lunedì 20 gennaio 2020
La bellezza meravigliosa della Pioggia.
Ho sempre visto la Pioggia come qualcosa di meraviglioso. Il suono, il profumo, portano sollievo nella mia vita fino da quando ero un bambino. Ogni volta, quando mi sveglio e fuori sento il rumore delle gocce, o più facilmente abitando in città, il rumore delle macchine che passano sull'asfalto bagnato, mi rassereno. Penso a come siano più belli i prati verdi dopo la pioggia o alberi e arbusti con le foglie rigogliose, ma anche a come essa ripulisca l'aria e ogni cosa che bagna. Ho un po' quella sensazione che provo quando bevo assettato in un'afosa giornata d'estate. Negli ultimi anni ho sofferto tantissimo per i peridi di siccità estivi portati dal cambiamento climatico, continuavo ad avere una sensazione di sofferenza a vedere quella terra secca e gli alberi sofferenti. Ho accolto l'arrivo della pioggia davvero come una benedizione meravigliosa. In oltre non posso mai fare a meno di sentire la pioggià dal punto di vista personale, come un'entità con una proprio coscienza, come ogni altra cosa del resto. Gli ultimi giorni sono stati molto tristi e difficili e cercando un po' di conforto ho trovato questo testo (LINK) del 1996 estrapolato da un discorso di Tich Nhat Hanh al PlumVillage in francia in cui parla per qualche riga della pioggia e mi è piaciuto tantissimo:
"Siamo nella sala di meditazione e tutti noi possiamo sentire il suono della pioggia. Per me il suono della pioggia è qualcosa di meraviglioso. Nell’ UpperHamlet abbiamo una veranda che noi chiamiamo “veranda-per-ascoltare-la-pioggia”. Se sei una persona libera, hai solo bisogno di stare lì e ascoltare la pioggia, e puoi essere già molto felice, perché la pioggia è qualcosa di meraviglioso. Anch’io spesso penso che la pioggia sia come il bodhisattva Avalokiteshvara. Dopo diverse settimane senza pioggia, la vegetazione comincia a soffrire e quando la pioggia arriva possiamo vedere che tutti gli alberi ed i cespugli sono molto felici. Penso che essi godano tantissimo il rumore della pioggia, come succede a me. Seduti nella sala di meditazione, o seduti nella “veranda-per-ascoltare-la-pioggia”, ci è possibile apprezzare il suono della pioggia e si può essere molto felici mentre siamo seduti lì."
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mercoledì 25 dicembre 2019
Sucellos, Nantosuelta, Silvano e San Rocco.
Di Guido
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| Alcune rappresentazioni della divinità conservate al museo gallo romano di Lione. |
In honor(em) /
d(omus) d(ivinae) deo Su/ cello Silv(ano) /
Spart(us) l(ocus) d(atus) d(ecreto) d(ecurionum)
Nel suo nome troviamo la radice gallica "Cellos" colpitore, attacante, derivante dal proto indoeuropeo "Keldos" da cui anche il latino "Cellere", ecc... che ci da una traduzione come "Il buon battitore" Un etimologia alternativa ci viene dallastudiosa Bianca Maria Pròsper, la quale fa derivare il nome della divinità da "Kel" - proteggere e quindi "su-kel-mó(n)" traducibile come "colui che protegge bene".
Le rappresentazioni di Sucellus vanno dalle più primitive e popolari in pietra a quelle molto più raffinate e classicheggianti in metallo. Quella qui sopra proviene dai Lari di una casa gallo romana della Francia del primo secolo A.C. e risulta molto simile al Silvano classico. Un altro attributo molto importante di Succello è la sua "compagna" Nantosuelta. Anche in questo caso lo sappiamo per un'iscrizioni in latino arrivata fino a noi sull'altare di Sarrebourg rinvenuto nel 1895 che dice:
Deo Svcello /
Nantosvelte /
Bellavsvs Mas /
se filivs v(otum) s(olvit)
l(ibens) m(erito)
trad. "Al Dio Sucellos e a Nantosuelta, Bellausus, figlio di Massa che felicemente e meritatamente ha adempiuto al suo voto."
Bellausus e sua madre Massa hanno dei nomi celtici e probabilmente era pellegrini.
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| Nantosuelta da Speyer, l'altare di Sarrebourg, l'altare di Karlsruhe |
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| Sucellos/Silvano da Torino e da Nimes |
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| Il "Maometto" di Borgone di Susa |
La seconda riguarda la sopravvivenza dei culti antichi nella religiosità popolare, argomento che mi affascina sempre più. A volte andiamo a cercare le teorie più fantasiose su libri scritti negli Stati Uniti o cose del genere. Vicino a casa mia c'è una chiesa dedicata a San Rocco, santo molto amato da queste parti per cui devo ammettere ho sempre avuto una certa simpatia per via della sua rappresentazione: un personaggio barbuto con un saio trasandato, un cane e il suo bastone da viandante. San Rocco è famoso per essere un taumaturgo, per essere vissuto tra il sud della Francia e il Nord Italia tra il 1346/50 e il 1376/79, nacque a Montpellier e morì a Voghera. La rappresentazione di cui parlo non sembra antichissima ma sicuramente è li da parecchi decenni e riprende altre rappresentazioni popolari del Santo, che evidentemente è andato nei secoli a sostituire un culto rurale che non andava sparendo. In un epoca in cui internet non poteva nemmeno essere immaginato è impressionante come l'immagine di un dio gallico legato alla foresta si sia tramandata fino ai giorni nostri nell'immagine di un santo legato alla campagna e che sia ancora oggi aggetto di culto per migliaia di cattolici che a livello razionale ne sono probabilmente ignari, ma che a livello simbolico ne mantengono vivo il culto nella società cattolico-materialista contemporanea.
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| La chiesa di San Rocco di Alessandria, la rappresentazione del Santo sulla facciata e il rilievo si Sucellos da Nimes |
Bibliografia:
Dizionario di mitologia celtica (Italiano) di Miranda Green
Links:
http://www.treccani.it/enciclopedia/nantosuelta_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Antica%29/
https://earthandstarryheaven.com/2018/11/28/sucellos/
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venerdì 20 dicembre 2019
Il Palazzo di Cozio, re celtico delle Alpi occidentali.
