foro, fondata su un preesistente emporio celto-ligure.

Alessandria è invece una città relativamente giovane. Venne fondata nel 1168, durante le lotte fra i comuni della Lega Lombarda e l'Impero, dall'unione di popolazioni provenienti da diversi insediamenti del territorio: Bergoglio (demolito nel 1700 per costruire la Cittadella), Gamondio (oggi Castellazzo), Marengo, Rovereto e altri centri.

Nei secoli successivi divenne una delle città fortificate più importanti dell'area Cisalpina per la sua posizione strategica, passando sotto diverse dominazioni. Nell'Ottocento la ferrovia la trasformò in uno dei principali nodi di comunicazione del Nord Italia, favorendo lo sviluppo di officine, industrie e una vasta rete tranviaria.

Sotto queste città — romana, medievale, fortificata e industriale — ne sopravvivono altre, molto più difficili da vedere.

Sono quelle che andremo a cercare.


1. Santa Maria di Castello — la città prima della città

Nel cuore di Borgo Rovereto si trova la più antica chiesa di Alessandria (Piazza Santa Maria di Castello, 13), sorta su un'area abitata ben prima della fondazione della città. Sotto l'edificio attuale sono ancora visibili i resti di una chiesa preromanica dell'VIII secolo e di una successiva costruzione romanica; la prima sarebbe stata costruita utilizzando le pietre di un misterioso fortilizio che sorgeva un tempo sulle rive del Tanaro.

Anche l'origine del nome Rovereto, il borgo che qui esisteva prima di Alessandria, è avvolta dalla leggenda: si racconta che derivasse da un antico bosco sacro (di querce, appunto) dove i druidi avrebbero continuato a celebrare i loro riti, mentre sull'altra sponda del fiume cresceva il primo insediamento romano di Bergoglio.

Oggi, oltre alle tracce di questa storia antichissima, la chiesa conserva importanti opere d'arte, tra cui dipinti del Moncalvo e una straordinaria Deposizione in terracotta.


2. Gagliaudo e il lupo di San Francesco — due storie in piazza

Nel cuore della città, sulla cattedrale (Piazza Giovanni XXIII), si incontrano due dei personaggi più curiosi della tradizione alessandrina. Gagliaudo Aulari, l'astuto contadino che secondo la leggenda salvò Alessandria durante l'assedio imperiale mostrando al nemico una vacca ben pasciuta, oggi osserva la piazza dall'alto del suo piedistallo. Ma si racconta che di notte scenda dalla sua statua per aggirarsi per la città e combinarne di tutti i colori.


Poco distante, la memoria di San Francesco e del lupo racconta invece di una belva che terrorizzava le campagne intorno ad Alessandria e che il santo sarebbe riuscito ad ammansire.

Due storie molto diverse, ma entrambe legate a una città nella quale, almeno secondo la tradizione, uomini e animali straordinari hanno continuato a vivere fianco a fianco.


3. I draghi di Alessandria — creature di pietra e di memoria

Alle Sale d'Arte sono custoditi, sui capitelli recuperati dal chiostro medievale che sorgeva nella Chiesa del Carmine (Via Guasco, 11), due draghi di pietra che si guardano. Ma non sono gli unici draghi della città: negli anni Novanta, durante gli scavi dell'antico Duomo distrutto in epoca napoleonica, furono ritrovati altri due splendidi draghi scolpiti in un capitello, oggi conservato alle Sale d'Arte (Via Niccolò Machiavelli, 13).

Due capitelli medievali con draghi conservati alle Sale d'Arte di Alessandria

Secondo una suggestiva interpretazione, questi due draghi potrebbero essere all'origine dei due grifoni dello stemma di Alessandria, simbolicamente associati ai due fiumi (Tanaro e Bormida) che circondano e proteggono la città.


4. Le Sale d'Arte — Artù, Lancillotto e una storia medievale dimenticata

Nelle Sale d'Arte di Alessandria (Via Machiavelli, 13) è conservato uno dei tesori più sorprendenti della città: un ciclo di 15 affreschi del tardo Trecento (LINK) con le storie di Artù, Lancillotto e Ginevra.