Sempre triste che di scoperte del genere si parli solo in 2 articoletti nascosti, comunque
da: https://www.lastampa.it/torino/appuntamenti/2011/01/03/news/ritrovato-il-palazzo-br-dell-antico-re-delle-alpi-1.36981626
e da: https://www.lavalsusa.it/scavi-archeologici-segusium-pubblica-la-nuova-mappa/
Dopo duemila anni Susa scopre sotto il suo castello i resti del palazzo del Re più antico del Piemonte. No, non era un Savoia. Era Cozio, figlio di Donno. Dal 13 avanti Cristo, per più di una ventina d’anni, fu sovrano delle Alpi che ancora portano il suo nome.Governava quattordici tribù celtiche, controllava i passi alpini e ne riscuoteva il pedaggio. La sua epopea ritrova attualità grazie a cinque anni di scavi archeologici, appena conclusidallaSoprintendenza guidatadaEgleMicheletto. Con il sostegno di Stato, Provincia e Comune di Susa, l’archeologo Federico Barello dal 2005 ha indagato i sotterranei e le pertinenze del castello segusino. Ha scoperto che le sue cantine voltate sono antichi ambienti romani, fondati sulla roccia. Con robusti pilastri sostenevano stanze in cui sono emersi resti di pavimentia mosaico. «Facevano parte del Palazzo di Cozio» assicura Barello. «Era un complesso di almeno 3500 metri quadri, su più piani. Dominava la strada che conduce al Monginevro. Vi si accedeva dalla scalinatamonumentale rinvenuta negli anni Trenta del Novecento dall’archeologo Carlo Carducci. Al piano terra vi erano magazzini e servizi, a quello superiore gli appartamenti. L’impianto fu modificato nel quarto secolo dopo Cristo, per trasformarlo in fortezza». E’ una storia che verrà raccontata al grande pubblico la prossima primavera, con una mostra curata dal Comune. Parlerà della dimora di un personaggio che seppe mediare fra cultura celtica e quella romana. «Gli storici Strabone e Damiano Marcellino - spiega Barello - narrano che quando Cozio vide arrivare le legioni di Cesare Ottaviano Augusto non solo seppe farsi rispettare, madivenne in seguito sincero amico del futuro imperatore, tanto da dedicargli l’arco di trionfo che dall’anno 9 avanti Cristo tutt’ora lo celebra. Augusto lo ricambiò. Ne fece il suo prefetto. Lo associò persino alla propria famiglia, la «gens Giulia», con il nome di MarcoGiulio Cozio». Fu un’alleanza che trasformò il villaggio originario di Cozio. Daborgo di capanne divenne la sua capitale: Segusio. In vetta al colle che la sovrasta sorse la reggia. Nel foro, l’odierna piazza Savoia, fu eretto il tempio che celebrava la divinità dell’amico Augusto. Nella città furono profusi i bianchi marmi che Cozio estraeva dalle cave di Foresto e Chianocco. Susa divenne patria di una dinastia locale, ma molto intraprendente, che ebbe discendenza fino al tempo di Nerone. «I figli di Cozio, Donno II e Cozio minore - ricorda Barello - ebbero interessi anche a Torino. Furono loro a finanziare la costruzione del teatro romano della città. Al padre defunto, verso il 13 dopo Cristo, offrirono una tomba monumentale, rintracciata a Susa nel giardino di casa Ramella, in piazza Savoia. Qui nel 1904 venne alla luce l’urna funebre del Re, oggi custodita dal museo civico». Nei pressi gli archeologi trovarono anche una testa di bronzo, oggi proprietà del Metropolitan MuseumdiNewYork. Raffigura un uomo con collo taurino, mascella squadrata, naso dritto, sotto uno sguardo fiero. «All’atto del ritrovamento - ricorda Barello - si disse che rappresentava Marco Vipsanio Agrippa,genero dell’imperatore Augusto e fondatore del Pantheon di Roma.Fului che mediò l’alleanza fra Ottaviano e Cozio.Ma uno studioso tedesco, Dietricht Boschung, oggi nega che sia Agrippa». Chi sarebbe?«Unpersonaggio importante di Segusio ». Potrebbe essere Cozio? «Nonci è pervenuto alcun suo ritratto. Ma è certo che quella testa è comparsa accanto alla sua tomba».
da: https://www.lastampa.it/torino/appuntamenti/2011/01/03/news/ritrovato-il-palazzo-br-dell-antico-re-delle-alpi-1.36981626
e da: https://www.lavalsusa.it/scavi-archeologici-segusium-pubblica-la-nuova-mappa/
Dopo duemila anni Susa scopre sotto il suo castello i resti del palazzo del Re più antico del Piemonte. No, non era un Savoia. Era Cozio, figlio di Donno. Dal 13 avanti Cristo, per più di una ventina d’anni, fu sovrano delle Alpi che ancora portano il suo nome.Governava quattordici tribù celtiche, controllava i passi alpini e ne riscuoteva il pedaggio. La sua epopea ritrova attualità grazie a cinque anni di scavi archeologici, appena conclusidallaSoprintendenza guidatadaEgleMicheletto. Con il sostegno di Stato, Provincia e Comune di Susa, l’archeologo Federico Barello dal 2005 ha indagato i sotterranei e le pertinenze del castello segusino. Ha scoperto che le sue cantine voltate sono antichi ambienti romani, fondati sulla roccia. Con robusti pilastri sostenevano stanze in cui sono emersi resti di pavimentia mosaico. «Facevano parte del Palazzo di Cozio» assicura Barello. «Era un complesso di almeno 3500 metri quadri, su più piani. Dominava la strada che conduce al Monginevro. Vi si accedeva dalla scalinatamonumentale rinvenuta negli anni Trenta del Novecento dall’archeologo Carlo Carducci. Al piano terra vi erano magazzini e servizi, a quello superiore gli appartamenti. L’impianto fu modificato nel quarto secolo dopo Cristo, per trasformarlo in fortezza». E’ una storia che verrà raccontata al grande pubblico la prossima primavera, con una mostra curata dal Comune. Parlerà della dimora di un personaggio che seppe mediare fra cultura celtica e quella romana. «Gli storici Strabone e Damiano Marcellino - spiega Barello - narrano che quando Cozio vide arrivare le legioni di Cesare Ottaviano Augusto non solo seppe farsi rispettare, madivenne in seguito sincero amico del futuro imperatore, tanto da dedicargli l’arco di trionfo che dall’anno 9 avanti Cristo tutt’ora lo celebra. Augusto lo ricambiò. Ne fece il suo prefetto. Lo associò persino alla propria famiglia, la «gens Giulia», con il nome di MarcoGiulio Cozio». Fu un’alleanza che trasformò il villaggio originario di Cozio. Daborgo di capanne divenne la sua capitale: Segusio. In vetta al colle che la sovrasta sorse la reggia. Nel foro, l’odierna piazza Savoia, fu eretto il tempio che celebrava la divinità dell’amico Augusto. Nella città furono profusi i bianchi marmi che Cozio estraeva dalle cave di Foresto e Chianocco. Susa divenne patria di una dinastia locale, ma molto intraprendente, che ebbe discendenza fino al tempo di Nerone. «I figli di Cozio, Donno II e Cozio minore - ricorda Barello - ebbero interessi anche a Torino. Furono loro a finanziare la costruzione del teatro romano della città. Al padre defunto, verso il 13 dopo Cristo, offrirono una tomba monumentale, rintracciata a Susa nel giardino di casa Ramella, in piazza Savoia. Qui nel 1904 venne alla luce l’urna funebre del Re, oggi custodita dal museo civico». Nei pressi gli archeologi trovarono anche una testa di bronzo, oggi proprietà del Metropolitan MuseumdiNewYork. Raffigura un uomo con collo taurino, mascella squadrata, naso dritto, sotto uno sguardo fiero. «All’atto del ritrovamento - ricorda Barello - si disse che rappresentava Marco Vipsanio Agrippa,genero dell’imperatore Augusto e fondatore del Pantheon di Roma.Fului che mediò l’alleanza fra Ottaviano e Cozio.Ma uno studioso tedesco, Dietricht Boschung, oggi nega che sia Agrippa». Chi sarebbe?«Unpersonaggio importante di Segusio ». Potrebbe essere Cozio? «Nonci è pervenuto alcun suo ritratto. Ma è certo che quella testa è comparsa accanto alla sua tomba».
mercoledì 6 novembre 2019
Quando in Liguria deviarono l'autostrada per salvare una pietra magica.
Titolo un po' ad effetto ma veritiero per parlare del povero menhir di Varazze. "Povero" perchè lo vedremo dopo. E' noto che in Islanda anni fa deviarono una strada per non rimuovere una pietra magica che ancora oggi si credeva abitata dagli elfi. La storia fu ingigantita e divenne, specialmente in Italia una specie di leggenda metropolitana romanzata. In quel bel periodo tra la fine degli anni '90 e inizio dei 2000 in cui sulla scia di Bjork e poi Sigur Ros la cultura islandese raggiunse il resto del mondo cose del genere colpivano la fantasia degli Italiani a cui piaceva pensare agli Islandesi come popolazioni selvagge che quotidianamente parlavano con gli gnomi. In realtà non si trattava di un'autostrada (in Islanda vivono meno di 400.000 persone e certe statali non sono nemmeno asfaltate)ma di una statale e alla fine, dopo varie vicissitudini la grande pietra venne spostata come si può vedere da questa immagine sotto (ne potete trovare diverse cercando su google). Gli Elfi non penso abbiano gradito, ma non sto scrivendo di questo.
Ci spostiamo in Liguria, nel comune di Varazze, dove qualcosa di simile ma in scala più grossa è successo diversi decenni or sono. Proprio qui, al di sopra dei Piani d'Invrea si trova una zona ancora oggi conosciuta come Cian da Munega che in ligure significa campo delle monache, famoso nei secoli scorsi per gli avvistamenti delle fate (e delle streghe) che nel folklore locale si ritrovavano vicino alle pietre di questi prati magici che davano sul golfo. Si trattava di menhir (di cui la liguria era e in parte è ancora piena) o pietre erette che dir si voglia che risalgono alla preistoria. Quello giunto a noi è particolare perchè in seguito ad alcuni scavi effettuati negli anni 30-40 del '900 vennero scoperti alcuni reperti databili all'età del bronzo e del ferro facendone risalire la datazione almeno a quel periodo e eliminando le ipotesi di origine naturale o falsi. Il Menhir fu ufficialmente segnalato da M. Garea (Garea 1941 pp. 167‑172; 1957 p. 4; 1° p. 6; 2° pp. 93‑98) ed è stato più volte misurato e pubblicato (Mennevée 1965; Bernardini 1981. pp. 165‑167; Priuli & Pucci 1994 p. 142).
La parte interessante è che a metà degli anni '60 durante il periodo del boom ma anche della cementificazione e della privatizzazione del trasporto in Italia e in Liguria si rese necessario costruire l'autostrada Genova-Ventimiglia che sarebbe dovuta passare esattamente in questo luogo e avrebbe reso necessario la distruzione totale del sito. Questo, per quanto riguarda siti preistorici, o comunque non romani, si è verificato più volte nel nostro paese e si verifica purtroppo ancora oggi, senza troppi problemi. Per fortuna in questo caso grazie all'interessamento del sig, Mario Fenoglio, ispettore alla Soprintendenza Archeologica della Liguria il progetto venne modificato e, addirittura, il tracciato dell'importantissima autostrada venne deviato. Purtroppo sembra che il sito interessasse altre pietre e che scavi seri per trovare altro e mappare eventuali gruppi megalitici non vennero mai fatti e non si potranno mai più fare. Per fortuna però il menhir di Cian da Munega è stato conservato nel suo posto originale e possiamo andarlo a vedere ancora oggi. Ma ora arriviamo alla parte veramente triste della cosa. Come è conservato oggi il monolite e la zona?
Io ho visitato il luogo alcuni anni fa, un giorno di fine estate in cui mi trovavo ai Piani d'Invrea con alcuni amici. Salendo in mezzo a case e giardini privati non troppo belli, sono arrivato alla strada che collega l'autostrada a Varazze. Li ho incredibilmente trovato un cartello che indicava la posizione del menhir, purtroppo bisognava camminare lungo una statale molto pericolosa per un breve tratto e poi... poi si entra in una specie di parcheggio orrendo, in cui si trovano rimorchi in stato di abbandono rifiuti, preservativi usati e siringhe. Ero da solo e ho pensato di essermi sbagliato, invece facendomi forza ho provato a seguire delle scale in cemento armato coperte da erbe infestanti e li ho trovato il menhir. Che tristezza. Come spesso succede in Italia si fanno dei lavori per valorizzare qualcosa, ma l'unica cosa che si fa è usare del cemento, rovinare il luogo e forse comprometterne l'integrità archeologica e spendere soldi per alla fine abbruttire il posto. La cosa poi peggiore è che una volta fatti i lavori, si lascia andare tutto in rovina, tra incapacità delle amministrazioni, mancanza di fondi e menefreghismo della popolazione locale ormai completamente sradicata dalle sue radici. E dei reperti preistorici cosa ne è stato? Purtroppo tali reperti non sono mai stati pubblicati (Lamboglia 1947 p. 89) e giacciono inutilizzati presso il Comune di Varazze. Un esempio emblematico della mentalità e di come funzionano le cose in questo paese.