Affresco medievale del ciclo arturiano di Frugarolo conservato alle Sale d'Arte di Alessandria

Gli affreschi decoravano in origine una grande sala di rappresentanza della torre medievale di Frugarolo, a pochi chilometri da Alessandria. Rimasti nascosti per secoli sotto uno strato di intonaco, furono scoperti nel 1971, staccati dalla torre e, dopo un lungo restauro, finalmente esposti al pubblico nel 1999.

Il ciclo racconta soprattutto le imprese e gli amori di Lancillotto, con scene tratte dalla tradizione del Lancelot du Lac: duelli, castelli incantati, Ginevra, la Dama del Lago e il misterioso principe Galeotto. Le iscrizioni che accompagnano molte scene sono ancora leggibili.

Un luogo da non perdere per chi cerca l'Alessandria più insolita: qui, in una città piemontese, si incontra uno dei rari grandi cicli profani arturiani sopravvissuti dal Medioevo.


5. La Cittadella — l'enorme fortezza e lo stregone

Illustrazione a volo d'uccello della Cittadella di Alessandria

Costruita dai Savoia nel XVIII secolo su progetto di Ignazio Bertola, la Cittadella (Via Pavia, 2) venne edificata proprio nell'area dell'antico borgo di Bergoglio, cancellandone completamente l'abitato. È una delle più importanti fortificazioni europee dell'età moderna: l'unica fortezza di pianura costruita dai Savoia nel Settecento e ancora oggi conservata nel suo contesto ambientale originario.

La sua gigantesca pianta esagonale, con sei bastioni, gallerie, casematte, fossati e terrapieni, occupa circa 20 ettari e conserva ancora leggibile l'impianto settecentesco. Una vera città militare rimasta quasi intatta.

Illustrazione del Mascone tra la vegetazione e le mura della Cittadella di Alessandria

Tra questi bastioni sopravvive anche la memoria del Mascone (Maschilie di Masca, stregone, mago) di Alessandria, una figura del folklore cittadino che, secondo la tradizione, si aggirava fra le antiche mura e i boschetti che un tempo circondavano la città, praticando misteriosi rituali di fisica, cioè di magia. (LINK)


6. La Porta Maricia — sulle tracce dei Marici

Oggi non esiste più, ma nelle antiche mappe di Alessandria compare la Porta Maricia (numero 17 nell'immagine sotto), una delle porte delle mura della città. La sua posizione può essere collocata con buona approssimazione presso l'incrocio fra via Tortona e Spalto Marengo e venne demolita con il resto delle mura della città nel corso del '900.

Panorama dell'antica Alessandria con la Porta Marica indicata con il numero 17

Il nome è particolarmente interessante perché potrebbe conservare la memoria dei Marici, un'antica popolazione gallica ricordata dalle fonti romane e stanziata nell'area fra l'attuale Alessandrino e il Pavese.

Le tracce di questo antico territorio sono ancora visibili nei nomi di alcuni luoghi come Pietra Marazzi, l'antica Petra Mariciorum, mentre Bosco Marengo è collegato al latino Lucus Maricorum, il bosco dei Marici. A Pavia esiste inoltre un'altra Porta Marica.

Così una porta scomparsa diventa una piccola traccia di un popolo vissuto qui più di duemila anni fa.


7. Il folletto di via Vescovado — una creatura nascosta in città

Tra le storie meno conosciute di Alessandria c'è anche quella di una piccola creatura che, secondo la tradizione popolare, avrebbe abitato nei pressi di via Vescovado. Un folletto, o meglio un piccolo coboldo, legato a quelle antiche storie di case, cantine e vicoli in cui il confine fra realtà e superstizione era molto più sottile di oggi.

Illustrazione del folletto di via Vescovado nella città antica di Alessandria

È una storia minuscola, quasi dimenticata, rintracciabile solo su alcune carte disponibili presso l'Archivio di Stato, ma proprio per questo perfetta per questa piccola mitologia: non bisogna cercare un grande monumento, basta sapere dove guardare.