Ci spostiamo in Liguria, nel comune di Varazze, dove qualcosa di simile ma in scala più grossa è successo diversi decenni or sono. Proprio qui, al di sopra dei Piani d'Invrea si trova una zona ancora oggi conosciuta come Cian da Munega che in ligure significa campo delle monache, famoso nei secoli scorsi per gli avvistamenti delle fate (e delle streghe) che nel folklore locale si ritrovavano vicino alle pietre di questi prati magici che davano sul golfo. Si trattava di menhir (di cui la liguria era e in parte è ancora piena) o pietre erette che dir si voglia che risalgono alla preistoria. Quello giunto a noi è particolare perchè in seguito ad alcuni scavi effettuati negli anni 30-40 del '900 vennero scoperti alcuni reperti databili all'età del bronzo e del ferro facendone risalire la datazione almeno a quel periodo e eliminando le ipotesi di origine naturale o falsi. Il Menhir fu ufficialmente segnalato da M. Garea (Garea 1941 pp. 167‑172; 1957 p. 4; 1° p. 6; 2° pp. 93‑98) ed è stato più volte misurato e pubblicato (Mennevée 1965; Bernardini 1981. pp. 165‑167; Priuli & Pucci 1994 p. 142).
La parte interessante è che a metà degli anni '60 durante il periodo del boom ma anche della cementificazione e della privatizzazione del trasporto in Italia e in Liguria si rese necessario costruire l'autostrada Genova-Ventimiglia che sarebbe dovuta passare esattamente in questo luogo e avrebbe reso necessario la distruzione totale del sito. Questo, per quanto riguarda siti preistorici, o comunque non romani, si è verificato più volte nel nostro paese e si verifica purtroppo ancora oggi, senza troppi problemi. Per fortuna in questo caso grazie all'interessamento del sig, Mario Fenoglio, ispettore alla Soprintendenza Archeologica della Liguria il progetto venne modificato e, addirittura, il tracciato dell'importantissima autostrada venne deviato. Purtroppo sembra che il sito interessasse altre pietre e che scavi seri per trovare altro e mappare eventuali gruppi megalitici non vennero mai fatti e non si potranno mai più fare. Per fortuna però il menhir di Cian da Munega è stato conservato nel suo posto originale e possiamo andarlo a vedere ancora oggi. Ma ora arriviamo alla parte veramente triste della cosa. Come è conservato oggi il monolite e la zona?
Io ho visitato il luogo alcuni anni fa, un giorno di fine estate in cui mi trovavo ai Piani d'Invrea con alcuni amici. Salendo in mezzo a case e giardini privati non troppo belli, sono arrivato alla strada che collega l'autostrada a Varazze. Li ho incredibilmente trovato un cartello che indicava la posizione del menhir, purtroppo bisognava camminare lungo una statale molto pericolosa per un breve tratto e poi... poi si entra in una specie di parcheggio orrendo, in cui si trovano rimorchi in stato di abbandono rifiuti, preservativi usati e siringhe. Ero da solo e ho pensato di essermi sbagliato, invece facendomi forza ho provato a seguire delle scale in cemento armato coperte da erbe infestanti e li ho trovato il menhir. Che tristezza. Come spesso succede in Italia si fanno dei lavori per valorizzare qualcosa, ma l'unica cosa che si fa è usare del cemento, rovinare il luogo e forse comprometterne l'integrità archeologica e spendere soldi per alla fine abbruttire il posto. La cosa poi peggiore è che una volta fatti i lavori, si lascia andare tutto in rovina, tra incapacità delle amministrazioni, mancanza di fondi e menefreghismo della popolazione locale ormai completamente sradicata dalle sue radici. E dei reperti preistorici cosa ne è stato? Purtroppo tali reperti non sono mai stati pubblicati (Lamboglia 1947 p. 89) e giacciono inutilizzati presso il Comune di Varazze. Un esempio emblematico della mentalità e di come funzionano le cose in questo paese.
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domenica 15 settembre 2019
Pietre e Druidi in Piemonte.
Nel post dedicato alle druidesse (LINK) avevamo già parlato di alcune storie e testimonianze riguardanti quelle piemontesi: La Druida di Malciaussia e quella di Mondovì, storia che risale addirittura al 1600, periodo storico bizzarro perchè in teoria i druidi erano ormai spariti da più di un millennio (ufficialmente) e perchè la rinascità inglese era ancora da venire. Ci sono comunque altre occasioni in cui la figura del druido ritorna nel folklore della regione, generalmente le storie sono legate a pietre e luoghi sacri, come quello della Pietra della Vita di Oropa (Biella) di cui abbiamo parlato tante volte (LINK), luogo sacro precristiano e preromano. I culti di origine celtica animistica riguardavano non solo le pietre, ma anche i corsi d'acqua e la fonte che qui ancora oggi si trova e se questo è oggi dato per certo, non ci sono prove che proprio qui si trovasse un gruppo di druide e druidesse come vuole la leggenda.
Un altro luogo sul quale abbiamo già speso diverse parole è Crea (Alessandria - LINK), con il suo santuario cristiano. Come abbiamo visto anche qui si trovava un luogo di culto precristiano, di cui ci sono arrivati echi e testimonianze di un celtico. Sia il nome (Crea) che la presenza di scritte incise dedicate a San Cornelio fanno pensare ad un luogo in dedicato a Cernunnos. Anche per quanto riguarda questo posto ci sono storie che parlano di confraternite di druidi che sopravvissero all'arrivo dei romani e che poi man mano si trasformarono in frati cristiani con i secoli.
A Sangano (Torino) poi si trova la famosa Pera D'le Sacoce (tasche in piemontese), una pietra ricoperta di grandi coppelle particolari. Di esse infatti non si conosce l'esatta origine, differiscono per vari motivi dalle altre pietre coppellate, sono più grandi, non sono piane e alcuni pensano si tratti di strani fenomeni di erosione naturale. Quello che è certo è che i pastori le usavano per le loro offerte ancora il secolo scorso e che la pietra aveva una grande importanza per gli abitanti della zona. Essa fu una delle primissime pietre incise ad essere catalogata e descritta in Italia nel 1881. Parliamo di questo masso erratico perchè è uno dei famosi massi dei Druidi sparsi per il territorio, così chiamati perchè già all'epoca della sua scoperta da parte del Piolti, questo masso veniva considerato di "origine sicuramente druidica".
Un'altra pietra che ci interessa è quella che si trova a Moncalieri (Torino) detta Roc di Santa Brigida ma conosiuta anche come Pietra dei Druidi. Si tratta di un'altro masso erratico che si trova sulla collina di Torino, un tempo oggetto di culto litico poi cristianizzato e associato alla Santa. Un tempo vicino ad essa era stata costruita una cappella dedicata alla stessa santa ed è curioso notare che proprio Brigida era la cristianizzazione della dea celtica Brigid, Brig molto conosciuta nell'Irlanda precristiana ma anche sulle alpi (da cui ad esempio il nome di Brig / Briga). Questa pietra come le prime due è un'altra delle famose "Pietre Guaritrici" del Piemonte, essa infatti farebbe nascere i bambini sani e guarire le donne sterili appoggiandovi il ventre sopra.
Un altro luogo sul quale abbiamo già speso diverse parole è Crea (Alessandria - LINK), con il suo santuario cristiano. Come abbiamo visto anche qui si trovava un luogo di culto precristiano, di cui ci sono arrivati echi e testimonianze di un celtico. Sia il nome (Crea) che la presenza di scritte incise dedicate a San Cornelio fanno pensare ad un luogo in dedicato a Cernunnos. Anche per quanto riguarda questo posto ci sono storie che parlano di confraternite di druidi che sopravvissero all'arrivo dei romani e che poi man mano si trasformarono in frati cristiani con i secoli.
A Sangano (Torino) poi si trova la famosa Pera D'le Sacoce (tasche in piemontese), una pietra ricoperta di grandi coppelle particolari. Di esse infatti non si conosce l'esatta origine, differiscono per vari motivi dalle altre pietre coppellate, sono più grandi, non sono piane e alcuni pensano si tratti di strani fenomeni di erosione naturale. Quello che è certo è che i pastori le usavano per le loro offerte ancora il secolo scorso e che la pietra aveva una grande importanza per gli abitanti della zona. Essa fu una delle primissime pietre incise ad essere catalogata e descritta in Italia nel 1881. Parliamo di questo masso erratico perchè è uno dei famosi massi dei Druidi sparsi per il territorio, così chiamati perchè già all'epoca della sua scoperta da parte del Piolti, questo masso veniva considerato di "origine sicuramente druidica".
Un'altra pietra che ci interessa è quella che si trova a Moncalieri (Torino) detta Roc di Santa Brigida ma conosiuta anche come Pietra dei Druidi. Si tratta di un'altro masso erratico che si trova sulla collina di Torino, un tempo oggetto di culto litico poi cristianizzato e associato alla Santa. Un tempo vicino ad essa era stata costruita una cappella dedicata alla stessa santa ed è curioso notare che proprio Brigida era la cristianizzazione della dea celtica Brigid, Brig molto conosciuta nell'Irlanda precristiana ma anche sulle alpi (da cui ad esempio il nome di Brig / Briga). Questa pietra come le prime due è un'altra delle famose "Pietre Guaritrici" del Piemonte, essa infatti farebbe nascere i bambini sani e guarire le donne sterili appoggiandovi il ventre sopra.
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mercoledì 3 luglio 2019
Cosa fare se trovi un rondone per terra. Recupero LIPU.
Ricordiamoci sempre che aiutare gli altri, specialmente chi non può nemmeno chiedere aiuto come gli animali, fa bene anche a noi stessi. Chi ha salvato un animale (o in generale ha dato una mano a qualcuno) sa benissimo quanto si stia bene dopo.
RICONOSCERE UN RONDONE E' SEMPLICE, NON PUO' STARE SULLE ZAMPE E HA UNA FORMA PARTICOLARE (vedi foto)
In questo periodo dell'anno, da giugno in poi, si verifica sempre più spesso una emergenza per quanto riguarda i rondoni e altri uccelli. Il problema dei rondoni è che anche se adulti non, non sono fatti per stare per terra. Essi volano possono volare per mesi e addirittura dormire in volo, hanno zampe piccole e adatte solo ad aggrapparsi. Se toccano il suolo non possono più volare ed è necessario metterli in salvo. Se sono adulti a volte basta portarli in un parco (non fatelo su un terreno duro come l'asfalto o il selciato) e provare a lanciarli, se riescono a prendere il volo è fatta. Di solito però non è così semplice, infatta si tratta di giovani, quasi adulti non ancora pronti per volare che sono caduti.
Dalla metà di giugno capita spesso di trovare dei piccoli di rondone caduti dal nido. I pulli dei rondoni, quando sono cresciuti abbastanza per muoversi liberamente, specie nelle giornate molto calde o quando hanno fame, si affacciano dai nidi e a volte si lanciano prima del tempo. Quando succede cadono a terra e non riescono più a volare. In questa situazione hanno bisogno di essere aiutati e certamente tutti possono fare qualcosa.
LA COSA MIGLIORE DA FARE E' CONTATTARE UN CENTRO DI RECUPERO (PER ESEMPIO LIPU) E PORTARLO A LORO. Non è facile adottare un piccolo rondone, in oltre è molto pericoloso se avete dei gatti in casa o nelle vicinanze. Oltre alla LIPU, potete cercare anche i C.R.A.S. (Centro Recupero Animali Selvatici) o contattare l'E.N.P.A. Ricoradatevi sempre che avete a che fare con dei volontari che usano il loro tempo per aiutare gli animali, siate gentili. Nel caso sia impossibile consegnarlo a qualcuno di preparato qui ci sono alcune informazioni utili.
QUI SOTTO UN VIDEO UTILISSIMO:
Primo soccorso:
Questo è importante anche se pensate di consegnarlo ad un centro specializzato. Nell'attesa è bene infatti fornire un primo soccorso al nidiaceo, dargli da bere e sfamarlo. Una scatola da scarpe, areata, è l’ideale come ricovero, basterà adagiarvi sul fondo uno straccio, della carta assorbente e riporla in un luogo poco rumoroso , così da imitare le condizioni ambientali del nido. Per reidratarlo sarà sufficiente dargli dell’acqua con una siringa senza ago o anche con il dito, facendo gocciolare l’acqua ai lati del becco. Per dare energia al povero volatile è utile anche aggiungere un pochino di zucchero nell'acqua.