8. Le pietre magiche — Santa Varena e il temporale

Appena fuori dalla città, la mitologia alessandrina continua attraverso alcune pietre alle quali la tradizione ha attribuito poteri particolari.

A Villa del Foro, sulla chiesa di Santa Varena (Via Maestra, 33), è ancora visibile la cosiddetta Pietra di Santa Varena. Secondo la leggenda sarebbe un antico altare pagano (probabilmente un menhir o parte di un dolmen) che la santa avrebbe trasportato sulle proprie spalle e sul quale avrebbe indicato di costruire il nuovo luogo di culto.

La Pietra di Santa Varena e il menhir della Pietra del Temporale presso Alessandria

Dall'altra parte della città, sulle colline di Valle San Bartolomeo (SP79, 87, 15122 Alessandria AL), si trova invece la Pietra del Temporale (LINK), una grande pietra eretta (menhir) alla quale la tradizione popolare attribuiva un rapporto con le masche, le streghe piemontesi, che l'avrebbero utilizzata nei loro rituali per provocare temporali. Sembra che in passato ci fossero più pietre, ma vennero cavate e usate per costruire le case della zona.

Due pietre molto diverse, ma entrambe trasformate dalla memoria popolare in qualcosa di più di semplici pietre.


9. Il Cristo e gli antichi Statielli

C'è un'altra storia che si può leggere direttamente sulla carta della città.

Il grande quartiere meridionale di Alessandria si chiama Cristo, un nome apparentemente moderno ma che, secondo una curiosa interpretazione, potrebbe conservare la deformazione dell'antico Carystum, la città degli Statielli, popolazione ligure-celtica oggi identificata con l'attuale Acqui Terme. Su questa ipotesi è stato realizzato un documentario (LINK) e un'opera teatrale di Claudio Braggio.

È un'ipotesi etimologica che non va presentata come una certezza, ma che aggiunge un'altra suggestione alla nostra ricerca: sotto il nome di un moderno quartiere popolare potrebbe nascondersi, forse, un'eco di un mondo di più di duemila anni fa.


10. La città dei treni e dei tram

L'ultima tappa ci riporta invece a un passato molto più recente.

https://alessandriatram.blogspot.com/

Nell'Ottocento Alessandria divenne uno dei grandi nodi ferroviari d'Italia e la sua posizione fra Torino, Genova, Milano e il porto ligure ne fece un importante centro di collegamento e di sviluppo industriale.

Ma la parte più curiosa è forse quella che oggi è quasi completamente scomparsa: Alessandria possedeva una vasta rete tranviaria urbana ed extraurbana. Le linee collegavano la città con Sale, Casale Monferrato, Marengo, Mandrogne e altri centri della provincia. La rete urbana, l'unica in Piemonte oltre a Torino, elettrificata nel 1912, disponeva di due linee che collegavano il centro al quartiere Cristo e al quartiere Orti.

Fotografia storica di un tram ad Alessandria

Molte informazioni si trovano qui: https://alessandriatram.blogspot.com/

Oggi dei tram rimangono soprattutto fotografie, vecchie mappe e qualche traccia nella toponomastica, ma anche alcune tracce reali: prima di tutto il deposito delle tranvie elettriche (1912), esternamente conservato (oggi Penny Market: Viale Milite Ignoto, 24), e i piloni della linea aerea sul viale della stazione e in via Mazzini.

Anche questa è una parte della città invisibile: una città industriale che per un certo periodo correva su rotaie in mezzo a quella medievale e fortificata.

martedì 28 luglio 2026

Gli antichi tumuli di Cracovia: Krakus e Wanda

 Quando viaggio, ovviamente, amo cercare cose curiose e particolari: I megaliti e i monumenti antichi precristiani, sono sicuramente tra le prime cose che cerco, poi chiese romaniche e gotiche, musei, tram, ferrovie e musei ferroviari (questo c'entra meno con questo blog). Comunque Cracovia è una città bellissima ha tutto questo. Il centro storico è patrimonio mondiale dell'UNESCO, ha ragione, in quanto è davvero meraviglioso, anche se ovviamente molto turistico. I quartieri centrali, sono anche molto belli, Kazimierz ad esempio, il quartiere ebraico, è pieno di locali, ristoranti posti alternativi in cui bere qualcosa e conserva, per ora, l'atmosfera antica della città. Comunque per me è una di quelle città perfette perchè oltre ad essere bellissima, ci sono anche linee tranviarie urbane ed extraurbane con cui muoversi ovunque (il biglietto di 72 ore costa poco) e diversi tumuli attorno al centro urbano di cui due antichi. E' di questo che parliamo. 

KOPIEK KRAKUSA (Krakus' Mound - il tumulo di Krakus)

Il tumulo di Krakus si trova appena fuori dal centro di Cracovia ed è raggiungibile con due o tre fermati di tram e una breve passeggiata sulla collina. La leggenda dice che si tratti della tomba del mitologico Re Krak, che fondò la città di Cracovia dopo aver sconfitto un temibile drago. In realtà non si sa precisamente chi abbia costruito questa collina artificiale e anche quando resta un mistero. Negli anni 70 vennero effettuati degli scavi ma nessun resto umano venne scoperto, solo alcuni oggetti risalenti all'alto medioevo. Le teorie più accreditate lo vedono come collina sacra costruita dagli antichi Slavi o dai Vandali intorno al VII VIII secolo, oppure risalente al periodo in cui i celti arrivarono qui, primo o secondo secolo prima di Cristo. Questa tesi è interessante perchè lo vede collegato al secondo tumulo, quello di Wanda, dall'allineamento solare al sorgere del sole del 1° Maggio, data di Beltana, molto importante nel calendario celtico.

Altezza 16 metri

Diametro 60 metri circa


KOPIEK WANDY (Wanda's Mound - il tumulo di Wanda)

Il tumulo di Wanda si trova a circa mezz'ora di tram da centro di Cracovia. E' raggiungibile anche in bicicletta attraverso le belle piste ciclabili di cui è disseminata Cracovia ma se avete il biglietto dei tmezzi potete farvi un giro con il tram 22 che vi lascerà esattamente all'ingresso del piccolo parco in cui si trova il monumento. Non dovete preoccuparvi perchè da queste parti sia i mezzi pubblici che i parchi (anche in periferia) sono frequentati da gente tranquilla e famiglie con bambini. La leggenda in questo caso dice che si tratti della tomba della figlia del Re Krak, la principessa Wanda. Anche in questo caso le vere origini di questa collina artificiale sono misteriose, le terorie sono le stesse di quello di Krakus, alto medioevo o epoca celtica. Tuttavia potrebbe essere anche più antico. 

Altezza 14 metri

Diametro 50 metri circa

ALLINEAMENTO e ritrovamenti:

I due tumuli si trovano a circa 8 km di distanza e sono allineati in modo che guardando il Kopiec Wandy dalla cima del Krakus all'alba del primo maggio si vede il sole che sorge sopra di esso. Come detto sopra, questa data li collega al periodo celtico. Tuttavia durante gli scavi del 1930 non portarono alla luce tombe o manufatti importanti, dimostrarono che nel centro del tumulo di Krakus si trovava un palo di legno e vicino alla cima venne scoperto un piccolo elemento metallico riferibile alla popolazione degli avari che vissero in quei luoghi tra il sesto e l'ottavo secolo. Quest'ultimo è l'elemento più importante ma non toglie del tutto il mistero perchè vennero anche ritrovati frammenti di ceramica, di ossa risalenti al periodo che va tra il mesolitico e l'alto medioevo, quindi un arco di tempo lunghissimo. Questi elementi potrebbero anche significare che questa collina artificiale sia stata restaurata e mantenuta in piedi durante i secoli.

la sezione del tumulo di Krakus che venne scavato quasi completamente negli anni '30.