Sistemazione del piccolo di rondone:
Si può usare una scatola per scarpe di dimensioni sufficienti affinché i piccoli non si rovinino le lunghe ali, rivestendo il fondo NON con carta, ma con stracci (privi di pericolosi filamenti) o meglio truciolato di legno, da tenere sempre molto molto pulito: le penne che si sporcano vengono danneggiate dagli urati compromettendone la funzionalità in volo. Per questo motivo non è mai possibile liberare un rondone con il piumaggio brutto o sporco! (ricordate che dalla pulizia del piumaggio dipende la sua sopravvivenza nei cieli). Tenere la scatola con il rondone in ambiente caldo (25°-30°C), tranquillo, lontano da rumori, fumo, umidità e copritela con un telo per garantire un po' di oscurità.
Alimentazione:
La cosa è un po' complicata, infatti questi uccelli sono insettivori, non dare assolutamente semi o pane. È assolutamente indispensabile fornire ai piccoli di rondone una alimentazione adeguata, per aumentare le possibilità di sopravvivenza. Il cibo ideale è rappresentato dai seguenti insetti:
grilli: sono probabilmente il cibo più indicato per allevare i piccoli di rondone, possono essere acquistati vivi o surgelati nei negozi di animali o su internet. Se i piccoli di rondone sono deboli o molto piccoli è meglio alimentarli ogni mezz’ora/ora con 1-2 grilli a volta, altrimenti anche solo 6 volte al giorno con 12-14 grilli per pasto.
Camole del miele: possono essere acquistate nei negozi di pesca, sono molto energetiche e l’ideale sarebbe alternarle ai grilli ma non superare una dose di 4/5 al giorno.
Camole della farina: anch’esse si acquistano nei negozi di pesca, ma non sono un cibo molto adatto in quanto contengono delle sostanze che alla lunga possono danneggiare i piccoli rondoni. Meglio quindi non superare le 2 al giorno.
Altri insetti: mosche, farfalline, piccoli ragni, possono essere catturati ad integrare l’alimentazione dei pulli. In casi di emergenza è possibile alimentare i rondoni con carne trita o con un omogenizzato di carne (da somministrargli con una siringa senza ago), ma massimo per un paio di giorni in attesa di nutrirli con una dieta a base di insetti. Se i piccoli non aprono la bocca da soli, sarà necessario alimentarli in modo forzato, aprendogli delicatamente il becco con un’unghia.
QUANDO L'UCCELLO E' ADULTO E PUO' ESSERE LBERATO?
I piccoli Rondoni dovranno essere messi in libertà solo quando il piumaggio sarà completo e le ali chiuse supereranno la coda di un paio di centimetri. Il momento della liberazione è evidenziato da alcuni segnali:
Abbiamo preso gran parte delle informazioni da qui:
https://wwf.lecco.it/sos-rondone.html - tra i link della pagina trovate altre informazioni utili per altri animali da soccorrere.
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Centri di recupero:
LIPU - http://www.lipu.it/centri-recupero-animali (per esperienza quello di ASTI è eccezionale se siete nelle vicinanze).
ENPA - http://www.enpa.it/it/ricerca-sedi.aspx
CRAS - WWF - https://www.wwf.it/regioni/
RICONOSCERE UN RONDONE E' SEMPLICE, NON PUO' STARE SULLE ZAMPE E HA UNA FORMA PARTICOLARE (vedi foto)
In questo periodo dell'anno, da giugno in poi, si verifica sempre più spesso una emergenza per quanto riguarda i rondoni e altri uccelli. Il problema dei rondoni è che anche se adulti non, non sono fatti per stare per terra. Essi volano possono volare per mesi e addirittura dormire in volo, hanno zampe piccole e adatte solo ad aggrapparsi. Se toccano il suolo non possono più volare ed è necessario metterli in salvo. Se sono adulti a volte basta portarli in un parco (non fatelo su un terreno duro come l'asfalto o il selciato) e provare a lanciarli, se riescono a prendere il volo è fatta. Di solito però non è così semplice, infatta si tratta di giovani, quasi adulti non ancora pronti per volare che sono caduti.
Dalla metà di giugno capita spesso di trovare dei piccoli di rondone caduti dal nido. I pulli dei rondoni, quando sono cresciuti abbastanza per muoversi liberamente, specie nelle giornate molto calde o quando hanno fame, si affacciano dai nidi e a volte si lanciano prima del tempo. Quando succede cadono a terra e non riescono più a volare. In questa situazione hanno bisogno di essere aiutati e certamente tutti possono fare qualcosa.
LA COSA MIGLIORE DA FARE E' CONTATTARE UN CENTRO DI RECUPERO (PER ESEMPIO LIPU) E PORTARLO A LORO. Non è facile adottare un piccolo rondone, in oltre è molto pericoloso se avete dei gatti in casa o nelle vicinanze. Oltre alla LIPU, potete cercare anche i C.R.A.S. (Centro Recupero Animali Selvatici) o contattare l'E.N.P.A. Ricoradatevi sempre che avete a che fare con dei volontari che usano il loro tempo per aiutare gli animali, siate gentili. Nel caso sia impossibile consegnarlo a qualcuno di preparato qui ci sono alcune informazioni utili.
QUI SOTTO UN VIDEO UTILISSIMO:
Primo soccorso:
Questo è importante anche se pensate di consegnarlo ad un centro specializzato. Nell'attesa è bene infatti fornire un primo soccorso al nidiaceo, dargli da bere e sfamarlo. Una scatola da scarpe, areata, è l’ideale come ricovero, basterà adagiarvi sul fondo uno straccio, della carta assorbente e riporla in un luogo poco rumoroso , così da imitare le condizioni ambientali del nido. Per reidratarlo sarà sufficiente dargli dell’acqua con una siringa senza ago o anche con il dito, facendo gocciolare l’acqua ai lati del becco. Per dare energia al povero volatile è utile anche aggiungere un pochino di zucchero nell'acqua.
Sistemazione del piccolo di rondone:
Si può usare una scatola per scarpe di dimensioni sufficienti affinché i piccoli non si rovinino le lunghe ali, rivestendo il fondo NON con carta, ma con stracci (privi di pericolosi filamenti) o meglio truciolato di legno, da tenere sempre molto molto pulito: le penne che si sporcano vengono danneggiate dagli urati compromettendone la funzionalità in volo. Per questo motivo non è mai possibile liberare un rondone con il piumaggio brutto o sporco! (ricordate che dalla pulizia del piumaggio dipende la sua sopravvivenza nei cieli). Tenere la scatola con il rondone in ambiente caldo (25°-30°C), tranquillo, lontano da rumori, fumo, umidità e copritela con un telo per garantire un po' di oscurità.