I TUMULI "MODERNI"

La tradizione locale legata alle colline artificiali è comunque molto radicata in questa zona e ci sono altri due tumuli più recenti a cui dedichiamo proprio due righe: il tumulo di Kościuszko costruito tra il 1820-e il 1823 alto 34 metri e quello di Piłsudski innalzato tra il 1934 e il 1937, alto circa 35 metri. Esiste anche un quinto tumulo molto più piccolo quello dedicato a Giovanni Paolo II, costruito nel 1997 e alto circa 7 metri. È un monumento commemorativo, nato in occasione della visita del pontefice originario di questa città, in Polonia. Di questi monumenti quello che ci interessa maggiormente è appunto la continuità millenaria sopravvissuta fino alla cristianità e ai nostri giorni che questo tipo di costruzioni ha per il popolo polacco. A differenza di molti monumenti europei (obelischi, statue equestri o colonne), in Polonia il tumulo è rimasto un modello monumentale "vivente".

La cosa più affascinante di questi tumuli è che si può vedere una continuità reale e viva che unisce la storia più profonda dell'Europa: dai Kurgan delle steppe ai Tumuli dell'età del Bronzo europea, quelli dell'età del Ferro e altomedievali (Krakus e Wanda), ai Tumuli nazionali (Kościuszko) fino a quelli commemorativi moderni (Piłsudski).

Il nostro video su youtube:

domenica 5 ottobre 2025

Punti di contatto e differenza tra la Bahgavad Gita e il Buddismo

La Bahgavad Gita è uno dei testi più importanti dell'India, ma non solo. Io lo incontrai alla fine degli anni '90 dopo aver conosciuto gli Hare Krishna e da allora lo considero uno degli scritti basilari per me, ne porto spesso una copia piccolissima, non commentata nello zaino. Ma che cos'è la Bhagavad Gita? Prima di tutto non è un testo autonomo, ma un episodio inserito all’interno del Mahābhārata, uno dei grandi poemi epici dell’India. La sua datazione è ancora discussa tra studiosi e indologi, perché il testo è frutto di stratificazioni e redazioni diverse: probabilmente venne composto tra il V secolo a.C. e il II secolo d.C. e la maggioranza degli studiosi colloca la stesura finale attorno al II secolo a.C. – II secolo d.C. I contenuti filosofici mostrano dialogo con le dottrine dell’Upanishad, del Sāṃkhya, dello Yoga e con le prime correnti del buddhismo, il che indica un’epoca in cui queste scuole erano già sviluppate e in dialogo tra loro. La lingua è il sanscrito classico, più tardo rispetto al sanscrito vedico dei Veda. Quindi possiamo dire che la Bhagavad Gita nasce come testo compiuto nell’età classica dell’India antica, probabilmente tra il II secolo a.C. e il II d.C., anche se i suoi temi e le sue idee hanno radici molto più antiche, nei Veda e nelle Upanishad. Il testo riporta un dialogo tra il principe Arjuna e il dio Krishna che gli impartisce lezioni di saggezza spirituale e morale durante la grande battaglia di Kurukshetra.

Ci sono diversi punti di contatto tra Bhagavad Gita e buddhismo, che mostrano come le due tradizioni abbiano dialogato nello stesso contesto culturale dell’India antica:

1. Distacco e non-attaccamento
Bhagavad Gita: l’azione va compiuta senza attaccamento ai frutti (karma-yoga).
Buddhismo: l’attaccamento è radice della sofferenza; il cammino implica agire senza brama.
In entrambi, il punto non è rinunciare all’azione, ma liberarsi dall’attaccamento.

2. Equanimità
Gita: il saggio è equanime davanti al successo e al fallimento, al piacere e al dolore.
Buddhismo: la pratica coltiva l’upekkhā (equanimità), uno dei quattro stati sublimi.

3. Meditazione e disciplina interiore
Gita: lo yoga (soprattutto rāja-yoga) è via per la concentrazione e l’unione con il divino.
Buddhismo: la meditazione (samādhi, vipassanā) porta alla liberazione dalla sofferenza.
Entrambi vedono la mente disciplinata come condizione della liberazione.

4. Trasformazione dell’ego
Gita: bisogna superare l’ego individuale per comprendere il Sé universale (ātman-Brahman).
Buddhismo: bisogna riconoscere l’illusione del sé (anātman) e liberarsi dall’ego.
* Qui c’è una differenza sostanziale: la Gita afferma un Sé eterno, il buddhismo lo nega.

5. Liberazione
Gita: mokṣa, unione con il Brahman o con Krishna, liberazione dal ciclo delle rinascite.
Buddhismo: nirvāṇa, estinzione della brama e della sofferenza, uscita dal saṃsāra.
Le parole cambiano, ma entrambi cercano una liberazione definitiva dal ciclo delle nascite e morti.

6. Etica dell’azione
Gita: agire secondo il proprio dharma, senza desiderio personale.
Buddhismo: seguire la retta azione, la retta parola e il retto sostentamento (Ottuplice Sentiero).

La Bhagavad Gita e il buddhismo condividono un forte accento sul distacco, sulla disciplina mentale e sulla liberazione dal saṃsāra. La grande differenza è ontologica: la Gita afferma un Sé eterno e divino, mentre il buddhismo afferma l’assenza del sé (anātman).

sabato 11 maggio 2024

L'oppidum ligure di Entremont e i reperti ad Aix en Provence

 

L'ornamento della statua assisa quasi completa ritrovata ad Entremont

IL SITO ARCHEOLOGICO

L'oppidum di Entremont (il nome è stato attribuito nel medioevo) era con molta probabilità il centro principale dei liguri Salluvii (Salii, o Salyes in greco o ancora Salyens in francese) e si trova a circa 3 km dal centro di Aix en Provence. Il sito fu costruito nel 190-180 a.C. e completamente abbandonato nel 90 a.C, circa, qui venne abitato per meno di un secolo. Le stele riutilizzate per la costruzione di alcuni edifici però fanno pensare che il sito fosse già stato occupato fino dall'età del ferro. Questo sito, come quelli vicini di Roquepertuse ad esempio, è notevole per moli motivi: la inusuale quantità di arte scultorea ritrovata, gli altari dedicati al culto celtico delle teste mozzate di cui gli autori classici parlano spesso, la posizione assisa (o yoga diremmo noi) in cui le statue si trovano e per molti altri motivi che vedremo qui sotto.

Il sito archeologico di Entremont.

LE DONNE CELTO-LIGURI

Iniziamo da una caratteristica di questo sito che di solito passa in secondo piano: la forte presenza di statuaria femminile che ci evidenzia alcune caratteristiche importanti delle popolazioni celto-liguri: le donne sicuramente godevano di grande importanza in queste società e vengono rappresentate in posizione seduta con sandali, veste di tessuto a quadri, copricapo e orecchini. Sono state trovate tre teste, due complete e uno solo frammentata. La qualità scultorea è altissima, specialmente se paragonata ad altri reperti scultorei celtici o liguri e denota probabilmente la forte influenza del contatto con le popolazioni greche e mediterranee.

La vetrinetta contenente le teste e parti della statuaria femminile al museo Granet di Aix.

Le teste delle statue femminili ritrovata ad Entremont e i piedi di una delle statue con sandali. Il materiale è conservato al Museo Granet di Aix en Provence, tranne la terza testa che si trova a Grenoble,

Ricostruzione di una delle "signore" di entremont, rimontando i pezzi che si vedono nelle foto sopra.

IL CULTO DELLE TESTE MOZZATE

Come nel sito di Roquepertuse, a pochi chilometri di distanza, quello che è venuto alla luce ha dato riscontro alle testimonianze dei cronisti classici sulle popolazioni celtiche: il culto della testa mozzata del nemico. Sono qui state trovati sia i crani delle vittime, sia steli e architravi con le nicchie in cui le teste venivano mostrate e sia le statue che rappresentano "erori" che tengono queste teste in mano mentre siedeono in posizione assisa (affronteremo il discorso della posizione del paragrafo successivo).

Un frammento di un architrave: nella nicchia di mezzo una testa scolpita, nelle due nicchie laterali vuote venivano posizionati i crani umani, probabilmente dei nemici.

Il gruppo di teste mozzate: sui capelli di quella in alto a destra sono visibili le dita e la mano del personaggio che le mostrava, vedere la ricostruzione più in basso.