Alimentazione:
La cosa è un po' complicata, infatti questi uccelli sono insettivori, non dare assolutamente semi o pane. È assolutamente indispensabile fornire ai piccoli di rondone una alimentazione adeguata, per aumentare le possibilità di sopravvivenza. Il cibo ideale è rappresentato dai seguenti insetti:
grilli: sono probabilmente il cibo più indicato per allevare i piccoli di rondone, possono essere acquistati vivi o surgelati nei negozi di animali o su internet. Se i piccoli di rondone sono deboli o molto piccoli è meglio alimentarli ogni mezz’ora/ora con 1-2 grilli a volta, altrimenti anche solo 6 volte al giorno con 12-14 grilli per pasto.
Camole del miele: possono essere acquistate nei negozi di pesca, sono molto energetiche e l’ideale sarebbe alternarle ai grilli ma non superare una dose di 4/5 al giorno.
Camole della farina: anch’esse si acquistano nei negozi di pesca, ma non sono un cibo molto adatto in quanto contengono delle sostanze che alla lunga possono danneggiare i piccoli rondoni. Meglio quindi non superare le 2 al giorno.
Altri insetti: mosche, farfalline, piccoli ragni, possono essere catturati ad integrare l’alimentazione dei pulli. In casi di emergenza è possibile alimentare i rondoni con carne trita o con un omogenizzato di carne (da somministrargli con una siringa senza ago), ma massimo per un paio di giorni in attesa di nutrirli con una dieta a base di insetti. Se i piccoli non aprono la bocca da soli, sarà necessario alimentarli in modo forzato, aprendogli delicatamente il becco con un’unghia.
QUANDO L'UCCELLO E' ADULTO E PUO' ESSERE LBERATO?
I piccoli Rondoni dovranno essere messi in libertà solo quando il piumaggio sarà completo e le ali chiuse supereranno la coda di un paio di centimetri. Il momento della liberazione è evidenziato da alcuni segnali:
- il rondone si agita molto, soprattutto di sera e fa molti esercizi con le ali;
- mangia sempre di meno (anche in natura rifiutano il cibo dei genitori, quando sono pronti per volare);
- alla base delle penne delle ali non vi sono più gli astucci bianchi di cheratina. Questo significa che la penna ha finito di crescere;
- il rondone pesa intorno ai 35-42 grammi. Le ali sono lunghe e i pettorali forti e tondi
Abbiamo preso gran parte delle informazioni da qui:
https://wwf.lecco.it/sos-rondone.html - tra i link della pagina trovate altre informazioni utili per altri animali da soccorrere.
//////////////////
Centri di recupero:
LIPU - http://www.lipu.it/centri-recupero-animali (per esperienza quello di ASTI è eccezionale se siete nelle vicinanze).
ENPA - http://www.enpa.it/it/ricerca-sedi.aspx
CRAS - WWF - https://www.wwf.it/regioni/
lunedì 17 giugno 2019
LE CENERI DEGLI STATIELLI "La necropoli dell'età del ferro di Montabone"
Gli Statielli erano una delle popolazioni Celto-Liguri preromane che abitavano grosso modo il territorio occupato dalla provincia di Alessandria e di Asti a sud del Tanaro e abbiamo parlato della loro resistenza ai romani e del loro genocidio qui:
http://leradicideglialberi.blogspot.com/2019/03/linvasione-romana-della-gallia.html
Il I Giugno ha inaugurato l'interessantissima mostra "LE CENERI DEGLI STATIELLI" al museo archeologico di Acqui e resterà aperta fino al 23 febbraio 2020, sulla necropoli a tumuli di Montabone. La Necropoli fu scoperta nel 2008 in occasione della costruzione del metanodotto Snam Rete Gas Mortara-Cosseria. Le indagini archeologiche ( 2008-2010) hanno interessato l'intero sepolcreto, composto da 17 sepolture. La necropoli di Montabone, riferibile ad una comunità di Ligures Statielli, l'antico popolo preromano che nel I millennio a.C. abitava il territorio dell'Alessandrino, è molto importante per la conoscenza della seconda età del Ferro nel Piemonte meridionale, in quanto è stata ritrovata intatta ed è stata indagata con le metodologie di scavo e di documentazione più aggiornate. Lo studio dei corredi è stato accompagnato da una serie di analisi che forniscono molti dati non solo sui rituali funerari di questa comunità, ma anche circa l'ambiente in cui viveva ed il suo tenore di vita.
Interessante il fatto che alcune di queste tombe risalgano al I secolo a.c. e quindi dimostrano che nonostante il genocidio, le deportazioni e la fondazione di Aquae Statiellae (oggi Acqui Terme) nella seconda metà del II sec. a.c. sulla loro capitale Carystum, la romanizzazione fu tarda e incompleta. Al di fuori delle mura urbane le popolazioni locali continuavano a vivere secondo i loro usi e costumi.
Visto che al momento non è disponibile un catalogo abbiamo pensato fosse utile pubblicare le foto della mostra e di tutti i cartelli esplicativi, veramente interessanti. Aprire e salvare le immagini in alta risoluzione per leggere i testi.
La sua esperienza e soprattutto il valore dei reperti di questo sito archeologico sono raccontati nel libro «Le ceneri degli Statielli. La necropoli della seconda età del Ferro di Montabone», che è stato presentato a Palazzo Levi, ad Acqui Terme. La città ha dedicato ai reperti appartenuti ai Liguri Statielli l’omonima mostra visitabile nel Civico Museo Archeologico fino al 23 febbraio.
«La necropoli – spiega Venturino – si trovava a una profondità di due metri e non sarebbe mai emersa se non grazie allo scavo del gasdotto costruito dalla Snam. Venne notato uno strato di terra annerita e sbancando l’area emersero diciassette urne cinerarie, vasi in ceramica usati per le ceneri dei defunti. Si è poi scoperto che l’area veniva sacralizzata dagli Statielli diffondendo sul terreno le ceneri dei roghi usati per la cremazione, venivano poi creati dei circoli fatti con le pietre intorno ai pozzi scavati nel terreno, dove venivano poi posate le urne». L’inverno 2008-2009 fu particolarmente rigido e gli scavi per forza di cose rallentarono. Due anni dopo però il restauro iniziò insieme alle analisi dei reperti: vasi, anfore, punte di lancia, fibbie, spille e spade, tessuti e piccole perle di vetro.
«Fu eccezionale – racconta ancora l’ex funzionaria della Soprintendenza - scoprire su queste perle, grandi pochi millimetri, una piccolissima incisione in alfabeto celtico. Era un sito praticamente intatto, l’unico scoperto nel territorio piemontese riferito a questo popolo. Grazie a un gruppo di lavoro esteso, al quale hanno preso parte anche il Museo delle Civiltà di Roma, le Università di Roma Sapienza e di Padova e la città di Acqui Terme, siamo riusciti a ricavare molti dati sui Liguri Statielli, sui quali le fonti storiche ci dicono pochissimo». Per questo, dice ancora Marica Venturino, «l’archeologia è importante poiché, come nel caso di questo popolo e in particolare della comunità di Montabone, nulla sapevamo». Si è invece riusciti a comprendere come venivano sepolti i defunti e riti che venivano celebrati sulla necropoli.
Il volume, come ricordano dal Comune di Acqui Terme, nasce dalla collaborazione tra la Soprintendenza Archeologia per le province di Alessandria, Asti e Cuneo e la città di Acqui Terme ed è stato realizzato con il contributo del Comune di Montabone, de Lo Studio srl e di Snam Rete Gas, che nel 2008 aveva contribuito economicamente anche agli scavi archeologici. Il volume, edito da DE Ferrari, è uno dei punti del progetto di valorizzazione dei reperti di Montabone insieme alla mostra.
«La storia si ricostruisce – dice l’assessore comunale alla Cultura, Alessandra Terzolo – leggendo le fonti oppure studiando i frammenti del passato, come è avvenuto a Montabone. Questo volume ci permette di riportare alla luce le testimonianze di antiche civiltà e sono molto orgogliosa che il Comune di Acqui Terme sia stato tra i promotori di questo determinante progetto di valorizzazione che ha permesso di ricostruire la storia di una comunità di Liguri Statielli. Ho potuto conoscere l’impegno e la passione della dottoressa Marica Venturino, che voglio ringraziare insieme alla Soprintendenza e al Civico museo archeologico di Acqui».
http://leradicideglialberi.blogspot.com/2019/03/linvasione-romana-della-gallia.html
Il I Giugno ha inaugurato l'interessantissima mostra "LE CENERI DEGLI STATIELLI" al museo archeologico di Acqui e resterà aperta fino al 23 febbraio 2020, sulla necropoli a tumuli di Montabone. La Necropoli fu scoperta nel 2008 in occasione della costruzione del metanodotto Snam Rete Gas Mortara-Cosseria. Le indagini archeologiche ( 2008-2010) hanno interessato l'intero sepolcreto, composto da 17 sepolture. La necropoli di Montabone, riferibile ad una comunità di Ligures Statielli, l'antico popolo preromano che nel I millennio a.C. abitava il territorio dell'Alessandrino, è molto importante per la conoscenza della seconda età del Ferro nel Piemonte meridionale, in quanto è stata ritrovata intatta ed è stata indagata con le metodologie di scavo e di documentazione più aggiornate. Lo studio dei corredi è stato accompagnato da una serie di analisi che forniscono molti dati non solo sui rituali funerari di questa comunità, ma anche circa l'ambiente in cui viveva ed il suo tenore di vita.
Interessante il fatto che alcune di queste tombe risalgano al I secolo a.c. e quindi dimostrano che nonostante il genocidio, le deportazioni e la fondazione di Aquae Statiellae (oggi Acqui Terme) nella seconda metà del II sec. a.c. sulla loro capitale Carystum, la romanizzazione fu tarda e incompleta. Al di fuori delle mura urbane le popolazioni locali continuavano a vivere secondo i loro usi e costumi.
Visto che al momento non è disponibile un catalogo abbiamo pensato fosse utile pubblicare le foto della mostra e di tutti i cartelli esplicativi, veramente interessanti. Aprire e salvare le immagini in alta risoluzione per leggere i testi.
Un'intervista con la grande archeologa Marica Venturino al riguardo della mostra (da La Stampa 17 Febbraio 2020):
«La necropoli – spiega Venturino – si trovava a una profondità di due metri e non sarebbe mai emersa se non grazie allo scavo del gasdotto costruito dalla Snam. Venne notato uno strato di terra annerita e sbancando l’area emersero diciassette urne cinerarie, vasi in ceramica usati per le ceneri dei defunti. Si è poi scoperto che l’area veniva sacralizzata dagli Statielli diffondendo sul terreno le ceneri dei roghi usati per la cremazione, venivano poi creati dei circoli fatti con le pietre intorno ai pozzi scavati nel terreno, dove venivano poi posate le urne». L’inverno 2008-2009 fu particolarmente rigido e gli scavi per forza di cose rallentarono. Due anni dopo però il restauro iniziò insieme alle analisi dei reperti: vasi, anfore, punte di lancia, fibbie, spille e spade, tessuti e piccole perle di vetro.
«Fu eccezionale – racconta ancora l’ex funzionaria della Soprintendenza - scoprire su queste perle, grandi pochi millimetri, una piccolissima incisione in alfabeto celtico. Era un sito praticamente intatto, l’unico scoperto nel territorio piemontese riferito a questo popolo. Grazie a un gruppo di lavoro esteso, al quale hanno preso parte anche il Museo delle Civiltà di Roma, le Università di Roma Sapienza e di Padova e la città di Acqui Terme, siamo riusciti a ricavare molti dati sui Liguri Statielli, sui quali le fonti storiche ci dicono pochissimo». Per questo, dice ancora Marica Venturino, «l’archeologia è importante poiché, come nel caso di questo popolo e in particolare della comunità di Montabone, nulla sapevamo». Si è invece riusciti a comprendere come venivano sepolti i defunti e riti che venivano celebrati sulla necropoli.
Il volume, come ricordano dal Comune di Acqui Terme, nasce dalla collaborazione tra la Soprintendenza Archeologia per le province di Alessandria, Asti e Cuneo e la città di Acqui Terme ed è stato realizzato con il contributo del Comune di Montabone, de Lo Studio srl e di Snam Rete Gas, che nel 2008 aveva contribuito economicamente anche agli scavi archeologici. Il volume, edito da DE Ferrari, è uno dei punti del progetto di valorizzazione dei reperti di Montabone insieme alla mostra.
«La storia si ricostruisce – dice l’assessore comunale alla Cultura, Alessandra Terzolo – leggendo le fonti oppure studiando i frammenti del passato, come è avvenuto a Montabone. Questo volume ci permette di riportare alla luce le testimonianze di antiche civiltà e sono molto orgogliosa che il Comune di Acqui Terme sia stato tra i promotori di questo determinante progetto di valorizzazione che ha permesso di ricostruire la storia di una comunità di Liguri Statielli. Ho potuto conoscere l’impegno e la passione della dottoressa Marica Venturino, che voglio ringraziare insieme alla Soprintendenza e al Civico museo archeologico di Acqui».
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