Un'altra testa mozzata "trofeo". Nonostante lo stile primitivo è notevola la resa della morte nello sguardo della scultura. Anche in questo caso sui capelli si vede la mano del personaggio che la teneva.

La collezione statuaria da Entremont di teste mozzate esposte al museo Granet di Aix en Provance. Notevole.


La ricostruzione di uno degli "eroi" che si trovavano nell'area sacra di Entremont con le teste.

Il ritrovamento di questi reperti non lascia dubbio sul culto della testa mozzata nella società celtica sul quale, soprattutto nelle isole britanniche ancora si dibatte nel processo di "debarbarizzazione" delle origini. Oltre ad Entremont, questo tipo di macabri (per noi) ritrovamenti sono venuti alla luce nel già nominato sito di Roquepertuse, nelle vicinanze e a 
Tuttavia, però, bisogna pensare che per i Celti (in questo caso Liguri) non fosse un atto di pura barbarie, infatti queste popolazioni conservavano le teste dei nemici nelle quali pensavano dimorassero i loro spiriti, per pacificarsi con loro, non soltanto come dimostrazione di valore in battaglia. Infatti sia le statue i portali in cui venivano conservate le teste, opportunamente imbalsamate, si trovavano in veri e propri santuari. Un atto simile a quello dei cacciatori che una volta ucciso l'animale lo offrivano al Dio collegato per pacificarsi con i loro spiriti. Un processo spirituale e magico difficile da comprendere per noi abituati alle guerre tecnologiche e agli allevamenti intensivi industriali, ma che credo sia molto interessante. 

Appunto: il culto della testa celtico è giunto fino a noi, visivamente, in modo molto più comune di quanto possiamo immaginare, anche se non ce ne rendiamo conto. Basta fare un giro infatti, in alcuni paesi o anche città, nelle aree in cui l'elemento celtico era più presente. Nonostante il periodo classico e romano sulle chiese romaniche di campagna prima e poi su elementi architettonici. Questo è vero anche in Italia del nord: guardare le volte dei vecchi portali in pietra delle case, vedrete che fino a pochi secoli fa (in alcuni casi ancora nel '900) queste teste erano scolpite: ad esempio del tetes coupee in valle Varaita, le Margolfe in Emilia, le pietre di testa delle Cinque Terra o i portali di Acqui Terme per nominarne alcuni.

LE STATUE DEI "GUERRIERI"

Le figure più iconiche di questo museo e degli altri oppidum celto-liguri di questa zona sono sicuramente quelle dei "Guerrieri assisi". Si tratta di figure scolpite in pietra sedute nella classica posizione a gambe incrociate (oggi si direbbe all'orientale, yoga). Prima di tutto bisogna puntualizzare che questi personaggi sono detti "guerrieri" in quanto, come visto sopra, esponevano delle teste mozzate, che si suppone fossero trofei di battaglia. In realtà si potrebbe trattare sia di Guerrieri che di divinità o personaggi religiosi: queste statue infatti, sono state ritrovate all'interno di santuari ed aree sacre e la loro posizione "comunica un senso di pace".

I quattro busti in esposizione.

Le 5 teste delle statue dei "guerrieri"

Il corpo di uno dei "guerrieri" che conserva parte delle gambe.

Su questo sito, quelli vicini (Roquepertuse ad esempio) e su quello che vi è stato scoperto si potrebbe scrivere e discutere per giorni, purtroppo si trova poco, anche in zona perchè la civiltà celtica e in particolare quella ligure sembra non interessi molto il pubblico, qui da noi ancor meno, tra l'altro. In ogni caso, i libri che ho sono in francese e non essendo io un archeologo o uno storico professionista, preferisco limitarmi alle cose base di cui sono a conoscenza, a postare foto sperando di creare interesse e cuoriosità, ma cercando di non alimentare le tonnellate di false informazioni e speculazioni fantasiose che circolano su questo tipo di reperti meravigliosi. Tra l'altro sono meravigliosi, affascinante e anche misteriosi già di per se stessi. 

Decorazioni dei busti trovati ad Entremont

E' davvero notevole quante informazioni possiamo avere da questi ritrovamenti: molte volte si legge di ipotesi fantastiche senza nessuna base storica, oppure veniamo a sapere che non si sappia assolutamente niente delle popolazioni liguri del periodo pre-romano. Ad esempio le decorazioni (foto qui sopra) con motivi astratti o serpentiformi, i torques al collo, l'abbigliamento, i tessuti a quadri (statua femminile). Le statue assise hanno dei forti legami con le rappresentazioni della divinità Cernunnos sempre rappresentato seduto a gambe incrociate, con torque al collo (vedi il lunghissimo post dedicato: LINK) ma anche alle sepolture galliche con inumazione (vedi link dedicato: LINK)

ALTRI REPERTI ESPOSTI:

Nel museo sono esposti anche altri pezzi notevoli: alcune elementi in pietra scolpiti, in modo molto più grezzo, alcuni più antichi della stessa Entremont e riutilizzati: elemento principale continua ad essere la testa.




Sopra si possono vedere alcuni basso rilievi: teste mozzate e un cavaliere.

NOTE FINALI: in questa occasione, più che in altre, si può chiaramente vedere come le popolazioni liguri dall'età del ferro fossero popolazioni celtiche che, a causa dei continui rapporti con greci (e  con etruschi e poi romani in ambito padano) furono pesantemente influenzati dalla cultura classica. In questo caso non ci sono testimonianze scritte ma tutte le evidenze lo confermano. E del resto lo dicono le tesi più recenti supportate dagli studiosi più esperti come Filippo Maria Gambari che negli ultimi anni aveva scritto molto al riguardo.

Bibliografia:
L'oppidum gaulois d'Entemont à Aix en Provence - Association archèologique Entemont.

LINK:


 

martedì 19 aprile 2022

Il Castello di Graines, una meraviglia in Valle d'Aosta

 Uno dei castelli più affascinanti della Valle d'Aosta è quello di Graines. Si tratta più che altro delle rovine di questa fortezza, ma per varie ragioni è un luogo veramente unico ed è anche una delle cose da vedere assolutamente in Val d'Ayas se vi capita di essere da quelle parti. 

Per raggiungerlo in auto si esce a Verrés dall'autostrada e si sale per la Val d'Ayas e si trova sulla destra poco prima di entrare nel paese di Brusson. La sua storia si perde nei meandri del tempo restando tutt'ora sconosciuta. Ricognizioni di superficie fanno risalire l'uso di questo luogo addirittura alla tarda età del bronzo, intorno al 1000 a.c. mentre i più antichi documenti riguardanti la cappella di San Martino risalgono al 1100 d.c. oltre due millenni dopo. Oggi si pensa che la fortezza visibile oggi sia stata costruita proprio attorno all'anno 1000 d.c. datando proprio la cappella che presenta una pianta riferibile all'architettura del XI sec. Si tratta comunque di un tipico esempio di "castello primitivo valdostano" con un mastio centrale e le mura quadrangolari irregolari che si adattavano alla forma della roccia e che vennero più volte modificate nei secoli. Nel XIII il castello venne infeudato alla famiglia Challant. Dopo essere passato a diverse famiglie la costruzione venne venduta a fine XIX secolo al comune di Brusson.


 L'amore per questa struttura risale allo stesso periodo, quando l'associazione Gli amici del castello si adoperò per la ricostruzione del mastio, parzialmente crollato, e per il restauro delle mura. Dagli anni '90 del XX secolo in poi si sono succedute numerose opere di consolidamento di alcune aree pericolanti e varie indagini archeologiche.

Non è facile oggi ricostruire la planimetria con i fabbricati all'interno delle mura oltre alla torre e la parte adiacente in cui viveva il signore e la cappella. In ogni caso, in seguito alle indagini archeologiche si è riconosciuta una pianta vicino all'ingresso e si è riconosciuto un forno che insieme al ritrovamento di varie ceramiche fa pensare che qui si trovasse la cucina che doveva servire diverse milizie.


Altre foto: